After Brad

Brad Mehldau non entra nel jazz in punta di piedi: ci cade dentro, come si cade in un romanzo che non avevi previsto di leggere e che poi ti cambia il modo di pensare. La sua storia è fatta di pagine lette, ascoltate, studiate e soprattutto riscritte al pianoforte, con un’idea molto chiara in testa: il jazz non è un museo, ma una lingua viva che può dialogare con tutto, dalla filosofia alla musica pop.

Nato a Jacksonville, Florida, nel 1970, Mehldau cresce in una famiglia in cui la musica è una presenza costante ma non ingombrante. Studia pianoforte classico, Bach e Beethoven prima di Bill Evans e Keith Jarrett, e questo passaggio è decisivo: il suo modo di pensare il pianoforte resterà sempre “letterario”, stratificato, pieno di voci che si sovrappongono come in un contrappunto bachiano. Non a caso, più avanti, la parola contrappunto diventerà una delle chiavi per capire il suo stile.

Il vero salto avviene a New York, quando entra alla New School for Jazz and Contemporary Music. Qui Mehldau non è semplicemente uno studente brillante: è un lettore compulsivo, un ascoltatore vorace, uno che passa con naturalezza da Thomas Pynchon a Schubert, da John Coltrane ai Radiohead. La bibliografia implicita della sua musica nasce proprio in questi anni: filosofia, letteratura postmoderna, musica colta europea e canzone pop convivono senza gerarchie. Mehldau non cita: assorbe.

La prima grande palestra è il quartetto di Joshua Redman, nei primi anni Novanta. È un’esperienza formativa, ma anche una gabbia da cui sente il bisogno di uscire. Mehldau non vuole essere “il pianista di”: vuole costruire un mondo suo. Quel mondo prende forma con il Brad Mehldau Trio, insieme a Larry Grenadier e Jorge Rossy (poi Jeff Ballard). È qui che nasce la sua vera voce narrativa.

La prima volta in Italia è a Perugia, a Umbria Jazz, nel piccolo Teatro Turreno sera dopo sera il passaparola tra appassionati fa si che il pubblico accorra sempre più numeroso alla scoperta di questo giovane prodigio. Solo pochi anni dopo i suoi concerti fanno il sold out.

Con “Introducing Brad Mehldau” (1995) e soprattutto “The Art of the Trio” (volumi 1–5, 1996–2001), Mehldau scrive il suo primo grande romanzo musicale. Ogni disco è un capitolo: standards reinventati, improvvisazioni che sembrano flussi di coscienza, ballad trattate come monologhi interiori. Il trio non accompagna: dialoga, discute, talvolta si contraddice. È jazz, ma è anche una forma di saggistica emotiva.

Parallelamente, Mehldau inizia a lasciare tracce scritte del suo pensiero. Non è un caso raro nel jazz, ma nel suo caso la riflessione è centrale. Nei saggi raccolti in “Formation: Building a Personal Canon” (2023), Mehldau esplicita ciò che la sua musica aveva già raccontato: l’idea di un canone personale, costruito attraversando generi, epoche e discipline. Bach, Brahms, Miles Davis, Nick Drake, i Beatles: tutto può convivere se c’è una visione.

Questa visione emerge con forza in dischi come “Largo” (2002), prodotto da Jon Brion, dove il trio si apre a strutture pop, elettronica e atmosfere da studio che all’epoca spiazzano molti puristi. È un libro controverso, come quelli che dividono i critici ma resistono al tempo. Mehldau non arretra: anzi, spinge oltre, registrando album solisti come “Elegiac Cycle” e “Live in Tokyo”, veri e propri diari intimi per pianoforte solo.

Negli anni successivi, la sua carriera si ramifica come una bibliografia sempre più ampia. Ci sono i dialoghi col mondo classico (“Highway Rider”“After Bach”), le collaborazioni con Pat Metheny, Joshua Redman, Mark Guiliana, fino agli omaggi dichiarati alla musica pop contemporanea (“Largo”“Jacob’s Ladder”“Your Mother Should Know”, dedicato ai Beatles). Ogni progetto è una nota a margine che arricchisce il testo principale.

Brad Mehldau, oggi, è uno dei pochi jazzisti la cui carriera può essere letta come un’opera narrativa coerente. Non c’è nostalgia nel suo suono, ma memoria; non c’è citazionismo, ma interpretazione. La sua musica chiede ascolto attivo, come un libro che non si può sfogliare distrattamente.

E forse è proprio questo il cuore della sua bibliografia non scritta: Mehldau non racconta storie semplici, ma storie necessarie. Storie che mettono in discussione il confine tra alto e basso, tra improvvisazione e composizione, tra jazz e tutto il resto. In un’epoca di consumo rapido, la sua carriera resta un invito raro e prezioso: fermarsi, ascoltare, leggere tra le note.

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1 Comment

  1. Oh, finalmente qualcuno che parla bene di Mehldau! 😉. Scherzi a parte, i suoi concerti in trio sono tra i momenti più emozionanti del mio diario di ascoltatore degli ultimi anni. Alcuni musicisti lo hanno definito come l’erede spirituale di Bill Evans, e questo non lo ha certo facilitato (soprattutto in Europa) nel confronto con platee ancora stregate dal mito Jarrett, sideralmente lontano da lui come poetica e scelte stilistiche. A volte fa esperimenti singolari, ma sempre originali e mai furbeschi o di facile presa. Due aggiunte a questo profilo: l’uomo Brad è riuscito a scrollarsi di dosso la ‘scimmia’, con l’aiuto di Charlie Haden verso il quale ha sempre manifestato una gratitudine che sconfina nella venerazione. Secondo, in barba a chi lo dipinge come un divo rinchiuso in sè stesso, Mehldau continua a prestarsi comee sideman per molti colleghi in totale servizio ai loro gruppi, al punto di ‘sparire’ spesso nelle loro formazioni. Ah, sarà anche scappato dal quartetto di Redman, ma ‘Round again’ e ‘Long Gone’ dimostrano che è sempre un vecchio amore che cova sotto le ceneri. Milton56

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