Le strade sincopate del Piacenza Jazz Fest: un’intervista con Angelo Bardini.

Si sta tenendo nel territorio piacentino il Festival Jazz annuale dislocato tra sale meravigliose (Sala degli Arazzi della Galleria Alberoni) e club “storici” (Milestone, uno dei club più veraci dello stivale), così partendo dal claim davisiano che accompagna la rassegna di quest’anno ci siamo addentrati in alcune considerazioni con il Direttore Artistico, Angelo Bardini, profondo conoscitore della scena, per il canonico ‘So What?’, e scoprire, a metà percorso, cosa muove oggi il cuore del Piacenza Jazz Fest. Ecco la nostra breve chiacchierata mentre i concerti si susseguono (link per info & ticket: https://www.piacenzajazzclub.it/piacenza-jazz-fest-2026/ )

TDJ: Piacenza Jazz Fest è molto ben radicata, la precedente direzione artistica è durata a lungo e ci sono elementi di continuità evidenti, cosa vorreste apportare alla rassegna? “

AB: La precedente direzione artistica è durata venti anni ma era da molti anni una co-direzione. Diciamo che l’impianto è rimasto lo stesso, venti anni sono tanti e la formula credo sia stata vincente. E’ un po’ come costruire una casa, poi inizi a dipingerla diversa, aggiungi un balcone, poi una veranda e dopo qualche anno la casa è completamente cambiata. Questa continuità è evidente, ma alla terza edizione dopo il cambiamento di assetto, possiamo evidenziare già elementi di novità. Nel tabellone del festival, accanto ai “mostri sacri”, stiamo dando più spazio ai giovani artisti che dovrebbero essere le star dei prossimi anni, giovani talenti molto interessanti e già in odore di Grammy. Alcuni esempi della scorsa stagione sono Michael Mayo, Shai Maestro, Vincent Peirani che è tornato in questa edizione accanto a Tyreek McDole e il pazzesco Sullivan Fortner. Oppure le chicche di questo fine festival; Amaro Freitas al Milestone, in ambiente raccolto, casa nostra, e la proposta molto urban-chic, PaolomAngeli e Redi Hasa in un posto mai usato prima, chiuso da 200 anni. Nel tabellone dell’altro festival abbiamo tolto i concerti nei pub perché erano interventi senza una reale continuità e potenziato i rapporti con il Conservatorio G. Nicolini con 7 jam e tre eventi legati all’international jazz day. Ancora, il jazz a scuola è diventato un investimento importante nei sessanta giorni del festival. Dura venti giorni e assorbe il 25% del budget del festival. Quindi una continuità ma anche una forte discontinuità. Infine metterei l’accento sulla formidabile rete con le associazioni culturali del territorio e con il conservatorio.

TDJ: Quanto è difficile gestire un cartellone così esteso?

Molto difficile. Fare 4/5 concerti “alti” o “medio-alti” in 3/5 giorni è semplicissimo, hai 7/8 proposte, metti giù le tessere del puzzle e se stanno nel budget, si chiude “abbastanza” in fretta. Qui hai a che fare con management professionisti e tutto scorre. Poco lavoro e molta resa. I problemi iniziano dopo.  Arrivano quando hai a che fare con gruppi improvvisati, dove 5 musicisti hanno 5 “metodi” diversi di pagamenti, poi quando lavori con le scuole, quando hai che fare con le segreterie, quando devi pensare a produzioni originali e poi al SummerTime quando hai a che fare con amministrazioni comunali, assessori, sindaci, con gli incastri con i calendari delle pro-loco, poi hai i concerti nelle piazze, nelle pievi, nei castelli, all’alba e compagnia cantando. Molta spesa e “abbastanza” resa. Undici mesi all’anno sono tanti-tantissimi.

TDJ: La richiesta più strampalata che avete avuto da un musicista?

Me ne vengono in mente due. La prima la richiesta del gong da parte di Kenny Garrett, affittato a Milano e nemmeno sfiorato. La seconda di Lee Konitz che entrato in sala e dopo aver visto una telecamera panoramica a 360 gradi, ha chiesto: “quanti soldi in più sul cachet?” Delizioso. Se poi diamo una lettura a certi catering più che strampalati mi sembrano folli. A volte ci sono prodotti che non esistono sul nostro territorio…

TDJ: quest’anno la folle guerra in merdio Oriente ha portato ad un annullamento doloroso, quello del Big Vicious di Avishai Cohen, ma avete rimediato con una jam, questo è il giusto spirito…

Non era una jam, purtroppo le jam funzionano poco. Ci piacerebbe farle ma poi sono lente e poco partecipate. Dopo Noa che ha annullato senza motivo, a due giorni dalla conferenza stampa e con 5000 brochure stampate. Per nulla piacevole… Poi Avishai Cohen che ha annullato solo dopo la reale impossibilità di partire da Isrele. Un signore. Alla fine sulla stessa data abbiano proposto Paolo Tommelleri con Elena Andreoli.

TDJ: Le donne nel jazz, una crescita continua, soprattutto in termini di leadership…

Per il secondo anno quando i cartelloni del Milestone, del Fest e del SummerTime sono chiusi, ci accorgiamo che le donne sono tante. Senza pensare a “quote colorate”, ma solo perché vengono così, perché ci piacciono le loro proposte. Credo sia molto bello e un bel segnale sul futuro.

TDJ : Jazz Italiano. L’importanza di allargare un circuito spesso troppo chiuso e autoriferito.

E’ un problema che non mi pongo. Esiste la musica il resto sono futili discussioni di lana caprina o di smacchiatura dei leopardi. Chi non fa programmazioni ha sempre straordinarie idee su come farle. Come commissione artistica guardiamo alle proposte che ci sembrano più interessanti, più stimolanti e in linea con il pubblico del club, con qualche proposta che ogni tanto lo sbilanci. Il Milestone per ragione di budget e di cachet ovviamente “pesca” sul panorama italiano. I viaggi incidono sulle spese. Ma non sempre. In questa stagione hanno suonato sul nostro palco Uri Caine, George Cables, Perico Sambeat, Peter Erskine, Jorge Rossy, Jeff Ballard, musicisti “da festival”. Queste proposte hanno cambiato di un 20% il pubblico del Milestone che era molto “stanziale”. Un bel risultato e necessario.  Il Festival ci permette una scelta più ampia e ne approfittiamo per far conoscere artisti internazionali più difficili da incontrare nei vari festival,  artisti innovativi che vengono da “altri mondi”, puntando sull’incontro tra generazioni e generi diversi. Su questo sicuramente dobbiamo migliorare, ma passi avanti ne abbiamo fatti e in poco tempo.

Uno dei concerti più attesi, cancellato per la sciagurata guerra che infiamma il Medio Oriente.
La virtuosa sinergia con il Conservatorio Nicolini
Adieu, MIchel!

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