Dedicato a tutti quelli che in anni lontani lo hanno avuto tra i primi dischi. Ed anche a quelli che lo conosceranno oggi, soli in una stanza e con il cellulare spento….
Ancora una volta, in margine ai festival si trovano le cose più affascinanti. Come la lezione di Stefano Zenni al Met-Jazz di Prato. In una grigia domenica mattina, “Nascita di un capolavoro. Come John Coltrane ha creato “A love supreme” ha riempito sino all’ultimo sgabello la sala prove della Scuola di Musica “Giuseppe Verdi”: brava Prato.
E’ difficile rendervi la ricchezza di questo incontro, che si è sviluppato tra narrazione orale, analisi testuale, ascolti discografici e, last but not least, esempi al pianoforte dal vivo. Ma l’interesse della materia è tale da imporre una condivisione con voi, anche manchevole ed inadeguata.
Il prof.Zenni esordisce con la constatazione che l’album è pacificamente un capolavoro assoluto, non solo del jazz, ma di tutta la musica del XX secolo (per parte mia direi che dal 1950 in poi nulla di quanto prodotto dalla musica accademica europea possa stargli alla pari per potenza espressiva e profondità di impatto sul pubblico). Intorno a questo disco, oltre ad una letteratura minuziosa e ricchissima, si è creato un vero e proprio culto. E’ bene tutto ciò? Non del tutto, risponde Zenni, questo atteggiamento di venerazione determina una sorta di cristallizzazione che rischia di menomarne la comprensione. E c’è ancora parecchio da capire, come si vedrà in seguito.
Invece a questa cristallizzazione molto ha contribuito Alice Coltrane, trasformatasi in una sorta di vestale della memoria del marito scomparso, che ha circonfuso di una mitologia spiritualista e mistica (basti pensare alla titolazione degli album usciti postumi). Va detto che anche i jazzisti neri ce ne hanno messo del loro, alimentando una mistica dell’estemporaneità e dell’emotività nella creazione delle proprie opere che valeva pressochè esclusivamente per le interviste a giornalisti bianchi nei confronti dei quali si sentivano in una posizione di svantaggio sociale con conseguenti atteggiamenti difensivi ed elusivi (l’imitazione o l’appropriazione da parte di una establishment bianco percepito come ostile e concorrenziale è stata sempre una realtà concreta).
Ma ritorniamo alla vestale Alice, unica testimone dei cinque giorni dell’estate 1964 in cui Trane si ritirò nella mansarda delle loro villetta, uscendone solo dopo cinque giorni, con in mano il foglio con il progetto di ‘A Love’. “Sembrava Mosè disceso con le Tavole della Legge”, afferma la mistica Alice, sottintendendo che l’opera era nata bella e compiuta a seguito di una sorta di illuminazione spirituale. Lo straordinario impatto emotivo e comunicativo manifestatosi sin dal momento della pubblicazione (500.000 copie vendute solo nei primi mesi, cifra impensabile per un album jazz; plebiscito della critica e del pubblico nel referendum di Down Beat, sulle cui pagine solo un paio di anni prima la musica di Trane e Dolphy era stata definita ‘anti-jazz’…) finì poi per accreditare questa narrazione per molti anni a venire.

Il ‘sacro graal’ di ‘A Love Supreme’: fortunatamente lo Smithsonian Institute lo ha acquistato, salvandolo dalla dispersione del fondo coltraniano operata dai suoi eredi.
Ma vediamola da vicino questa ‘Tavola della Legge’. Trane ha le idee chiare sul titolo, riportato in margine al foglio di musica, che è uno spartito per orchestra (dettaglio già significativo); gli altri tre movimenti non sono ancora previsti qui. Sempre in margine alla partitura appare una annotazione sull’organico previsto: tenor sax, ‘another horn’ (altro strumento a fiato), piano, due bassi, batteria, ‘congas e timbales’. Prima sorpresa: inizialmente Trane pensava ad un organico esteso, quasi orchestrale, non al quartetto che nel dicembre successivo effettivamente registrò la suite. Non solo: ma questa avrebbe dovuto suonare come qualcosa di simile a musica afrocubana. Tenete a mente questi due dettagli, perché alla fine ritorneranno con grande rilievo.
“Dahomey Dance”, da “Olè Coltrane”, 1961. I due contrabbassi non sono una novità nella musica di Coltrane: qui vediamo all’opera Reggie Workman e Art Davis. Formazione stellare, un brano per l’isola deserta!
Zenni poi siede al piano e con un brillante esempio ci fa toccare con mano la grande vicinanza tra la cellula tematica iniziale di ‘A Love’ e quella di ‘My Favourite Things’: Coltrane ci manda quindi un messaggio cifrato per segnalare che ‘A Love’ è un momento fondamentale nel suo cammino musicale, che giustifica il lungo periodo sabbatico che si prende nel corso del 1964 ed il concentrarsi sulla composizione, attività prima decisamente trascurata (il book del suo quartetto si fondava sino ad allora su pochi brani originali e qualche standard).

Certo, Coltrane era bulimico lettore di testi esoterici e religiosi, ma mai adepto di alcuna chiesa o fede specifica. Una attenta analisi della sua opera poi ce lo rivela come creatore laborioso e riflessivo, in continua elaborazione
Già qui comincia a sfaldarsi la narrazione di Alice che vuole ‘A Love’ come figlia di un impulso mistico ed emotivo: non una creazione estemporanea ed immediata, ma invece un’opera stratificata e molto ‘pensata’.
Anzi non solo pensata, ma anche ‘ri-pensata’. Già nella partitura il tema guida appare in forma diversa da come emergerà dalla registrazione finale del dicembre 1964, che conosce slittamenti di tonalità e redistribuzioni di assoli e di parti strumentali rispetto al mitico foglio con il progetto generale dell’opera. Consultando il sito web dello Smithsonian si scopre poi che oltre alla ‘tavola della legge’ iniziale ci sono altri cinque spartiti che integrano e modificano quello originario. Insomma, sei ‘tavole della legge’ sono decisamente troppe anche per un Mosè…. I fogli aggiuntivi sono testimonianza di una articolata rielaborazione successiva.
La prima cosa che si perde per strada rispetto al progetto originario è la pluralità delle percussioni di marca afrocubana: superflue (e costose), se si ha a disposizione un maestro dei poliritmi come Elvin Jones. Ma ci sono cambiamenti anche nella struttura dell’opera: il secondo movimento ‘Resolution’ non era originariamente previsto, è stato inserito successivamente, fondamentalmente si tratta di un brano senza titolo che Trane ed i suoi suonavano spesso dal vivo.
Dietro quella che sembra una fluida ed estatica improvvisazione continua in realtà si nasconde un complesso meccanismo che obbedisce ad una geometria prestabilita e che ha al centro micro-cellule tematiche di tre note, due vicine ed una lontana. Le cellule (i ‘mattoncini’ come li chiama l’ironico Zenni) sono concatenate tra di loro secondo una precisa tecnica, una delle note della prima cellula è sempre il punto di partenza della successiva. Trane indica ai solisti anche come cambiare la tonalità delle cellule tematiche. I confini tra improvvisazione e composizione si sbiadiscono vistosamente, ma senza che ne soffra il potente afflato espressivo della musica. Questa tecnica, che porta ad un fraseggio molto essenziale, si era già affacciata in ‘Wise One’, che risale a pochi mesi prima di ‘A Love’: seguirà fedelmente Trane sino alla fine, anche per tutto il periodo free.

Una ‘cover verticale’ unica, che serve a mettere in evidenza la ‘lettera all’ascoltatore’ e soprattutto la ‘preghiera’
Nel 1980 nulla ancora si sapeva del manoscritto originario di ‘A Love’, ma egualmente fu fatta una grande scoperta. Lewis Porter (il più grande coltranologo vivente, quello che ha passato al setaccio tutti gli scontrini di bar di Trane, come si dice ironicamente) ha intuito che in ‘Psalm’ (movimento finale della suite) il sax di Trane letteralmente ‘recita’ la preghiera riportata nella singolare cover ‘verticale’ dell’album originale. “Musical recitation of the prayer” specifica infatti Coltrane in un ulteriore foglio, che Zenni data con un sottile, ma incontrovertibile argomento filologico, al settembre 1964. Trane non era nuovo ad una simile tecnica: tra le molte, minuziose indicazioni sul ‘mood’ che deve scaturire dalle musica di ‘A Love’, il nostro specifica in un’annotazione che le note finali di ‘A Love’ devono suonare “come l’ultimo accordo di ‘Alabama’ ”. Nel celebre brano del 1963 Trane musica non un brano recitato, ma un riassunto giornalistico dell’orazione funebre di Martin Luther King per le quattro bambine nere uccise dal Klu Klux Klan in un attentato dinamitardo ad una chiesa nello stato sudista.
Il più potente brano ‘politico’ degli anni ’60. Non passa mai d’attualità, purtroppo….
Dopo tanti travagli e ripensamenti, si arriva al 9 dicembre 1964, giorno in cui il quartetto entra nel celebre studio di Rudy Van Gelder ad Englewood Cliffs, ed in una sola giornata registra l’album come noi lo conosciamo ancor oggi. Ma siamo proprio sicuri? Nella preghiera di ‘Psalm’ sentiamo la voce di Trane raddoppiarsi, mentre in un altro passo si sente Elvin Jones suonare contemporaneamente sui piatti e sui tamburi: batterista straordinario Elvin, ma non sembra proprio che avesse quattro braccia. E’ evidente che Coltrane abbia fatto ricorso a sovraregistrazioni, quasi sicuramente realizzate il 10 dicembre, il giorno successivo. Trane non arretra di fronte alla tecnologia, purchè al servizio dell’espressione più piena.
Una ‘A Love Supreme’ alternativa? Dalla emozionante ‘De Luxe Edition’ del 2002, “A Love Supreme- Aknowledgement “, prima alternate take
E non è ancora finita. Una magnifica edizione storica del 2002, la ‘Deluxe Edition’, ha portato alla luce una serie di registrazioni effettuate il 10 dicembre 1964, in cui al quartetto di Trane si affiancano Archie Shepp al sax tenore e Art Davis al basso. Ecco riapparire l’ ‘another horn’ ed i due bassi della prima ‘Tavola della Legge’. Coltrane non aveva ancora rinunziato a fare di ‘A Love’ un’opera orchestrale, quindi. Non solo, ma in questo prezioso reperto il mood è completamente diverso, molto più teso e quasi rabbioso, molto lontano dalla serena estaticità della ‘A Love’ ufficiale. Nel ponderoso libretto che accompagna questa splendida edizione Ashley Kahn ci spiega con dovizia di argomenti filologici perché questi nastri riemersi fortunosamente decenni dopo non potessero esser destinati alla pubblicazione. Poi Shepp non ha familiarità con la densa musica di ‘A Love’ ed interviene più che altro con un continuo controcanto rispetto a Trane. Il tempo incombe, lo studio di Van Gelder è richiestissimo da una coda di altri gruppi in attesa: alla fine Coltrane rinunzia alla versione orchestrale. Ma i tossici di jazz all’ultimo stadio hanno già capito cosa rappresenta questa affascinante incompiuta: Trane è già proiettato in avanti e sta già pensando a questo:

Dopo 80 minuti di discesa nella complessità ed ingegnosistà di ‘A Love’, il ringraziamento di Trane per la sua rinascita umana ed artistica dopo gli anni della droga e di mediocrità creativa, il prof. Zenni mette il punto finale alla sua analisi. Questo è solo un schematico ‘bigino’, la lezione è stata ben più ricca di spunti e suggestioni. Vale quindi il caldo invito ad attendere il programma di Torino Jazz Festival 2026, in cui la lezione sarà replicata, data e luogo ancora da determinarsi. Non mancatela. Milton56
Un’ultima sorpresa, che ancora una volta dobbiamo alla fine cultura musicale di Ashley Kahn. ‘Mau Mau’ figurava in un bel disco di Art Farmer del 1953, ma ristampato nel 1963 😉 ….. Il diabolico Quincy Jones rende omaggio al primo movimento anticoloniale dell’Africa, quei Mau Mau pressochè disarmati che gli Inglesi ci misero ben quattro anni, dal 1952 al 1956, a piegare a suon di deportazioni di intere popolazioni e veri e propri campi di concentramento. Ferocie inutili, nel 1963 il Kenya diventava indipendente. Sentite un poco cosa fa il coraggioso Quincy (nel 1953 il KKK la faceva da padrone negli States): occhio al riff di sax ad 1:40

Grazie per aver condiviso questa esperienza. Molto interessante.
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Se vi capita a tiro, anche in altre occasioni, andate a sentire Stefano Zenni: è un grande didatta, caso raro nel campo della pubblicistica jazz. Milton56
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