Ed ecco qua il vostro cronista ‘precettato’ dalla cartolina del collega Rob53.
Premessa: sono arrivato a Bergamo venerdì mattina, con già in tasca il mio abbonamento per le serate al Donizetti. Finalmente faccio parte del club che riceve a domicilio l’invito a rinnovare con prelazione mesi prima che il Festival parta: gran comodità, dobbiamo esser più di 700. Quindi la mia attenzione si è focalizzata sul main stage, che già proponeva ben sei concerti di gran rilievo.
Per natura evito di far indigestione di musica, ritengo che quelle importanti debbano aver tempo di risuonarti dentro prima di esser ben assimilate. Dunque evito di seguire più di due concerti al giorno e devo selezionare anche in base a criteri pratici e logistici.
Ho quindi un piccolo ‘libretto dei rimpianti’ in cui finiscono le occasioni che non ho potuto cogliere. Quello di quest’anno vede nella prima pagina il trio Relevè di Anais Drago, che ancora una volta mi è sfuggita: purtroppo la suggestiva location dell’Accademia Carrara impone dei severi limiti di capienza. Uno dei motivi di interesse di questa piccola formazione sono i due partner che accompagnano la creativa violinista: Federico Calcagno ai clarinetti e Max Trabucco alla batteria. Calcagno poi è uno dei miei ‘pallini’ sin dai suoi esordi. Mi rifarò al più presto. Alla seconda pagina figura il piano solo di Leo Genovese, musicista argentino che ha avuto la fortuna di esser presentato al pubblico italiano nella cornice dei concerti per piano solo che ormai sono una tradizione del festival bergamasco. I quali concerti quest’anno hanno traslocato nella Aula Picta della Curia di Bergamo, ambiente che definire affascinante è poco: il Festival è arrivato sin nel sancta sanctorum della antica Bergamo Alta, dettaglio non da poco che indica la profondità del suo radicamento in città. Ma alla fine un piccolo scampolo di Genovese lo ho strappato anch’io, come si vedrà in seguito. Quanto alla notevole Panorchestra di Tino Tracanna, che oggi fa tanto hype (non capisco bene cosa voglia dire, ma so che un sacco tendenza… ), ci sia consentito di ricordare che noi ne parlavamo già nel 2023, quando ancora debuttava ….
Ma torniamo alla platea del Teatro Donizetti, che offre sempre un colpo d’occhio magnifico, e non solo per le quasi 1.200 persone che ogni serata del festival raccoglie sistematicamente, ma anche per l’intrecciarsi di conversazioni e battute, talvolta in francese, inglese o tedesco, che testimoniano della presenza di un pubblico che sa il fatto suo (oltre che di una nutrita schiera di cronisti professionali, quelli veri). La prima sera già offriva un’esempio di quella ‘impaginazione per contrasto’ tipica di Bergamo Jazz, che in tre ore ti fa passare da mondi sonori quanto mai distanti. E di seguito potrete leggere una ‘second opinion’ su due concerti che Rob vi ha tratteggiato con un colpo di penna.
Il duo Holland- Loueke qualche mese fa a San Francisco
Dave Holland Lionel Loueke. Una grande occasione per il chitarrista del Benin, ed una prova della generosità di quel gigante del basso che l’estate scorsa ci ha fatto prendere un bello spavento. Concordo sul fatto che Loueke poteva sfruttare meglio un’occasione d’oro come questa. Per buona parte del set Holland gli ha dato ampio spazio, limitandosi ad un delicato contrappunto, limitando timbro e volume del suo strumento. Ma dall’altra parte si è insistito su di uno stile chitarristico molto esile e coloristico, basato per lo più su brevi bozzetti, spesso inframezzati da parentesi vocali abbastanza prescindibili, anche per la loro non facile leggibilità (oltretutto complicata da un ricorso ad effetti elettronici di raddoppio di una voce già non limpidissima). Può essere che mi sbagli, ma credo che lo stesso Holland abbia percepito una certa fragilità del set, dal momento che nelle sue fasi finali ha preso in mano la conduzione del discorso musicale con un piglio più netto ed assertivo, impostando strutturalmente i brani sin dalle prime battute. Ma questa conduzione finale più salda non è valsa a riscattare una certa prolissità della performance, notata da più voci in platea nel successivo intervallo.

Una piccola nota per gli amanti del basso come me: ormai Holland suona stabilmente uno Czech-Ease, cioè uno strumento a cassa ridotta più facilmente trasportabile. Una bella opera di liuteria certo, anche non poco costosa con tutti i suoi sofisticati dispositivi per eguagliare il caro vecchio contrabbasso grande come una persona, ma ho la sensazione che induca in qualche modo ‘a suonare alto’ privilegiando velocità ed agilità di fraseggio, e mettendo un po’ in ombra pienezza e colore della cavata. Nel caso del duo Holland-Loeke questo ha creato una sorta di tendenziale sovrapposizione tra i due strumenti a corda, sbiadendone un poco il dialogo. Ringraziamo quindi le compagnie aeree, che oltre a consentirci di rivivere la preziosa esperienza di un viaggio in terza classe sul Titanic, hanno deciso che dovessimo ascoltare solo bassi creati a loro immagine e somiglianza. Grrr….
Steve Coleman and Five Elements
Il fulmineo passaggio al secondo set della serata è stato un poco come una doccia scozzese. Steve Coleman è ormai alla guida dei suoi Five Elements ormai da decenni. La formazione ha conosciuto quindi grandi avvicendamenti e soprattutto un progressivo smagrimento dell’organico sino all’attuale quartetto: La fisionomia della musica ha mantenuto sempre dei caratteri distintivi immediatamente riconoscibili (assiemi serrati e compattissimi, ritmi incalzanti e fortemente marcati, front line che si divide fra tesi unisoni e polifonie), ed in fondo era questo che mi aspettavo dopo aver ascoltato varie volte Coleman ed i suoi negli ultimi anni.
A Bergamo invece ho fiutato subito aria diversa. Una prima nota di colore, ma tutt’altro che insignificante: è apparso uno Steve Coleman insolitamente rilassato e bon vivant che ad un certo punto ha deliberatamente stimolato il coinvolgimento diretto del pubblico, ahimè su ritmi che solo lui ed i suoi potevano permettersi. Mai vista una cosa del genere…..
I Five Elements l’estate scorsa in Francia, alle prese con un classico parkeriano come ‘Donna Lee’. Anche Bergamo ha fatto capolino qualche brandello di standard, oltre all’immancabile ‘Round Midnight’, ormai punto fermo del book degli Elements
….che infatti era solo il preannunzio di una musica più morbida e fluida rispetto a quella del passato, e soprattutto più scevra dalle angolosità e dai secchi scatti ritmici cui eravamo abituati. Questa mia impressione si è poi rafforzata di fronte ad un Coleman che ha spesso introdotto diversi brani con propri soli ‘a cappella’: una vera manna per gli estimatori dello Steve altoista, che ha sfoggiato un limpido tono chiaro, imbevuto di intenso lirismo.
Il classico ‘terzo indizio che fa la prova’ è stato il beat più leggero e fantasioso di Sean Rickman, da sempre fedele braccio destro del leader, che visibilmente intrattiene con lui un rapporto speciale e quasi telepatico.
Qeusto cambio di atmosfera mi sembra aver coinvolto anche il rapporto tra il sax di Coleman e la tromba di Jonathan Finlayson, che ora mi è sembrato più aperto e paritario, con il trombettista che ha conquistato un più ampio ed evidente spazio solistico, affrancandosi in gran parte dalle costrizioni del gioco contrappuntistico con il leader.
Ma alla fine qualcuno deve pur accollarsi il compito di alimentare comunque l’indomabile drive che è cifra distintiva del gruppo: il lavoro è quindi ricaduto in gran parte sul basso elettrico di Rich Brown, possente ed onnipresente, ma in fondo anch’esso caratterizzato da una sensuale sinuosità ondulatoria.
Insomma, dopo vari decenni Coleman e gli Elements riescono non solo ad eccitare, ma anche a stupire persino un pubblico esperto e con ampia consuetudine con la loro musica. Il quale pubblico ha imposto di forza un bis quando già l’implacabile macchina organizzativa del Donizetti aveva messo mano al sipario. Un successo ampiamente meritato, che ha aperto la strada ad una serata successiva altrettanto calda. Ma questa è un’altra cronaca. Stay tuned. Milton56
Una breve intervista con un Coleman anche qui rilassato ed anche ironico. Dalle prime battute si intuisce che il nostro non soffre certamente di falsa modestia…. 😉
