CIMELI DEL CENTENARIO- DUE – MILES

Legati nella vita, come nel ricordo, verrebbe da dire a proposito di Coltrane e Miles Davis. Abbiamo già visto che per il primo è in cantiere una pubblicazione di inediti, che per ora ha dei contorni un poco nebulosi.

Direi che Miles è stato più fortunato, dal momento che ritorna sugli scaffali dei negozi di dischi (per lo più virtuali) con qualcosa di decisamente più definito e significativo.

E’ vero, “The Complete Live at the Plugged Nickel” non è una novità assoluta, ma va detto che queste registrazioni hanno avuto vita tormentata e soprattutto diffusione alquanto limitata ed inadeguata. Già negli anni ’80 Columbia Legacy propose un CD, che a malapena poteva esser ritenuto un mero sampler di quello che giaceva nei depositi della label sin dal 1965. Nel 1995 San Michael Cuscuna fece il miracolo di riportare alla luce il materiale nella sua interezza in un curatissimo box, che ben presto però divenne una sorta di miraggio, conteso da facoltosi collezionisti a colpi di svariate centinaia di dollari.

Fosse arrivato prima, sarebbe stato una bella strenna natalizia. Ma si sa, i jazzofili i regali se li fanno da soli, ed all’occorrenza sanno anche aspettare l’occasione giusta

Quest’anno la Sony ha deciso di solennizzare il centenerio davisiano ripubblicando il box, con un ricco booklet, che oltre ad includere quello originario (a firma di Bob Blumenthal), aggiunge un corposo saggio di Syd Schwartz, seguito da una dettagliata analisi comparativa di tutte le tracce comprese nei ben 8 CD che ci restituiscono nella loro integralità le tre notti del 21, 22 e 23 dicembre 1965. Quel che più conta, questo raffinato cubetto nero viene finalmente proposto ad un prezzo decisamente democratico ed accessibile.

Ma perché le serate chicagoane del 1965 sono così importanti ed ambite? Rubiamo una bella immagine a Schwartz: perché sono la ‘Stele di Rosetta’ del jazz moderno.

La stele trilingue che consentì di aprire la strada alla decifrazione della scrittura geroglifica egizia. Una scoperta archeologica epocale

Ma andiamo con ordine. Il 1965 non era stato un buon anno per Miles: la mal riuscita operazione all’anca già aveva cominciando ad infliggergli i dolori che lo perseguiranno per tutto il resto della sua vita, spingendolo a ricorrere a dosi massicce di antidolorifici prima, ed alla cocaina poi. Poi si aggiunge una gamba rotta, che impone un prolungato stop all’attivtà del Secondo Quintetto, che però nel frattempo si era stabilizzato nel suo organico definitivo con l’ingresso di Wayne Shorter, strappato ai Messengers di Art Blakey. Fortunatamente la band aveva già raggiunto un affiatamento telepatico, che sul palco del Plugged si manifesta in modo folgorante.

Miles ed i suoi erano qundi rimasti in debito di vari ingaggi da recuperare. Uno dei ‘creditori’ era  proprio il Plugged Nickel di Chicago. Di questo locale, che tra i ’50 ed i ’60 conobbe una stagione di attività jazzistica di rilievo, ci rimane quasi solo questa foto, che sorprendentemente  ci mostra un locale non particolarmente elegante ed in voga, per niente davisiano. Il punto è che per Miles Chicago era una sorta di rifugio, dove in corrispondenza del Natale  si ritornava per una pausa del frenetico girovagare per tourneè e riunirsi con alcuni parenti che lì vivevano.

Del Plugged Nickel rimane quasi solo questa foto

Già si comincia a percepire che la gig del Plugged aveva un carattere più informale e libero di altre più sotto la luce dei riflettori di un pubblico e di una critica che contano. Corre pure qualche voce su di una certa insofferenza maturata da Miles per il prezioso, ma anche invasivo lavoro di editing che Teo Macero svolgeva durante le sessioni di registrazione in studio per ricondurre ad un formato discograficamente fattibile le fluviali registrazioni che i vari volumi della ‘Bootleg Series’ ci ha fatto conoscere per la prima volta negli anni scorsi.

Sembra che arrivando al Plugged Nickel Miles abbia detto ai suoi qualcosa che suonava suppergiù cosi: “Lasciamoci alle spalle quello che abbiamo fatto sinora, cerchiamo di fare qualcosa di più sciolto e libero, siate voi stessi”. L’invito è stato senz’altro raccolto, come dimostrano i nastri registrati da Columbia, che non aveva avvisato Miles dell’invio di una piccola squadra di fonici che ha salvato per noi queste magiche serate (salvo lasciare per trent’anni le bobine ad impolverarsi negli archivi: evidentemente si trattava di un corpus ingestibile secondo i criteri di produzione discografica dell’epoca).

 E’ cosa nota che Miles non aveva simpatia per il movimento free (forse con una parziale eccezione per Don Cherry): pur essendo stato tra i primi ad ascoltare Ornette nel 1959, ne aveva ricavato opinioni alquanto taglienti, di cui non faceva alcun mistero, tutt’altro. Tuttavia aveva fiutato l’aria del tempo, ed anche nelle sue serate chicagoane spira quell’aria di ‘liberi tutti, rompete le righe’ che soffiava altrove.

Non per nulla il neonato Secondo Quintetto era una formazione di giovanissimi (Tony Williams era addirittura minorenne), che il jazzman più arrivato ed autorevole dell’epoca aveva voluto costruire da zero, dopo aver colto il successo con band di gran lunga più rodate e dense di esperienza. Anzi, sorprende come in barba alle gerarchie di fama e di anzianità che continuavano a dominare il jazz dell’epoca, sia evidente un rapporto paritario tra Miles ed i suoi giovani partner. Nel caso dell’imberbe Tony Williams, poi, si intuisce una sua sottile influenza  sul suo carismatico leader, che con ogni evidenza aveva una predilezione per lui. Non a caso nelle notti del Plugged il giovane batterista è onnipresente e pervasivo.

AL Plugged Nickel facciamo la conoscenza con un Miles del tutto diverso da quello tramandatoci dagli album coevi:  il suo suono è graffiante, quasi rabbioso,  la laconicità e le pause si fanno sempre più evidenti. C’è quasi il presentimento della svolta clamorosa che sorprenderà tutti dal 1969 in poi.

 La musica del Plugged è notturna, in perenne mutazione, lontana dall’equilibrio apollineo degli album in studio. Ad un Wayne Shorter già impressionante per maturità  si deve buona parte di quest’atmosfera di incessante trasformazione e sperimentazione. Tutto è all’insegna dell’azzardo, senza rete.

Un’avvertenza per i patiti delle composizioni: qui non si trova la varietà del repertorio che abbiamo conosciuto nella produzione in studio. Il book chicagoano è formato da pochi, sperimentatissimi cavalli di battaglia davisiani che ricorrono nelle tre serate: alla band non interessa stupire con con composizioni complesse ed elaborate che richiedono l’ambiente protetto dello studio, ma avere dei solidi e sicuri trampolini di lancio per una musica molto più libera ed aperta ad esiti sempre diversi. Nel booklet vengono allineate delle preziose analisi comparative che take per take ci rivelano la ricchezza e varietà dell’evoluzione di questo pugno di brani nelle tre notti del Plugged: un altro punto di forza di questa edizione.

Forse quest’anno verrà completata…. Lavori partiti nel 1882…

E chiudiamo con un altro furto ai danni dell’ottimo Syd Schwartz: “se  “Kind of Blue” è una cattedrale gotica perfetta e curata in ogni sua guglia, “Live at The Plugged Nickel” è il cantiere della Sagrada Familia di Gaudì”. Milton56  

Otto ore di immersione totale in uno dei momenti più emozionanti della musica del secondo ‘900

 

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