Abitavo a Penny Lane di Riccardo Bertoncelli è un memoir musicale, ma soprattutto è un viaggio dentro la formazione di una generazione che ha imparato a pensare — e a sognare — attraverso i dischi.
Bertoncelli non costruisce una cronologia, ma una costellazione.
Ogni capitolo è un frammento, un ascolto, un incontro: la prima volta con i Beatles, la folgorazione per Dylan, la scoperta di Zappa come porta d’ingresso a un mondo più complesso. La provincia italiana degli anni ’60 diventa il teatro di una rivoluzione silenziosa, fatta di radio gracchianti, negozi di dischi come templi e viaggi verso Londra che sembrano pellegrinaggi.
Il risultato è un racconto che vibra di entusiasmo giovanile, ma filtrato dalla lucidità di chi sa guardarsi indietro senza mitizzare.
Il cuore del libro è semplice e potente, la musica non è stata un passatempo, ma un modo per diventare adulti.
Bertoncelli lo racconta con una sincerità disarmante.
La musica come fuga, come identità, come ribellione.
La musica come gesto politico, anche quando non lo si sapeva ancora.
E in questo, Abitavo a Penny Lane parla anche a chi non ha vissuto quegli anni: perché tutti, prima o poi, abbiamo avuto un album che ci ha cambiato la traiettoria.
Una delle parti più affascinanti è la nascita della voce critica di Bertoncelli.
Le prime fanzine, gli errori, le ingenuità, la sensazione di stare inventando un linguaggio nuovo in un paese che non aveva ancora una vera cultura rock.
È un autoritratto onesto, ironico, a tratti impietosamente autocritico.
E per chi oggi scrive di musica, è quasi un manuale involontario: mostra che la critica nasce sempre da un atto d’amore.
Pur essendo un memoir rock, il jazz attraversa il libro come un’ombra lunga.
Non è solo un genere, ma un’etica: libertà, rischio, improvvisazione.
È il lato più adulto del racconto, quello che impedisce al libro di scivolare nel puro amarcord.
La scrittura di Bertoncelli è limpida, affettuosa, mai compiaciuta.
C’è ironia, ma anche una tenerezza che non scade mai nel sentimentalismo.
È la voce di chi ha vissuto molto, ha ascoltato ancora di più e ora restituisce tutto con gratitudin
Racconta un’epoca in cui ascoltare un disco era un atto di immaginazione, non di consumo.
Mostra come la cultura possa nascere in una stanza di provincia, con un giradischi scassato e un ragazzo che sente che la sua vita sta cambiando.
È un memoir che parla di musica, ma in realtà parla di noi: di come diventiamo ciò che siamo.
E per me, ha un valore speciale: appartengo alla stessa generazione di Bertoncelli, sono più giovane di un anno, e ho vissuto le stesse emozioni. La sensazione di vivere un momento epocale, l’ incredulità di essere partecipe dei fermenti e della magia di quanto stava accadendo, e nello stesso tempo, la difficoltà nel reperire notizie, nel trovare magazine dedicati, e, per ultimo, nel trovare gli oggetti del desiderio, gli album dei musicisti di riferimento.
Avevo la fortuna di avere quattro amici ugualmente appassionati, e quando qualcuno di noi riusciva con fatica e con i pochi soldi a disposizione ad acquistare un nuovo disco, ci si ritrovava a casa mia e in religioso silenzio si ascoltava l’album fino alla fine, dando poi il via ad una serie infinita di commenti e pareri.
Oggi tutto questo suona anacronistico e improponibile, l’ attenzione si concentra al massimo su tre, quattro minuti, la musica di fatto è gratuita o quasi, non c’è rischio, ne investimento di tempo, denaro e aspettativa. Tutto è alla portata di tutti, manca però lo spirito, il fermento culturale, l’ amore per la musica autentica. È cambiato il mondo, ed è cambiato il rapporto con la musica.
Io però sono rimasto con lo stesso spirito di scoperta e di attesa verso la musica. Per questo, anch’io Abitavo a Penny Lane, e ci abito tutt’ora.
Leggete il libro di Bertoncelli, se appartenete alla stessa generazione vi riconoscerete in mille frangenti, se siete più giovani scoprirete nomi, posti, magazine, album e musicisti meravigliosi.
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