Jo Berger Myhre – Penta (RareNoise)

Dopo “Unheimlich Manouvre” e la versione dal vivo che documentava la relativa tourneè, il bassista e compositore norvegese Jo Berger Myhre arricchisce di un nuovo episodio il personale percorso verso la costruzione di una musica dai connotati decisamente peculiari. Luci ed ombre, struttura ed improvvisazione, mistero e melodia, spunti raccolti tanto dalla tradizione classica, in questo caso l’esempio di Olivier Messiaen, quanto dalle esperienze passate, fra il jazz elettronico di Nils Petter Molvær ed il post rock dei Sigur Rós.

Penta“, pubblicato come i lavori precedenti da RareNoise records, vede in opera un quartetto composto da Morten Qvenild al pianoforte e ai sintetizzatori, Kaveh Mahmudiyan agli strumenti a percussione iraniani
tombak e daf, e Jo David Meyer Lysne alle chitarre acustiche, oltre alle corde risonanti ed alle installazioni motorizzate.

La musica che lo compone, una sorta di suite in sette movimenti dai titoli volutamente autoesplicativi, possiede un fascino arcano e magnetico che trascende i generi ed i tempi, una sorta di monolite in grado di scuotere le corde emotive con le sue ampie volute orchestrali che, al contempo, lascia l’ascoltatore smarrito nella difficoltà di individuare la natura di suoni timbricamente non classificabili.

Una piccola chiave di lettura tecnica allora è necessaria, e provvedono le note di accompagnamento all’uscita del disco, spiegando come al centro del linguaggio di Myhre ci sia il contrabbasso usato in diverse configurazioni, frequentemente con l’archetto dello strumento cordofono iraniano kamancheh, una tecnica appresa da Myhre durante il periodo di studio in Iran. Ad integrare lo strumento acustico in questo caso figura anche un basso Hagström a 8 corde d’epoca, uno strumento ibrido raro, utilizzato dal bassista di Jimi Hendrix Noel Redding alla fine degli anni ’60, e suonato da Myhre in chiave chitarristica come illustra un breve interludio solista (“Solo improvisation“).

A questi colori si uniscono un ricco set percussivo costituito prevalentemente da strumenti etnici gestiti da Mahmudiyan, le tessiture dei sintetizzatori e del piano acustico di Qvenild e le risonanze delle corde chitarristiche di Mysne.

Un apparato strumentale che, in alcuni episodi lascia intravedere veramente spiragli di un linguaggio musicale innovativo, che respira di suggestioni antiche e si proietta in un futuro dai tratti incogniti. Quando le percussioni arcaiche convivono in equilibrio con le pulsazioni elettroniche, offrendo un originalissimo tessuto alle escursioni soliste del basso (” Ancohemitonic turn of events“) o creando l’illusione acustica di una musica da deserto da camera, (“Melody and arpeggios“), pare davvero di attraversare, in un abbacinante viaggio, continenti ed epoche.

Altre porzioni privilegiano lo svolgimento di pure frasi melodiche sviluppate da un apparato strumentale coeso e stratificato – l’iniziale “Theme and variations“, l’elettronica “Abyss in B flat minor” – ovvero , come nel caso della conclusiva “Ending on a low note” dalla lirica voce del contrabbasso .

In «Augmentations in G flat» compare anche l’unica traccia di voce umana grazie alla soprano Synnøve Sætre che interseca la linea melodica tracciata dal synth sulla vertiginosa base acustica della chitarra e del pianoforte ed accompagna l’elaborato svolgimento del brano, una sorta di mini sinfonia che alterna sezioni percussive e tratti orchestrali delinenado un inquietante paesaggio sonoro.

Un disco laboratorio per chi ama confrontarsi con le sfide, “Penta” condurrà fra le proprie stanze più di qualche curioso viaggiatore dei suoni.


Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.