Max De Aloe, in una recente intervista a Freezone Magazine, dice cose che noi di Tracce di Jazz ripetiamo da anni, e che ormai somigliano a un mantra: nel nostro paese si celebrano sempre gli stessi musicisti, la curiosità di buona parte del pubblico e dei direttori artistici è sotto zero, e la critica sempre più spesso ha smesso di fare critica per dedicarsi a un nobile sport: la recensione positiva con aggettivi ben calibrati. Un po’ come il sommelier che trova ogni vino “di carattere, con note di sottobosco”, anche quando sa di tappo.
Il risultato è un jazz omologato sui soliti nomi, trasformati in star strapagate e osannate dai media generalisti con un entusiasmo inversamente proporzionale alla novità delle idee. Ascoltare in profondità? Troppo faticoso. Meglio il comunicato stampa, che almeno è già scritto e non ha mai steccato un assolo.
Qui De Aloe coglie nel segno: il musicista ha bisogno di un confronto reale con chi scrive. Un interlocutore, non un ufficio stampa con la penna. Invece, tra magazine e siti ufficiali, non si trova più non dico una stroncatura, ma nemmeno una critica che non sia velata, annacquata e nascosta tra eufemismi. Basta conoscere il dizionario: “lavoro ambizioso” significa che non si è capito niente; “interessante” significa che ci si è appisolati durante l’ ascolto; “per palati raffinati” significa che non lo comprerà nessuno, e nemmeno chi scrive lo riascolterà.
Idem per i concerti e per i festival, ormai intrisi di omaggi a cantautori che al jazz spesso non nascondevano una certa allergia e le cui musiche mal si adattano a ritmi sincopati se non in forma allegorica. Musicisti di prima fascia, per qualche data in più, non si fanno mancare tributi che lasciano il tempo che trovano e che di certo non sono pensati per gli appassionati. Il pubblico applaude comunque, il cantautore, ovunque sia, si rigira nella tomba (o nel salotto, se ancora vivo)
Né aiuta il carattere nazionale. Il jazzista italiano, diciamolo con affetto, è di una permalosità cristallina: la critica, quando qualcuno osa, viene accolta con il calore di una cartella esattoriale, e l’unica recensione tollerata è quella giulebbosa. Tutt’altra aria, pare, negli Stati Uniti, dove una stroncatura può far male, ma poi si va a cena lo stesso. L’ultima stroncatura scritta che ricordiamo risale a Polillo, ai tempi delle prime apparizioni di Coltrane in Italia. Che col senno di poi non fu la sua pagina più lungimirante, ma almeno era una posizione. Si poteva dissentire. Oggi sembra fantascienza.
Eppure ci sarebbe parecchio da criticare: album prevedibili, scalette fotocopia, e le solite facce ovunque, celebrate come geni da chi ha smesso di cercare qualcosa di nuovo e da chi ha smesso di averne.
Noi, nel nostro piccolo, continueremo a scrivere quel che pensiamo, con educazione e senza giulebbe, e se non recensiamo i soliti noti è perché c’è tanto di meglio da ascoltare. Gli aggettivi calibrati li lasciamo volentieri ad altri. Se qualcuno si offende, pazienza: vuol dire che ci ha letto, che di questi tempi è già un successo, soprattutto oggi che celebriamo otto anni dall’ esistenza di Tracce di Jazz.

interessante. :-))