Non so quando ho iniziato davvero a suonare. Forse prima ancora di toccare un pianoforte. Forse quando il mondo, da bambino, mi arrivava come un insieme di vibrazioni: il vento che batte contro una finestra, il passo di qualcuno che sale le scale, il respiro di mia madre nella stanza accanto. Tutto era ritmo. Tutto era già musica. Io ero solo un orecchio spalancato.
La mia vita non è stata una linea, ma un’onda. A volte alta, a volte bassa, a volte spezzata. E in quell’onda, il pianoforte era la mia ancora e il mio naufragio. Ogni tasto un porto, ogni accordo un abisso.
Ricordo l’Africa come si ricorda un sogno che non ti abbandona. Non i dettagli, ma la temperatura. Non i volti, ma la luce. Non le parole, ma il battito. Lì ho capito che la musica non è un linguaggio: è un clima. Un modo in cui l’aria decide di muoversi. E io, senza saperlo, ho iniziato a seguirla.
Quando sono tornato in Italia, ero un ragazzo che portava dentro un continente intero. Ma nessuno lo vedeva. Lo vedeva solo il pianoforte. Lui sì che mi riconosceva. Lui sì che sapeva da dove venivo. Ogni volta che appoggiavo le dita, era come dire: “Sono qui. Non so chi sono, ma sono qui.”
Il jazz è arrivato come una rivelazione. Non come una scelta. Come un richiamo. Come se qualcuno avesse bussato dentro di me. Parker, Evans, Jarrett… non erano idoli. Erano costellazioni. Mappe per orientarsi quando la notte è troppo grande.
E la notte, per me, è sempre stata grande.
Suonare era un modo per attraversarla. Non per illuminarla: per attraversarla. Le mie improvvisazioni non cercavano la bellezza. Cercavano una forma di verità che non sapevo dire a parole. Cercavano un equilibrio instabile, un filo teso tra due silenzi. Cercavano me stesso, forse. O forse cercavano solo di non farmi cadere.
Ci sono stati momenti in cui la musica era l’unica cosa che non tremava. Io sì, tremavo. La mente è un luogo fragile, e a volte si incrina senza preavviso. Non voglio raccontare il dolore come un evento. Era più un clima, anche quello. Una stagione interiore che non finiva mai. Una pioggia sottile che bagnava tutto.
Ma il pianoforte restava lì. Non mi consolava. Non mi guariva. Ma mi teneva compagnia. E a volte, credimi, la compagnia è già una forma di salvezza.
Quando insegnavo, vedevo nei miei allievi quella scintilla che avevo avuto anch’io. Quella fame. Quella paura. Quella gioia improvvisa quando una frase musicale si apre come una porta. Cercavo di dire loro che la tecnica è importante, sì, ma non basta. Che la musica non è un esercizio: è un rischio. È un salto nel vuoto. È un atto di fiducia.
E io, nonostante tutto, ho sempre avuto fiducia nella musica.
Le mie registrazioni… non so come le ascoltino gli altri. Io le ricordo come si ricordano i sogni: a frammenti. Un accordo che si apre come un fiore. Una nota che cade come una lacrima. Un silenzio che pesa più di tutto il resto. Non volevo essere perfetto. Volevo essere vivo. Anche quando vivere era difficile.
A volte penso che la mia vita sia stata un lungo standard jazz: un tema semplice, quasi ingenuo, che poi si perde in mille deviazioni, in mille improvvisazioni, in mille tentativi di dire qualcosa che non si lascia dire. E alla fine, quando torni al tema, non sei più lo stesso. È lo stesso tema, sì, ma sei tu che sei cambiato.
Se oggi qualcuno ascolta la mia musica e sente un tremito, un sorriso, una ferita, una luce… allora forse ho lasciato qualcosa. Non un monumento. Non un’eredità. Qualcosa di più piccolo e più vero: un’impronta. Un respiro. Un passaggio.
Perché alla fine, io sono stato questo:
un passaggio.
Una nota che vibra e poi svanisce.
Un’onda che arriva, si infrange, e torna al mare.
Ma mentre vibra, mentre si infrange, mentre esiste…
quella nota è tutto.
Quell’onda è tutto.
Io sono tutto.
E poi, come sempre, lascio spazio al silenzio.
Che è la parte più sincera della musica
.
E forse anche della vita.
Domenica 29 marzo ricorrevano 31 anni dalla scomparsa di Luca Flores. Aveva solo 38 anni e una vita tribolata e segnata dal dolore.
Piano Solo è un film del 2007 diretto da Riccardo Milani e tratto dal libro di Walter Veltroni Il disco del mondo-Vita breve di Luca Flores
Il film a me è piaciuto. Il tipo di lettura che la pellicola mi ha suggerito non segue criteri strettamente cinefili e nemmeno musicofili. La pellicola mi ha regalato emozione autentica. Nemmeno tanto per l’aspetto musicale, ma per il tema doloroso della malattia mentale. Chiunque l’abbia vissuta, nella propria famiglia o nella cerchia degli amici, sa quanto penoso, difficile e sofferto sia l’approccio alla persona. Forse nel film alla fine predomina questo lato, mettendo in secondo piano anche la figura del musicista.
Sui siti che si occupano di cinema sono state mosse parecchie critiche a Piano Solo, nonostante ciò a mio parere la storia regge, proprio perchè non analitica, un pò sopra le righe rispetto alla cruda realtà, quasi che straniandosi dalla vicenda il regista riesca a darle una inaspettata chiave di lettura, più onirica e staccata .
Forse a discapito di una narrazione più credibile, sacrificando il ruolo della musica, divenuta comprimaria e non più protagonista , ma avvalendosi di un pugno di bravissimi attori e, senza dubbio, di una colonna sonora perfettamente adeguata. Avevo i miei giustificabili dubbi sull’utilizzo di musiche diverse rispetto a quelle di Flores. Invece Lele Marchitelli ha indovinato le atmosfere e ha composto brani di pregevole impatto visivo. Rimane difficile fare un film credibile su un musicista, sopratutto quando le vicende umane prendono il sopravvento . Ancora più difficile trasporre in immagine il disagio, la malattia mentale, il suicidio. Piano solo non entrerà nel novero dei capolavori della cinematografia italiana, tantomeno è stato un blockbuster, ma è un onesto ed emozionante tentativo di restituirci almeno parte del talento e della vita di un giovane sfortunato musicista fiorentino.
