Alla luce di una luna in frac

Un riassunto per la memoria di quasi mezzo secolo di Tuxedomoon

La recente pubblicazione dell’ottimo “In this very world“(Crammed discs), ultimo album del compositore, cantante e sassofonista statunitense Steven Brown, ha attivato un clic nei miei cassetti della memoria, e ne è uscita una moltitudine di “cartelle” riconducibili alla storia, ormai vicina ai cinquanta anni, di una fra le più straordinarie esperienze musicali, ma è meglio dire culturali, sviluppatasi tra la fine del secolo scorso e l’attuale, e collocata in un punto di incrocio ideale fra art rock, elettronica, classica e jazz con un inconfondibile marchio di fabbrica: quello dei Tuxedomoon.

Il disco di Brown,uno dei membri fondatori della band, da qualche anno domiciliato a Oaxaca in Messico, da dove continua periodicamente ad inviare i suoi dispacci ad un un mondo molto diverso da quello dei suoi inizi, mescola, al solito, gli ingredienti base del mondo Tuxedomoon: una cover di David Bowie (“Panic in detroit“), una rileborazione di Shostakovic, brani permeati di atmosfere spettrali e misteriose, una composizione dal passo ostinato e dalla struttura multi strato, con il clarinetto che dialoga con la tromba (“Nakba” ), un’altra che esplora con i fiati atmosfere oscure (“Luce“) e che sembrano chiari omaggi al passato, insieme a canzoni che attingono chiaramente le proprie fonti dal genere un tempo definito new wave.

L’idea di riepilogare in un articolo la storia della band statunitense risponde ad un duplice scopo: da un lato svolgere un percorso a ritroso attraverso le fasi ed i dischi che hanno accompagnato una delle mie vite di ascoltatore ed appassionato, e, dall’altro, lasciare un seme alle nuove generazioni o a chi, per i motivi più vari, non ha mai incrociati i propri percorsi con quelli della “luna in frac”.

Le origini – San Francisco :(1977- 1980)

Il nucleo primario della band si coagula intorno a Steven Brown, nato a Chicago nel 1952 e Blaine L. Reininger, da Pueblo, Colorado, del 1953, conosciutisi in occasione di un corso di musica elettronica, ai quali si uniscono presto il cantante e performer Winston Tong. il bassista Peter Principle ed il video maker Bruce Geduldig. L’atmosfera degli inizi, nel 1977, è quella della scena punk di San Francisco, locali come il Deaf Club ed etichette come la Ralph Records dei dissacranti Residents, che convogliano le correnti di energia creativa ed iconoclasta di un movimento del quale i Nostri si trovano a far parte quasi casualmente, manifestando fin da allora un approccio molto più sofisticato e ricco di spunti rispetto alla maggior parte delle bands punk dell’epoca. Basta ascoltare il loro primo singolo in assoluto, “Pinheads on the move” registrato nel febbraio 1978, che nel 1987 darà il titolo ad una doppia raccolta con tutti i primi singoli e vari pezzi d’archivio: insieme all’immancabile drum machine e ad una aggressiva sezione di sintetizzatori, ad un certo punto compare il violino di Reininger, elemento che per lunghi anni caratterizzerà il suono della band. Impensabile in qualunque disco punk dell’epoca.

Il dittico “Half Mute/Desire“(1980/1981) i due primi album targati Tuxedomoon, è comunque il passo che consolida l’identità e la reputazione della band inizialmente negli Stati Uniti e successivamente anche in Europa. Oggetti misteriosi all’epoca della loro pubblicazione, oggi divenuti veri punti di riferimento della musica elettronica d’avanguardia, dove l’urgenza di un basso incombente, le secche cadenze di una batteria elettronica ed i voli rasenti dei synths si incrociano con le spirali di un violino o un sax che improvvisa libero. Canzoni dalle cadenze metronomiche (“Loneliness, “What use?”, “7 years” ) si alternano a brani strumentali estremamante raffinati e nel contempo efficaci nel rappresentare una drammaturgia in linea con le ribollenti istanze dell’epoca.

C’è un brano di “Desire”, la suite costituita da “East/Jinx / Music #1” che unisce e rappresenta alla perfezione le diverse anime dei Tuxedomoon : un’estatica introduzione dai toni solenni e l’atmosfera cameristica contrapposta al pulsare di un basso elettrico, la song dalle cadenze orientali danzanti ed avvolgenti, ed una sezione strumentale astratta e sperimentale.


In una raccolta che bilancia in modo più omogeneo rispetto all’esordio le varie anime del gruppo in composizioni dal formato più compiuto, si segnala la conclusiva “Holiday for Plywood” dall’andamento immaginifico, quasi una piccola colonna sonora. E’ un ennesimo segnale di interesse del gruppo, che periodicamente metterà mano, alla propria maniera, anche a standards della tradizione mainstream: fra i brani del primo periodo figuravano “I left my heart in San Francisco” e “I heard it through the grapevine“, mentre uno dei numerosi EP del periodo fine anni settanta, “No tears“, conteneva un’irriconoscibile “Nite and day” stravolta elettronicamente.

Europa :1980 -1991

La sensibilità per forme musicali vicine alla tradizione classica, l’interesse per l’arte nella sua accezione più ampia, che include cinema ed arti visive, teatro e balletto, e la volontà di integrarsi in una scena musicale più ricca di stimoli, porta la band alla decisione di trasferirsi in Europa, in varie fasi fra Brussels, l’Olanda, Londra e l’Italia, paese con il quale i Tuxedomoon svilupperanno un rapporto molto stretto, soprattutto grazie alle collaborazioni con l’etichetta Materiali Sonori. In Belgio il coreografo Maurice Bejart commissiona al gruppo la colonna sonora per il balletto “Divine” dedicato a Greta Garbo, pubblicato come terzo album, con il brano dai toni cabarettistici “Ninotchka“. Qui si consuma, inoltre, all’apice di una serie infinita di disavventure a base di strumenti rubati, concerti trasformati in risse, incidenti e sfratti, la prima frattura con Blaine Reininger. Al suo posto viene reclutato il trombettista olandese Luc Van Lieshout, che diventerà nel tempo un elemento fondamentale per la musica della band.

Una fra le ultime uscite della formazione originale è il doppio 12″ “Suite en sous sol”, ispirato alla cantina belga che ospitava le prove: pubblicato in origine dalla Italian Records, il disco contiene aperture a sonorità etniche (“Courante marocaine“) ed una collaborazione con percussionisti arabi (“L’estranger“), ad arricchire la molteplicità delle fonti a cui attinge il composito stile del gruppo.

Proprio la tromba di Val Lieshout apre il quarto album dei Tuxedomoon, “Holy wars“(Cramboy), in una nerissima “The waltz” costruita sul bordone di un basso ripetitivo e distorto. Il disco consolida e sviluppa lo stile ed il campo di riferimento della band: strumentali immaginifici/apocalittici si alternano a songs dalla complessa struttura che rappresentano il tentativo di contenere in forme circoscritte il furore degli esordi, ed a tratti richiamano il miglior David Bowie (“Bonjour Tristesse“). “Holy wars” contiene anche il brano più conosciuto dei TM: “In a manner of speaking“, un capolavoro di leggerezza ed intensità dedicato al tema della difficoltà a dare voce ai sentimenti.

I successivi “Ship of fools” (1986) e “You” (1987) confermano, fra qualche episodio meno riuscito e guizzi di creatività, tutte le sfaccettature del mondo Tuxedo. E’ il momento di fare spazio ad un nuovo membro, il polistrumentista belga Ivan Georgiev, il cui arrivo coincide con una nuova tendenza verso brani dai ritmi movimentati e danzerecci. Il lato B del primo mini lp , invece, mette in fila una sequenza di brani acustici imparentati anche con il jazz come la conclusiva “The Train“.

L’ultimo capitolo della seconda fase è “The Ghost sonata“, (1991) la registrazione di uno spettacolo multimediale adattato dal dramma di August Strindberg, che la band aveva messo in scena fin dal 1982. Un disco sperimentale ed oscuro che recupera la vena più vicina al mondo della musica classica e contemporanea, riprendendo alcune composizioni del primo periodo come “Music #2“.

Nel decennio successivo la band entra in uno stato di pausa, lasciando ampio spazio alle produzioni soliste dei suoi membri, ciascuna delle quali riporta l’eco, di una o più delle tante facce del prisma Tuxedomoon: la vena espressionistica delle canzoni di Brown, le tendenze cameristiche del violino di Reininger, l’elettronica frequentata da Peter Principle, il jazz accarezzato dalla tromba di Van Leishout. Diverse sono anche le destinazioni geografiche scelte dai vari membri : Steven Brown si trasfersce in Messico, Peter Principle a New York, Blaine L. Reininger in Grecia, Luc Van Lieshout a Bruxelles, Bruce Geduldig a Bruxelles e quindi in Portogallo.

Il ritorno: 2004 –

Solo agli inizi del nuovo millennio iniziano a spuntare i segnali di un ritorno in attività della gloriosa sigla Tuxedomoon . Prima esce un doppio cd live registrato a San Pietroburgo nel 2002 che segna il ritorno di Blaine Reininger in trio con Brown e Principle pubblicato in edizione limitata a 5000 copie dall’etichetta russa neoacustica. Un piccolo ricordo personale mi lega a questo disco, reperito direttamente (copia n.1455) presso la Materiali sonori a S. Giovanni Valdarno, con qualche “mugugno” da parte di un Giampiero Bigazzi poco propenso a ricevere clienti direttamente nella sede dell’etichetta. Il disco è una celebrazione dei primi due album in un concerto che rappresenta più di un omaggio alla storia della band. Una vera e propria rinascita.

Nel 2016 con l’Half Mute Tour la formazione storica ha riproposto sul palco il suo primo repertorio, una serie di concerti dedicati alla memoria di Bruce Geduldig, deceduto il 7 marzo 2016 L’anno successivo, il 17 luglio, muore a Bruxelles per un malore anche il bassista Peter Principle, mentre il gruppo stava preparansosi per nuove avventure live e discografiche.

La reunion si consolida nel 2004 quando i Tuxedomoon tornano in studio in Italia, a Cagli (Marche) per registrare “Cabin in the sky” (Crammed disc), al quale partecipano Steven Brown, Blaine Reininger, Peter Principle e Luc Van Lieshout, insieme a numerosi ospiti quali Tarwater, John McEntire dei Tortoise, Marc Collin dei Nouvelle Vague e DJ Hell. Il disco rappresenta un pieno ritorno alle sonorità ormai riconoscibili come marchio di fabbrica della band, basso wave ed elettronica fusi con violino e sassofoni con nuove sfumature di particolare raffinatezza in brani strumentali come “Annuncialto“. Per la prima volta troviamo songs cantate in italiano, quello un pò sghembo di Steven Brown in “Diario di un egoista” , insieme a brani che rappresentano vertici del repertorio della band a livello compositivo e di interpretazione come “Misty Blue“.

Seguono vari tour di concerti dal vivo, e, nel 2006, la pubblicazione di un nuovo lavoro frutto di sessions improvvisate ,”Bardo Hotel Soundtrack” collegato al romanzo di Brion Gysin “The Bardo Hotel”, ambientato in un hotel di Parigi, dove Gysin e William Burroughs misero a punto le tecniche radicale del “cut-up” e del “fold-in”.

L’anno successivo viene pubblicato “Vapour Trails” (2007), ad oggi ultima effettiva raccolta di composizioni inedite dei Tuxedomoon: registrato in Grecia, l’album offre una panoramica della dimensione multi culturale assimilata nel tempo dai membri della formazione : songs in lingua spagnola, retaggio della residenza messicana di Brown come “Mucho Colores“, una “Still Small Voice” che echeggia chiaramente Bowie, un omaggio ambientale a “Kubrick“, la dinamica e funky “Big Olive“, cantata in greco, il jazz in chiave ambient di “Dark Temple” e quello abbinato alla ritmica metronomica di “Dizzy”, il patchwork multi stilistico di “Epso meth Lama” che sembra un brano dei primi Gong .



Per Il 30° anniversario della band viene pubblicato un cofanetto in edizione limitata intitolato 77o7, che comprende “Vapour Trails” insieme ad un CD live registrato all’inizio del 2007 ed a “Lost Cords“, CD di registrazioni inediti di archivio, insieme a “Found Films“, DVD con 160 minuti di immagini e performance provenienti da varie fonti.

Ultimi documenti fino ad oggi registrati, nel 2014, il solo vinile di “Pink Narcissus”,  colonna sonora del cult movie di James Bidgood del 1971 e nel 2015 ” Blue Velvet revisited” con i Cult With No Name,  ost per il documentario basato su filmati girati da Peter Braatz nel 1985 sul set di Blue Velvet di David Lynch.

Da allora nessun segnale è più pervenuto dalla casa madre, ma tutti i fans, sempre attenti alle prove soliste dei vari membri, sanno che le sembianze della luna in frac, quel modo unico di spezzare le convenzioni musicali per ricomporle a pezzetti nel loro cabaret elettro/ jazz, sono pronte a riprendere vita non appena le circostanze saranno propizie.

Ai Tuxedomoon sono stati dedicati due libri, ai quali ho attinto anche per questo breve excursus : quello di Giampiero Bigazzi uscito per Stampa Alternativa con incluso un 7″ con “Michael’s theme” di Nino Rota ed un collage di interviste sul lato B, che si ferma alla seconda fase della band, e, nel 2008 l’omnicomprensivo “Music for vagabonds” The Tuxedomoon Chronicles di Isabelle Corbisier. La foto di copertina è tratta dall’archivio Materiali Sonori.

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