Omaggio a Mike Westbrook

La storia di Mike Westbrook, raccontata come un flusso di memoria che si apre e si richiude come una fisarmonica, comincia sempre allo stesso modo: un uomo seduto al pianoforte, la schiena leggermente curva, lo sguardo che non guarda i tasti ma un punto lontano, come se la musica gli arrivasse da un’altra stanza del mondo. Da ieri quella stanza è diventata silenziosa, ma il suo riverbero continua a vibrare.

Immaginatelo ragazzo, a Torquay, con il vento del mare che gli spettina i capelli e un quaderno pieno di schizzi, appunti, idee. Prima ancora di essere un musicista, Westbrook è un pittore mancato, un osservatore del mondo. Le sue prime bande, nel 1958, non nascono da un’idea di carriera ma da un’urgenza: dare forma a un suono che ancora non esiste. È un jazz che non vuole imitare nessuno, che non cerca l’America ma la propria voce.



Quando arriva a Londra nel ’62, la città è un laboratorio febbrile. I club sono piccoli, fumosi, pieni di giovani che vogliono reinventare tutto. Westbrook entra in quel fermento come un architetto che ha già in mente una cattedrale. I suoi ensemble crescono, si moltiplicano, si trasformano. Celebration, Release, Marching Song: titoli che sembrano capitoli di un romanzo epico, e in effetti lo sono.



La musica di Westbrook è stata un luogo doveEllington cammina accanto a William Blake, la free improvisation si intreccia con la disciplina orchestrale, il teatro entra nella musica e la musica invade il teatro. La tradizione diventa materia viva, da piegare, reinventare, contraddire.

On Duke’s Birthday non è un omaggio: è un dialogo tra due spiriti affini, un ponte tra epoche che solo lui poteva costruire.



Poi arriva Kate Westbrook. Non solo una voce, non solo una librettista: una presenza scenica che trasforma ogni progetto in un’opera totale. Insieme creano mondi: Mama Chicago, The Serpent Hit, i cicli su Blake. Lei dipinge con le parole, lui con i suoni. È una delle grandi storie d’amore del jazz europeo, fatta di lavoro, rischio, invenzione continua.



Grande destino, quello di Westbrook: amatissimo in patria, venerato all’estero. In Francia, in Italia, in Sicilia, le sue suite diventano eventi, celebrazioni, riti collettivi. Le sue big band riempiono teatri barocchi, piazze, festival. Ogni volta, la stessa sensazione: non stai ascoltando un concerto, stai entrando in un universo.



La sua morte, ieri, non chiude una storia: la spalanca. Perché Westbrook lascia un’eredità che non è fatta solo di dischi, partiture, registrazioni. Lascia un modo di pensare la musica come atto poetico, come gesto civile, come spazio di libertà.


Foto di Laurent Poiget

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