
Il Milestone di Piacenza si è trasformato, per novanta minuti cronometrati, in un laboratorio alchemico ancestrale. Sul palco Amaro Freitas, un artista che oggi non si limita a suonare il jazz, ma tende a distillarlo come un liquore nero, denso, connesso a suoni antichi ma carico di promesse madide di freschezza. Una proposta sincera, capace di scaldare cuori cinici e risvegliare sinapsi assopite da troppi ascolti in streaming.
Il set è stato una sorta di dittico, quasi una partitura architettonica divisa in due blocchi distinti. Nei primi quaranta minuti, Freitas si è presentato in un piano solo rigoroso. Qui è emerso il dialogo continuo del pianista di Recife con la tradizione, sia jazzistica che personale: echi stride che emergevano come fantasmi tra poliritmie latine, cellule melodiche ripetitive e ipnotiche declinate tra frevo e baião, tutte idee sviluppate con drive inesausto e danzante, che a tratti ha ricordato anche il grande Chick Corea.
Chi ha bazzicato il suo ultimo disco “Y’Y” ha ritrovato “Mapinguari (Encantado da mata)” ,”Dança dos Martelos” e altre schegge dai precedenti lavori a precedere il momento centrale del concerto, una rilettura di ‘Round Midnight‘. Il suo Monk è ovviamente originale e speziato, una danza percussiva con digressione quasi cameristica, una versione cangiante che ha esaltato i contorni del tema con grazia e totale controllo dello strumento-orchestra che Freitas tende a dominare in senso fisico, cavandone suoni da ogni dove.
Poi, il cambio di passo. Quella che era un’esibizione da jazz performer tutto sommato canonica si è trasformata in uno show amazzonico collaudato. Freitas ci ha spalancato le porte del suo mondo, parlando col pubblico, spiegando i brani e trasformando il pianoforte in un ecosistema. Sono apparse le mollette da bucato sulle corde del prepared piano, è entrata l’elettronica — delay dosati con discrezione — e una serie di flautini, conchiglie e richiami d’uccello che hanno evocato il cuore della foresta. Un invito, anche fortemente politico, a vivere e sentire i respiri della natura, riconoscendola come nostra antenata e come unico futuro. In questa fase, Freitas ha mostrato una visione progettuale legata ai fascinosi rituali del Pernambuco, salutato idealmente il concittadino Nanà Vasconcelos e nel finale ha offerto una melodia elementare, quasi fanciullesca, per far cantare il pubblico del Milestone, che dopo aver rotto gli indugi ha acceso, su invito di Freitas, anche le luci dei cellulari per creare una costellazione tascabile a chiusura dei giochi.
Qualcuno potrebbe eccepire un eccesso di “piacioneria”, ma siamo pur sempre lontani mille miglia da espedienti d’avanspettacolo su scala Bollani, giusto per essere chiari, insomma Freitas sa dosare al meglio, anche spiritualmente, gli ingredienti di un recital pianistico ed ha voluto, da sciamano/show man, chiudere il set trasmettendo energia e positività a piene mani. Il rito collettivo ha mescolato il battito viscerale di un Brasile decolonizzato e mai domo con l’entusiasmo del Milestone, ricordandoci — tra un coro e un riflesso digitale — che il jazz o è inclusivo, oppure non è. Ci siamo portati a casa il retrogusto persistente di un Amaro che, per una notte, qui è stato davvero il liquore di tutti.

