L’aria dei festival jazz estivi sa ormai di qualcosa che non c’è più: un profumo svanito, un’eco lontana di ciò che un tempo era rito, ricerca, rischio, comunità. Oggi, in molte rassegne, il jazz è diventato un ospite di passaggio, un soprammobile da esibire per legittimare un cartellone che punta altrove: rock da stadio, pop da playlist, canzonette da aperitivo. Il risultato è una stagione che porta ancora il nome “jazz”, ma sempre meno la sua anima.
L’ ultimo clamoroso esempio viene da un festival nuovo, il Jazz Open di Modena, dove c’è un po’ di tutto, di jazz proprio poco, e ovviamente quello più trendy e fashion, con un occhio sempre rivolto al pop, con tutta la mediocrità celata in questo appellativo. In compenso il costo dei biglietti sembra su misura per faccendieri, magnati ed evasori fiscali che non per normali appassionati. Qualcuno è disposto seriamente a spendere 300 euro per Diane Krall e Gregory Porter? Ma ancora più odiosi sono i 59 euro richiesti per chi è in sedia a rotelle. Leggere i nomi del programma conferma la natura puramente speculativa dell’ organizzazione: una macedonia di musicisti e di generi, nessun filo conduttore se non la facile ricerca del profitto, l’ etichetta “jazz” usata per scopi che nulla hanno a che fare con il significato del termine. Insomma, la solita presa in giro per l’ appassionato.

I festival estivi erano nati come laboratori a cielo aperto, luoghi dove ascoltare ciò che non si sentiva altrove: nuove formazioni, improvvisazioni radicali, incontri irripetibili. Oggi, invece, molti direttori artistici sembrano inseguire un’altra logica: biglietti da vendere a migliaia, non centinaia. Nomi riconoscibili, anche se non hanno nulla a che fare con il jazz. Eventi “instagrammabili”, più che musicalmente necessari.

Il jazz, con la sua complessità, la sua lentezza, la sua richiesta di ascolto attivo, è diventato un corpo estraneo in un ecosistema che privilegia il consumo rapido e la festa permanente.
La giustificazione è sempre la stessa: “Dobbiamo aprirci a nuovi pubblici.”
Ma aprirsi non significa snaturarsi. Aprirsi non significa trasformare un festival jazz in un festival pop con qualche tromba di contorno. Aprirsi dovrebbe voler dire creare percorsi di ascolto, educare senza paternalismi, mettere in dialogo linguaggi diversi senza che uno schiacci l’altro.
Invece, troppo spesso, l’apertura è diventata una resa: si programma ciò che vende, non ciò che serve.
La contraddizione è evidente: il jazz contemporaneo è in un momento fertile. Giovani musicisti stanno reinventando il linguaggio, mescolando tradizione e avanguardia, elettronica e spiritualità, Africa e America, club culture e improvvisazione.
Eppure, proprio ora che il jazz è più vitale, molti festival lo abbandonano.

È come se, davanti a un giardino in piena fioritura, si decidesse di asfaltarlo per farci un parcheggio
Quando un festival rinuncia al jazz, non perde solo un genere musicale: perde una postura culturale. Il jazz è ascolto, rischio, dialogo, memoria, invenzione. È un’arte che non si accontenta, che non si ripete, che non si lascia addomesticare.
Sostituirlo con il pop da radio significa rinunciare a un pezzo di identità, a un modo di stare nel mondo
Eppure, non tutto è perduto. Esistono ancora festival che resistono, che rischiano, che credono nella qualità. Sono più piccoli, più fragili, ma anche più veri. Purtroppo ben pochi nel nostro paese, dove l’omologazione regna sovrana.
Forse la rinascita del jazz estivo passerà proprio dai piccoli: da chi non ha paura di essere minoritario, da chi sa che il pubblico non va blandito ma sfidato, da chi crede che la musica non sia solo intrattenimento ma un atto di immaginazione collettiva.
Forse la domanda da porsi è semplice: vogliamo festival che ci facciano ballare per una notte o festival che ci cambino per sempre?
La risposta è evidente nei cartelloni della maggior parte dei festival. Non rimane che frequentare gli altri.
“Il jazz è arte e gli affari sono affari, e raramente le due cose si incontrano.”
Leonard Feather
