Il tema dell’incontro disegna un percorso attraverso tutti i brani di questo disco. Incontro di tre musicisti uniti da lunga consuetudine, il chitarrista polacco Maciek Pysz, il bandoneonista italiano Daniele DI Bonaventura ed il bassista di origine sovietica Yuri Goloubev. Ai quali viene naturale aggiungere un quarto membro, il tecnico del suono Stefano Amerio che assicurò la consueta cura acustica all’esordio di Pysz “Insight” nel 2013 e ritorna a creare l’ ambiente sonoro per questo “Pont di Vie“, garantendo una dimensione ideale per il contesto totalmente acustico degli strumenti. Ma l’incontro, ed il suo luogo simbolico – il ponte – contiene anche una suggestione personale per l’autore, dettata dalla recente perdita del padre, ovvero la transizione fra la vita e la morte, la presenza e l’assenza, ciò che finisce e ciò che invece continua.
L’invito all’ascoltatore è allora quello di “salire sul ponte, ascoltare in profondità e trovare il proprio passo, abbracciando lo spazio fra luoghi, identità, momenti e riconoscere che spesso è là, nell’atto stesso di attraversare, che la vita rivela il suo significato più reale“.
“Pont di Vie” (abeat records) riassume la carriera del chitarrista autodidatta polacco, il suo approccio melodico espressivo ed immaginifico, in tredici composizioni che attraversano un ampio raggio di suggestioni musicali e stati d’animo, uniti dal comune denominatore di quel “passo personale” a cui accenna l’autore: quello del trio protagonista è sicuramente ben calibrato e centrato in una musica che si dipana quieta e serena nelle proprie acque melodiche, regalando però, in vari passaggi, motivi di interesse e sorpresa nei dialoghi fra gli strumenti e nelle frequenti parti soliste improvvisate.
L’avvio di “Into the forest” esplicita adeguatamente il tono del lavoro ed i ruoli degli strumenti nella costruzione di un tessuto denso di spunti e richiami alle varie culture del mondo musicale del suo autore, fra le quali il jazz e l’improvvisazione, nonostante la forma possa indurre apensare il contrario , gioca un ruolo importante, esplicitato nelle sezioni improvvisate dai tre strumenti, cui si unisce, in tre brani il pianoforte nelle mani di Di Bonaventura ed in uno in quelle di Goloubev.
Fra le corde delle chitarre acustica e classica di Pysz, quelle del contrabbaso ed i tasti del bandoneon scorrono brani dall’impronta immaginifica come “Le chanson d’helene” del compositore di colonne sonore Philippe Sarde, malinconie brasiliane ( “Beja Flor” di Nelson Cavaquinho), composizioni originali di Pysz che richiamano atmosfere argentine (“Le pont de passage“), francesi (“Paris dreams“), o ispirazioni dalla propria cultura multietnica che producono piccole perle melodiche come “Flow”, “Heart” e “Surrender“.
Di Bonaventura e Goloubev forsiscono un brano a testa dal proprio repertorio. “Sogni di Primavera” e “Cjavalì” sono i momenti più intimisti e raccolti, il primo per sola chitarra, il secondo, vicino a suggestioni classiche, interpretato dal pianoforte del musicista russo in duetto con la chitarra.
All’estremo opposto sta invece il brano più articolato, “It should have happened“, introdotto dall’archetto del contrabbasso e sviluppato seguendo una sospesa linea melodica che alterna suono e silenzio, fino a prendere forma compiuta per subito sfaldarsi seguendo il solo del contrabbasso e quello della chitarra fino alla ripresa da parte del pianoforte.
Non tragga in inganno l’apparente uniformità del contesto, nè il compatto organico strumentale: “Pont de Vie” è un viaggio che, se compiuto con il passo che ciascuno sceglierà come più consono al proprio spirito, può regalare sorprese e soddisfazioni.
