Fondato nel 1989 dal percussionista e compositore Massimo Barbiero, Odwalla rappresenta uno dei progetti più longevi e originali della scena italiana dedicata alla ricerca ritmica. Nato come ensemble di sole percussioni, il gruppo ha progressivamente ampliato la propria identità includendo marimba, vibrafono, batterie multiple, percussioni africane, oggetti sonori e danza contemporanea, fino a diventare un laboratorio interdisciplinare unico nel suo genere.

La poetica di Barbiero si fonda su un principio semplice ma radicale: il ritmo non è accompagnamento, ma struttura portante, linguaggio primario, architettura emotiva. Da qui la scelta di costruire un ensemble che non “sostiene” la musica, ma è la musica.
Negli anni, Odwalla ha collaborato con figure di rilievo come Hamid Drake, Don Moye, Mino Cinelu, Baba Sissoko, integrando tradizioni africane, jazz contemporaneo, minimalismo e improvvisazione strutturata. Il risultato è un repertorio che alterna scrittura rigorosa e apertura timbrica, con una cura particolare per la dinamica e la stratificazione poliritmica.

La rassegna S-Centrati, musica e storie nei quartieri, proponeva venerdi scorso a Bergamo il concerto di Odwalla nell’ombroso cortile della biblioteca Betty Ambiveri. Posto delizioso, peccato che il concerto fosse stato poco pubblicizzato e, di conseguenza, l’afflusso di pubblico non è stato all’altezza della musica proposta.
Il palco si presenta come un ecosistema sonoro:la marimba di Barbiero a sinistra, fulcro armonico e timbrico;il vibrafono di Matteo Cigna a destra, responsabile delle tessiture più eteree;le batterie di Stefano Bertoli e Alex Quagliotti ai lati, in funzione di dialogo e contrappunto;i tamburi africani e le percussioni di Dudù Kwateh e Babarà Yattara in posizione frontale, a definire la componente ancestrale del suono, e infine all’estrema destra la splendida voce di Gaia Mattiuzzi.

La disposizione non è casuale: suggerisce una geografia del ritmo, una mappa in cui ogni strumento occupa un ruolo funzionale nella costruzione del paesaggio sonoro.
Il concerto si apre con una sovrapposizione strumentale che genera un effetto di poliritmia controllata, tipico della scrittura di Barbiero, che lavora sulla percezione del tempo come spazio elastico.
Odwalla utilizza un ventaglio timbrico estremamente ampio:legni (marimba, log drum),metalli (vibrafono, piatti sospesi, gong),membrane (djembe, tama, grancasse),oggetti .
La cura del suono è maniacale: ogni colpo è calibrato, ogni risonanza è lasciata vivere fino al punto esatto in cui diventa parte della frase successiva.
L’improvvisazione non è mai decorativa. È funzionale alla forma, spesso costruita su micro-variazioni ritmiche che modificano la percezione del flusso. Il dialogo tra vibrafono e marimba, in particolare, mostra una padronanza notevole della dinamica: pianissimi sospesi, crescendi millimetrici, attacchi morbidi che sfumano nel corpo delle percussioni africane.
I danzatori Sellou Greuet, Katia Gatti e Ibrahim Ouattara non interpretano la musica: la prolungano. Il loro lavoro corporeo si integra con la struttura ritmica, trasformando il concerto in un dispositivo scenico complesso. La danza diventa un vettore visivo della poliritmia: rotazioni, scatti, sospensioni che rispecchiano i cambi di densità sonora.

A metà concerto, l’ensemble raggiunge il suo apice: un crescendo collettivo in cui tutti i percussionisti convergono su un modulo ritmico comune, per poi divergere in linee indipendenti. L’effetto è quello di un organismo che respira, si espande, si contrae.
La marimba di Barbiero, nel successivo solo, introduce una sezione lirica di grande raffinatezza: frasi spezzate, intervalli aperti, un uso sapiente del registro grave per creare un senso di sospensione meditativa.
Il concerto conferma la maturità di un progetto che, dopo oltre trent’anni, continua a evolversi senza perdere identità. Odwalla dimostra come la percussione possa essere linguaggio completo, capace di esprimere melodia, architettura, narrazione e gesto scenico.
La performance a Bergamo è stata un esempio di coerenza estetica, rigore tecnico e profonda sensibilità timbrica. Un concerto che non si limita a intrattenere, ma interroga il pubblico sul senso stesso del ritmo come forma di pensiero.
