Collane in edicola:sarà vera gloria ?

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…un paio di giorni fa la mia attenzione è stata catturata dall’annuncio di una nuova collana di cd allegati a L’Espresso/Repubblica, dall’inequivocabile titolo “Jazz Now – Il meglio del jazz contemporaneo internazionale in 20 cd”, ho pensato subito che una ricognizione (per quanto parziale, come tutte le ricognizioni) di quanto si è mosso ultimamente sotto l’ombrello sempre più grande del jazz, era un’ottima idea!

Chissà chi c’è, mi sono chiesto… Steve Coleman? Julian Sage? Avranno messo quel furbacchione di Kamasi Washington? Brad Mehldau? Mary Halvorson? I Bad Plus o gli E.S.T.? Cécile McLorin Salvant? Vijay Iyer? Jason Moran? Forse gli Snarky Puppy? Qualche nome più legato all’avanguardia? Qualche nome ECM? Chissà…  In effetti è mica facile scegliere, chissà come avranno fatto…

Poi sono andato a vedere il piano dell’opera (eccolo qui) e… beh, mi sa che ci sono un po’ di cose su cui fare una bella riflessione!

Enrico Bettinello, Il giornale della Musica

Fonte: https://www.giornaledellamusica.it/articoli/jazz-edicola-nel-cellophane-dei-luoghi-comuni

La disamina di Bettinello non fa una piega, leggendo il suo articolo non si può che condividere le motivazioni della sua (e nostra) delusione per una collana sbandierata come il non plus ultra della musica jazz internazionale contemporanea che invece all’atto pratico si rivela come una compilation di album sia pur mediamente di ottima qualità ( e negli archivi di qualsiasi appassionato sopra gli “anta”) ma registrati alcuni decenni fa, tant’è che alcuni protagonisti sono nel frattempo scomparsi,  per la meritoria etichetta italiana Red Records.

Lascio ai lettori interessati approfondire l’articolo, io invece voglio ricordare che le collane de L’Espresso/La Repubblica dedicate alla musica jazz sono state per lungo tempo una  passerella per i soliti noti. Per anni i compact hanno riportato concerti live alla Casa del Jazz di Roma dei nostri migliori musicisti. E se, per le prime edizioni, si poteva parlare di interessanti documenti live, per quanto ben difficilmente aggiungessero qualche novità significativa, dopo alcuni anni la mancanza di innovazione e di nomi nuovi, che di sicuro e per fortuna non mancano, è diventato un limite cosi’ pesante da inficiare la validità delle raccolte, questo per un pubblico di jazzfans di medio-lungo corso.

Che senso può avere per un appassionato acquistare l’ennesimo album del famoso trombettista piuttosto che dell’estroso pianista che non fanno che assommarsi alla già debordante discografia dei suddetti ? Comprendo le ragioni dell’editore, un album a nome di un musicista conosciuto solo dai più informati non venderebbe come quello intitolato al plurimediatico tastierista milanese, anche se magari la proposta più fresca è la prima, ma allora si va ad escludere dal pubblico potenzialmente interessato proprio colui che dovrebbe essere il maggior destinatario della collana: il jazzfan.

E trovo risibile anche il tentativo raffazzonato della penultima collana, quando sotto il nome (di notevole fantasia …) di Giovani Leoni si propongono giovani musicisti, ma, ahimè, impegnati in un repertorio rock che nella maggior parte dei casi li penalizza e li rende poco appetibili, perlomeno ad un pubblico jazzisticamente adulto.

Nelle lamentazioni non può mancare poi il fatto che spesso i musicisti, in evidente carenza di idee originali, propongono omaggi non a grandi della loro musica come sarebbe più logico anche se improbo, ma a cantanti (che dieci metri oltre il confine italiano sono dei perfetti sconosciuti al mondo intero) le cui canzoni mal si addicono a metrica e respiro di un combo jazz, con l’avvilente risultato di far rimpiangere gli originali.

Tutte queste argomentazioni per giungere alla conclusione: non so e non mi importa sapere chi decide il piano editoriale delle diverse uscite in casa Espresso/La Repubblica. Però, quando ci si occupa di musica jazz, vorrei la stessa attenzione e serietà che si pone nelle collane di altro genere. Chiedo troppo ? Diversamente non può che verificarsi quanto già ricordato: il medio appassionato se ne guarda bene dall’acquistare.

1 Comment

  1. Qualche considerazione a margine delle riflessioni prima di Bettinello e poi del nostro Roberto Dall’Ava. Da EX lettore deluso de ‘La Repubblica’ e ‘L’Espresso’ (seguiti peraltro in anni difficili, credo di esser uno dei pochi che ancora ricordano il ‘numero zero’ di Repubblica del 1976… con le sue tante promesse – presto tradite – di rinnovamento giornalistico), constato facilmente che anche in questa piccola iniziativa l’editore è clamorosamente scivolato sulla buccia di banana di una compiaciuta autocelebrazione ed autoreferenzialità che da tempo fa parte integrante dello ‘stile della Casa’. Diciamo che se questa collana si fosse intitolata “Red Records, un testimone italiano del jazz degli anni ‘80”, si sarebbe dato prova di maggior correttezza (la provenienza Red dei materiali passa quasi inosservata) e sul piano culturale ci si sarebbe risparmiati un grottesco scivolone. Ma astraiamoci da questa pessima ed autolesionistica presentazione, e vediamo chi possa beneficiare di questa pubblicazione.
    In primis, per l’ “appassionato” di medio-lungo corso non è possibile ipotizzare alcuna seria offerta da parte della stampa generalista: il quadro del jazz e della musica improvvisata degli ultimi 20 anni è letteralmente ‘esploso’ non solo dal punto di vista creativo, ma anche da quello dei canali editoriali e distributivi: impensabile fornirne anche una sommaria panoramica, bisognerebbe inoltrarsi in una giungla di etichette (alcune già defunte lasciandosi alle spalle grovigli contrattuali pressocchè inestricabili) intavolando ardue trattative con una folla di soggetti detentori di diritti. Il jazzfan documentato ed acculturato è maestro nella problematica arte di muoversi in questa selva oscura a caccia di quello di vivo ed originale che vi si nasconde spesso nei recessi meno accessibili, non ha bisogno certo di farsela insegnare da ‘esperti’ di marketing che hanno sfornato il papocchio di cui sopra. Occorre tener però presente che parecchi degli ascoltatori più giovani hanno cominciato ad accostarsi al jazz quando i dischi Red Records erano già da tempo svaniti dagli scaffali e facilmente possono ignorare questo catalogo costruito con scelte precise, tali da dare una impronta molto netta all’etichetta (erano i tempi in cui jazzmen americani di chiara fama venivano ad incidere in Italia dalle rimpiante Red, Black Saint, Soul Note). Considerato che poi che l’iniziativa sfrutta quel poco che resta del moribondo canale di distribuzione delle edicole (che negli scorsi venti anni ha avuto tanti meriti nella diffusione di cinema e musica di qualità, soprattutto in ambiti di provincia), almeno questo target potrebbe esser raggiunto ad onta della superficialità e dell’approssimazione della pianificazione dell’iniziativa. Discutibile è senz’altro la scelta di proporre delle compilation (tra l’altro con costi tecnici aggiuntivi), anziché scegliere un album originale e completo per ciascuno dei musicisti presentati (alcuni di essi hanno inciso per Red cose che le major americane che li avevano sotto contratto non gli avrebbero mai consentito con la stessa libertà creativa – vedi dichiarazioni di Bobby Watson di qualche mese fa su Musica Jazz). Del tutto inspiegabile è poi l’esclusione dalla collana di Franco D’Andrea, che ha affidato a Red rilevantissime prove da leader: speriamo che dietro ci siano impicci contrattuali e di diritti, se si trattasse di una deliberata scelta ‘artistica’ si tratterebbe di un altro strafalcione demenziale. Milton56

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