Art Ensemble of Chicago, il sortilegio continua

L’ascolto in background della clip di cui sotto è raccomandato a timidi, scettici e ‘non credenti’.
Prima di dire: “Non li capisco, non mi piacciono”

JazzMi si conferma ancora una volta un festival fortunato: anche l’edizione 2018 parte di slancio con l’Art Ensemble di Chicago che ha offerto una serata calda ed emozionante, un vero lampo che ha rischiarato il depresso panorama milanese dei mesi precedenti.
Del gustoso ‘prologo’ del concerto si è già detto, e l’episodio conferma che, pur a 50 anni di distanza e dopo tante e profonde trasformazioni, lo spirito perfomer dell’Art Ensemble è ancora vivo, anche fuori dal palco.
Qualcuno infatti potrebbe aver dubitato che la band chicagoana sia ormai poco più di una gloriosa bandiera un po’ lacera. Certo, i colpi della sorte hanno lasciato vivi e combattivi solo due dei ‘padri fondatori’, il ‘batterista’ (e molto altro) Don Moyè e Roscoe Mitchell alle ance, presenza quanto mai ingombrante ed incombente, anche per la sua intimidente statura intellettuale, oltre che per la più recente crescente statura di compositore/conductor per organici estesi (vedi sua discografia ECM degli ultimi anni). Certo è lontana la teatrale, paritaria dialettica interna assicurata dalle contrastanti personalità di protagonisti come i compianti Lester Bowie e Malachi Favors, nonché del ‘disperso’ Joseph Jarman.
Ma intorno ai due superstiti Mitchell e Moyè si è ormai formata una struttura stabile nella sua articolazione, anche se soggetta ad occasionali sostituzioni di componenti, che comunque tutti provengono da una sorta di ambito comunitario che l’Ensemble ha creato intorno a sé (aspetto questo che rimanda ai caratteri genetici originari del gruppo).
A Milano nella ‘sezione corde’ abbiamo visto il veterano Jaribu Shahid al basso, raddoppiato dalla nostra Silvia Bolognesi, ormai presenza ricorrente nelle file dell’AEOC, traguardo lusinghiero e più che meritato (tra l’altro a Milano molto spesso la Bolognesi ha sostenuto da sola con energia a e slancio le onerose e fondamentali parti di basso del gruppo, mentre Shahid si dedicava ad una panoplia di strumenti diversi, nelle migliori tradizioni della band); a completare le importanti ‘corde’, la violinista Jean Cook, cui è toccato l’impegnativo compito di sostituire la brava Tomeka Reid, che con il suo violoncello avrebbe potuto meglio imporsi come presenza sonora negli intricati passaggi d’insieme della musica dell’Ensemble. Nel settore ‘percussioni’ ovviamente abbiamo visto all’opera il ‘fondatore’ Don Moyè, del quale ha colpito la sottigliezza e la leggerezza con cui ha saputo inserire il suo beat nelle fasi iniziali del concerto, svolte in una esile e rarefatta fascia di dinamiche al limite dell’udibilità. A Moyè si è affiancato Dudù Kouatè, altro acquisto ‘italiano’ del gruppo, nel ruolo di ‘percussionista africano aggiunto’: definizione che pare quasi ironica, tanto risulta inadeguata alla camaleontica versatilità dei membri dell’Ensemble, e particolarmente di quelli che compongono la sua ‘ritmica’ (altra definizione da usare con il sorriso sulle labbra).
In prima fila, ad affiancare il ‘primus inter pares’ Roscoe Mitchell, si nota subito un’altra presenza abituale nell’Art Ensemble di oggi: il trombettista Hugh Ragin, una lunga e sempre avventurosa carriera, di cui voglio ricordare in particolare la lunga ed intensa milizia nelle formazioni allargate di David Murray.  Da questo tuttora trascurato solista di gran classe l’Art Ensemble ha ricevuto un fondamentale contributo in termini di raffinatezza sonora nello sfruttamento delle risorse acustiche della pocket trumpet e della tromba classica. Le esplorazioni di Ragin sono però caratterizzate da maggior discorsività e da maggior understatement rispetto alle analoghe e più assertive elaborazioni di Mitchell, che si trova così a disporre di un valido, onnipresente supporto di ‘struttura tematica’ che gli consente massima libertà nell’esposizione delle più recondite ed imprevedibili risorse sonore del sax soprano, mentre al sax alto sono riservati momenti di più spiccata espressione melodica, che culmina in lunghe linee in serrato legato che si stagliano sui passaggi d’insieme più stratificati ed intricati del collettivo. A quest’ultimo riguardo, ed ad onta dei 78 anni compiuti, Mitchell rivela delle risorse di strumentista alquanto impressionanti (a parte le già ricordate, interminabili frasi in serrato legato, abbiamo ascoltato al sax alto impeccabili note tenute per interi minuti).
Nella serata milanese l’Art Ensemble ha offerto una prestazione che è apparsa sensibilmente più ‘a fuoco’ e strutturata di quella ascoltata per radio da Cormons pochi giorni prima: il continuum classico delle esibizioni live del’Ensemble risultava percebilmente scandito in fasi diverse, caratterizzate soprattutto dalla scelta di strumento di Mitchell (il sax soprano che scolpiva nei ‘quasi silenzi’ della rarefatta sezione iniziale gli esoterici ‘oggetti sonori’ a lui cari, il sax alto torrenziale che cavalcava e guidava gli spessi ed intricati collettivi della fase successiva). Molto si deve ad un pubblico evidentemente complice e coinvolto (dovevano esser in parecchi a ricordare gli esordi italiani dei chicagoani negli anni ’70 e ’80, niente ‘defezioni’ come a Cormons), che alla fine è stato premiato da una performance non solo uniformemente intensa, ma anche insolitamente prolungata per gli standard dell’Ensemble, che si è fatto strappare anche un bizzarro ed inconsueto ‘bis’.
Mezzo secolo è passato, nuovi apprendisti stregoni celebrano, ma il rito degli sciamani continua a riuscire……..
Milton56

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