Jazz Life: un viaggio per il jazz nell’America del 1960. La mostra a JazzMi

Ai primi di ottobre del 1959 ricevetti una telefonata dalla Germania. L’interlocutore si presentò come Joachim Ernst Berendt, un musicologo residente a Baden Baden. In un ottimo inglese, mi spiegò che stava per trasferirsi negli Stati Uniti per compiere uno studio sul jazz, la più grande forma d’arte americana, e stava cercando un fotografo che amasse e capisse il jazz per condividere il lavoro. Mi disse che era rimasto colpito da alcune mie fotografie pubblicate su riviste in Europa e da diverse copertine di dischi, e che la scelta di lavorare insieme sarebbe stata perfetta perché le mie foto avevano un’anima. Mi spiegò a grandi linee il suo piano di lavoro, le interviste da fare ai musicisti, le visite ai luoghi dove si suona il jazz e la prospettiva di uno sguardo alle origini di questa musica. Ero davvero eccitato dall’idea di fotografare i miei eroi del jazz, di scoprire nuovi talenti in giro per gli Stati Uniti, e risposi subito entusiasta che mi sarebbe piaciuto accettare. Berendt, prima di riagganciare, mi spiegò che sarebbe venuto a New York in aprile per indagare la scena musicale della metropoli ,e quindi avremmo noleggiato un’auto e viaggiato nei luoghi dove il jazz aveva lasciato le sue impronte più profonde, New Orleans, Memphis, Chicago, Hollywood, Kansas e molti altri. Il nostro lavoro sarebbe diventato un libro pubblicato dall’editore tedesco Burda Verlag nella primavera del 1961. Ero così sottosopra all’idea di quella avventura che avevo dimenticato di chiedere quale sarebbe stato il mio compenso, e solo dopo il consiglio di mia moglie Peggy, richiamai Berendt e seppi che il budget era di 7000 dollari. Era come se mi avesse detto sette milioni di dollari”.

jlQuesto l’incipit di Jazz Life, nelle parole di presentazione di William Claxton , il fotografo californiano famoso per le copertine di dischi jazz e per il lavoro con prestigiose riviste come Life e Vogue, che con Berendt , fondatore della South West German Radio Station, produttore e musicologo, a bordo di una Chevrolet Impala ed armato di due fotocamere, una Nikon F ed una Lieka M3, trascorse il 1960 documentando la scena del jazz statunitense in un periodo di cruciali trasformazioni, ed allargando lo sguardo alle radici della musica afroamericana, dal gospel al blues. L’intento del fotografo era quello di innovare i canoni iconografici fino allora seguiti, mostrando i musicisti anche fuori dalle classiche pose da palco, all’aperto o in momenti di vita quotidiana, per esprimere con le immagini i sentimenti positivi messi in circolo dalla musica.

A quell’esperienza riassunta nel libro Jazz Life, un tomo di oltre 500 pagine per circa quattro chili di peso, non proprio una lettura da poltrona, ristampato nel 2005 dalla Taschen e tuttora facilmente reperibile, è dedicato uno degli eventi in programma in questi giorni nell’ambito della rassegna Jazzmi, una mostra di alcune delle foto di Claxton esposte presso la Triennale Teatro dell’Arte di Viale Emilio Alemagna che resterà aperta fino al 9 dicembre .

Innumerevoli gli episodi e gli incontri memorabili raccontati nel libro, tramite le parole di Berendt e le fotografie di Claxton: le interviste a Joe Williams e Lee Morgan, le Brass Bands di New Orleans, la cena con la famiglia di Mose Allison, la visita alla madre di Charlie Parker ancora inconsolabile dopo cinque anni dalla scomparsa del figlio, l’incontro con Muddy Waters, un incredibile concerto a Las Vegas aperto da Louis Armostrong, con Marlene Dietrich come star e l’orchestra di Duke Ellington  confinata a suonare da mezzanotte alle quattro del mattino nella sala lounge di un albergo, con Duke infastidito dii dover suonare per un pubblico di giocatori di slot machine. E poi il contro festival dei Newport Rebels allestito da Mingus in rotta con l’organizzazione di George Wein, con Monk, Max Roach, Ornette, Abbey Lincoln, Sonny Rollins.

Un viaggio che pare un sogno nelle più sfrenate fantasie di un appassionato di jazz, e che con il libro e la mostra, ciascuno può tentare di ripercorrere a modo proprio.

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