I bagliori di Freddie Hubbard

Siamo nel 1975, e non è il periodo migliore della carriera artistica di Freddie Hubbard. Dopo avere trascorso una decade, quella dei sessanta, saltando da un capolavoro del jazz ad un altro, (il trombettista di Indanapolis compare in “Free Jazz” di Ornette Coleman, “Ascension” di John Coltrane, “The blues and the abstract truth” di Oliver Nelson e “Out of Lunch” di Eric Doplhy), avere segnato un trienno di vita dei Jazz Messengers, e firmato, nei primi anni del decennio successivo, alcuni pregevoli lavori con la CTI di Creed Taylor, Hubbard cede alle lusinghe di una musica più accessibile e funky, e firma un contratto con la Columbia. Il passo segnerà un periodo all’insegna di una musica di intrattenimento, sia pur di alto livello, in seguito  riscattato da un ritorno alla qualità con il supergruppo V.S.O.P. con Hancock, Shorter, Carter e Williams, prima dei problemi di salute che lo porteranno lontano dalle scene dalla fine degli anni ’80 fino alla scomparsa, avvenuta a 70 anni nel 2008.

Tuttavia, quella sera del 17 marzo alla Yubin Chokin Hall di Tokyo, Hubbard ed i suoi compagni di palco, il sassofonista Carl Randall, il tastierista George Cables, il bassista Henry Franklin, Carl Bunett e Buck Clarke a batteria e percussioni, sono in forma strepitosa, ed infilano due ore di concerto in perfetto equilibrio fra mordente tensione ritmica funk e profonda liricità. Il disco, edito in origine solo dalla Sony Japan torna ora disponibile grazie ad una ristampa della BGO britannica, ed è uno di quei recuperi da salutare con gioia. Un doppio live come si facevano negli anni settanta, senza badare alla durata dei brani, e concedendo ai solisti tutto lo spazio da dedicare ai propri “racconti” in note. Qui spiccano gli oltre nove minuti della cover degli Stylistics “Betcha By Golly Wow”, affrontata in duo da Cables ed un Hubbard che mette tutto il proprio repertorio di inarrivabile tecnica strumentale al servizio della componente melodica del brano, l’omaggio di “Spirit of Trane”, con estesi spazi riservati al sax di Randall, ed il magmatico funky nel quale la band immerge “Too High” dal songbook di Stevie Wonder. Unica pecca l’orribile copertina, forse una fra le più brutte mai viste in un disco jazz, ma il contenuto riscatta anche questo.

 

 

 

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