L’arte del Professor ART

Non ci sono particolari motivi contingenti per parlare di Art Farmer, tranne, forse, il fatto che quest’anno ricorrono i novant’anni dalla nascita, avvenuta il 21 agosto 1928 a Council Bluffs, cittadina dello Iowa situata sulle rive del Missouri. In realtà, ogni giorno è buono per ricordare la vita artistica e lo stile del trombettista e flicornista statunitense, ben conosciuto agli appassionati dell’hard bop, ma, magari, a rischio di dimenticanza da parte di chi si sia avvicinato al genere dopo il 1999, anno della sua scomparsa avvenuta a New York.

Dagli albori nelle band di Horace Henderson e Johnny Otis, all’approdo a New York, dove conobbe e suonò con Clifford Brown e Lester Young, dalla big band di Lionel Hampton alle collaborazioni con i più grandi esponenti del jazz in azione negli anni cinquanta  (Coleman Hawkins, Monk, Mingus, i Jazz Messengers di Art Blakey) ed al posto di titolare nel quartetto di Gerry Mulligan , dalla formazione del Jazztet con Benny Golson  (col quale incise anche uno dei suoi capolavori, “Modern art”, insieme ad un Bill Evans pre “Kind of blue”) fino alla residenza viennese  ed a successive numerose collaborazioni (fra gli altri Jim Hall, Ron Carter, Wynton Marsalis), la carriera di Art Farmer ha registrato ben raramente momenti di stanca , mantenendo fino alla fine il suo strumento ancorato a quel suono nitido e raffinato, lirico ma agilissimo, che è il suo marchio distintivo.

La mia personale spinta a tornare su Farmer è il reperimento, su benemerita, anche se poco economica, bancarella dell’usato di questo “PH.D” (Contemporary records) del 1989, registrato con un gruppo che comprende il sax  di Clifford Jordan, la chitarra di Kenny Burrell, il pianoforte di James Williams, il basso di Rufus Reid e la batteria di  Marvin “Smitty” Smith. Praticamente la stessa formazione, con l’eccezione di Burrel, del tributo a Billy Strayhorn di un paio d’anni prima, “Something to live for” pubblicato dalla stessa etichetta.

Si parte dalle atmosfere circospette della title track, immersa in un clima noir che si distende poi per lasciare spazio alle sezioni di assolo aperte dalla chitarra di Burrel, per passare ad uno sviluppo del lavoro diviso equamente fra brani in forma di ballad, nei quali emergono la precisione della pronuncia e l’afflato lirico di Farmer che spesso usa la sordina, e tempi medi dai ritmi swinganti, vere vetrine per tutti i solisti di questa all star band. Fra i primi “Mr day’s dream”, dal finale inaspettatamente sfumato in fading, con la tessitura del basso a sostenere il fraseggio leggero ma incisivo della tromba sordinata di Farmer, la ballad “The summery” scritta da Thad Jones, o lo standard “Like someone in love”, scritta nel 1944 da Jimmy Van Heusen, melodia scolpita dalla tromba e sassofono e contrabbasso degni co-protagonisti con rispettivi solo . “Ballade art” è, infine, un titolo che dice già tutto da sé.

Il ritmo si infiamma invece in “Affaire d’amour” sostenuto dalla pulsione ritmica del pianoforte in simbiosi con la batteria di Smith, in “Blue Wail”, scritta da Kenny Drew,  introdotto dal profondo suono del sax di Jordan e con una consistente parte  affidata al dialogo fra il basso di Reid e la batteria di Smith, e nella esuberante composizione dalla struttura modale di James Williams “Rise to the occasion”, caratterizzata  dal tema ad  incrocio dei fiati  e dai soli a velocità sostenuta di  Burrel e Williams.

La musica di Art Farmer continuerà per i dieci anni successivi, con periodi sempre più lunghi di ritorno dall’Europa negli Stati Uniti, tante collaborazioni, l’adozione del flumpet, un ibrido fra tromba e flicorno costruito appositamente per lui, fino ad incidere nel 1997, due anni prima della morte,  il suo ultimo disco “Silk road”. Ma il suono dei suoi strumenti non è scomparso. Basta scegliere a caso uno dei suoi album, “PH.D.” o quello che preferite, e la magia è pronta a ritornare.

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