Il Best(i)one di TDJ – 1^ parte

In modo del tutto informale Tracce di Jazz pubblica, in cinque giorni a cavallo tra il 2018 e il 2019 il proprio “classico” grigliatone di fine anno, un Best(i)one che non va visto come classifica ma come semplice indicazione di ognuno dei redattori di alcuni percorsi musicali jazzistici 2018 che riteniamo validi sotto ogni aspetto. Ognuno può aggiungere liberamente i propri titoli in calce, in forma di commento             

Ancora Auguri da TdJ! 

(disegno di Giulia Cenni)

Percorrendo a ritroso il sentiero del mio 2018 jazz alla ricerca delle cose migliori, ho avvertito un dato significativo: la carenza di novità, di opere che rappresentino una delle tante svolte epocali che caratterizzano la storia di questa musica, nella quale il cambiamento, l’innovazione e la creazione di “nuove forme” sono elementi sostanziali. L’annata è stata certo ricca di musica importante ed appassionante, e non è stato semplice scegliere il mazzetto di titoli indicati sotto fra tutto ciò che sono riuscito ad ascoltare. Però non posso nascondere che i dischi di Steve Coleman e Brad Mehldau, per quanto collocabili ai vertici delle rispettive produzioni, sono pur sempre conferme di stili maturati da anni se non decenni, durante i quali abbiamo avuto modo di apprezzare la peculiare sintassi ritmica della scrittura del sassofonista e l’approccio globale al vocabolario musicale del pianista. Parimenti il passo a due dello stesso Mehldau con Charlie Haden, vero esempio di poesia musicale, o il live – monumento al compianto Esbjorn Svensson, appartengono alla storia. Nel caso di Jamie Saft c’è la buona notizia della scoperta di un musicista eclettico ed attivo in tanti settori che, oltre ad avere prodotto l’ottimo “Blue dream” forse più vicino ai canoni del jazzofilo, ha registrato nella mia città un live di piano solo che è un piccolo compendio dell’american songbook contemporaneo. Di sicuro i semi di autorigenerazione del jazz sono in movimento da qualche parte (forse a Londra, nei tanti movimenti e progetti che fanno capo a trentenni come Shabaka Hutchings? o forse all’incrocio sempre più frequentato con linguaggi di strada come l’hip hop?). Se è così, per caso o per le scelte di ascolto fatte, non mi sono imbattuto, nell’anno passato, in qualcosa che mi abbia fatto vedere il futuro. O meglio qualcosa c’è stato, ed è l’opera di un venerabile maestro come Franco D’Andrea, il quale, partendo dalla tradizione, sta costruendo, come dimostra il suo Intervals 1, una delle più credibili e sostanziali ipotesi di jazz contemporaneo che io abbia ascoltato.

ANDREA BARONI

Steve Coleman and Five Elements – Live at the Village Vanguard Vol. 1 (PI Recordings)

Brad Mehldau Trio – Seymour reads the Constitution (Nonesuch)

Charlie Haden /Brad Mehldau – Long ago and far away (Impulse)

E.S.T. – Live in London (Act records)

Jamie Saft – Solo a Genova (RareNoise Records)

Franco D’Andrea Octet– Intervals 1 (Parco della Musica records)

SaftSoloGenova Cover

front

 

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