Quella volta che la befana portò via Michel

Michel Petrucciani and his mother Anne, on the way to Roissy-Charles De Gaulle Airport for his departure to California (USA). Wednesday 17th december, 1982.

Photo : Guy Le Querrec

The driver is the French producer Jean-Jacques Pussiau of OWL Records.

Le persone non comprendono che per essere un essere umano non è necessario essere alti un metro e ottanta. Ciò che conta è ciò che si ha nella testa e nel corpo. Ed in particolare ciò che si ha nell’anima.

Michel Petrucciani

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E poi il 6 gennaio da sotto la coperta le dissi che avevo freddo alle mani e le chiesi se me le voleva riscaldare.

Lei allora prese le mie mani nelle sue e me le scaldò, e dopo uscì un momento a prendermi un caffè, e io proprio in quel momento sono morto, cavoli, il 6 gennaio, e adesso qui vicino a Chopin mi viene da ridere, a pensarci, perché io, pieno di donne belle, sono morto proprio mentre arrivava la befana.
tratto da: Antonio Ferrara, in “Parole Fuori” edizioni Il Castoro, Milano, 2013

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“Una cosa fantastica di Michel, che pochi sanno, è che lui il cachet lo divideva in parti uguali tra tutti i componenti del gruppo: è molto raro. E poi quella sua incredibile energia. Dopo cinque minuti dimenticavi completamente il suo stato fisico. Si prendeva spesso in giro, ironizzava sulla sua altezza, sulla sua situazione fisica. Il suo pianoforte aveva una pedaliera di rinvio perché non arrivava ai pedali, la sensazione che si aveva era che non potesse raggiungere le estremità del pianoforte. Non era assolutamente vero, aveva delle mani formidabili e una tale forza nelle braccia! Quando faceva gli assoli su tempi impossibili  cominciava a salire, a salire di tonalità arrivava al punto in cui la tastiera sembrava diventare sempre più lunga, irraggiungibile, lontanissima. Il pubblico si sentiva gelare temendo il peggio e lui si divertiva tantissimo. Ricordo che andai a sentire un suo splendido concerto a Lucca, in duo con Miroslav Vitous. Mi rimase impresso il momento finale dell’inchino per salutare il pubblico: lui vicino a quel gigante di Miroslav! Mi cercò con gli occhi e si fece una risata. Faceva una grande tenerezza”.

Stefano Cocco Cantini

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Ci sono storie che tolgono il sonno. E fanno uscire di senno.
Storie che vanno raccontate, con urgenza. E sono storie buone per la notte, per il buio, per l’insonnia. Storie di una bellezza devastante, che brucia e fa male.
Avete presente il cristallo? La fragilità del cristallo e la sua purezza? Quella finta solidità che basta un niente per frantumare il tutto.
Più fragile del cristal fu il mio amor, cantavano i vecchi appoggiati a un muro con la serranda della cantina semiaperta per berselo il bicchiere dell’addio.
Era il 28 dicembre 1962 e se ne nacque in un ospedale di Orange questo bambino con le ossa di cristallo. Ma non era proprio un bambino, era l’ipotesi di un bambino. Uno schizzo mal riuscito di Dio, un Dio che si era messo a fare le prove. Completamente sbronzo, probabilmente. Prove di quelle riuscite male, senza dubbio.
Ma è bello Michel – perché è così che lo chiamano – di una bellezza soffocante che non da respiro. Come la musica che sente alla radio o come la chitarra guizzante del padre Tony figlio dell’emigrazione italiana, quella che fece nascere anche quel poeta del pallone che fu Michelino Platini.
Cresce con la musica Michel e dice alla madre che vuole un piano da suonare e quelli, presi dallo stupore, glielo regalano un piano. Di quelli giocattolo. E Michel lo frantuma con un martello per fargli capire che qui non si scherza. E per far capire che dentro a quello schizzo mal riuscito pulsa un cuore enorme ed abissi tenaci di volontà e rancore. Bisogna quindi regalarglielo un piano vero, per iniziare a suonare.
Ma il piano non gli basta a Michel, vuole anche la batteria per farsi crescere in petto il senso del ritmo. E in quel corpo deforme se ne escono queste mani perfette, d’artista. Che quando Dio ci si mette li sa lasciare, qui e là, pezzi di perfezione. Anche quando è ubriaco. E quando inizi a suonarlo e non lo sai cosa stai suonando stai inventando il jazz. Giocando con le note, con i ritmi, con le impalcature delle sonate.
Jazz, nient’altro che jazz.
Mischiato con una volontà sovrumana che modellava, ogni giorno, con compiacimento d’artista. E poi l’America, la Malamerica. Per respirarne ancora di jazz, coi grandi di quella musica.
Lui, Michel, alto un metro e due centimetri che sulla seggiola ce lo dovevano sedere gli altri e ai pedali del piano di arrivava solo con un marchingegno. E sembrava dovesse caderne dal trespolo mentre si sporgeva per raggiungere la tastiera e farla vibrare come in un amplesso enorme, di quel corpo piccolo e informe, quella testa troppo grande, e quelle ossa fragili, di cristallo.
Suonò ed amò. Amò la vita come può amarla solo chi sa riconoscere la fortuna della nascita e la profondità della morte, chi sa riconoscere il bagliore del giorno e le tenebre della notte. Così amò e così suonò in giro per il mondo, suonò la musica che se ne usciva dal suo cuore immenso, da quel fiato che con difficoltà gli braccava i polmoni.
Suonava sempre, disse una delle sue cinque mogli, anche quando dormiva. Allora suonava me.
E per suonare nella notte ci vuole il genio e per suonare la notte le note devono essere della consistenza delle stelle e la partitura la luce della luna. Perché in ogni disco, in ogni concerto si sentiva battere il grande cuore del mondo e un energia nascosta che sgorgava dalle dita. E passione, amore. Immenso, gigantesco amore per la vita in tutte le sue forme. Amò le donne e la bellezza, il mondo e l’oltraggio. Non era lui il diverso, diversi gli occhi che lo guardano, diverso il sospiro che gli dormiva accanto, diverso il canto che se ne usciva dalla passione.
Poi se ne andò, troppo presto. A 37 anni, in una New York abbagliata dalle luci del Natale. Se ne andò quell’anima bambina lasciando un vuoto tremendo di bellezza e di gioia.
Volevo solo passeggiare sulla spiaggia, mano nella mano con una donna, disse.
Adesso immaginatevelo che passeggia in una spiaggia di un luogo che è giusto si chiami Paradiso.

(Emiliano Deiana, 28 dicembre 2017)

E lì incontrai Charles Lloyd, che ormai faceva l’hippy in mezzo ai boschi e che era triste e non suonava più perché il suo pianista lo aveva abbandonato, e quando arrivai per colpa mia ricominciò a suonare il sax con me e con altri due matti e insieme facemmo un bel quartetto. Suonammo in un mucchio di città, e sempre andava alla grande, e quando suonammo a Montreaux il mio nome all’entrata era scritto grande sulla porta, Michel Petrucciani, e su un giornale scrissero che quel concerto dimostrava la vera statura che avevo raggiunto in così poco tempo, e mi ricordo che quando a colazione sul giornale lessi la parola statura mi andò la spremuta di traverso e dalle risa caddi pure dalla sedia, e a momenti mi rompevo. Suonai con loro per tre anni e dopo me ne andai e cominciai a suonare solo.

Antonio Ferrara, Parole Fuori

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