Il Diciassettesimo Pensiero sul Jazz

La Musica è politicamente sospetta”. Questa tagliente, apodittica affermazione è messa in bocca dal Thomas Mann de ‘La Montagna Incantata” (romanzo-testamento dell’Europa che si sporgeva sull’abisso e si avviava ad iniziare il lungo declino che ancor oggi viviamo) al personaggio di Luigi Settembrini, iconica figura del ‘rivoluzionario di professione’ novecentesco, uomo votato alla razionalità più integrale e radicale, necessaria a chi progetta l’ ‘uomo nuovo’ , grande mito di molti nel secolo appena trascorso.
Quest’associazione di idee mi è venuta spontanea leggendo le lievi, agrodolci considerazioni di Boris Vian di cui al precedente articolo “Sedici pensieri sul jazz”. Con tutta la simpatia per Vian e la sua trompinette, grandi agit-prop del jazz nella Francia degli ultimi anni ’40 (peraltro già molto coinvolta con questa musica negli anni ’20 e ’30), è indubbio che il suo punto di vista indulga ad un certo irrazionalismo di fondo, che del resto aveva informato di sé la cultura di massa dell’Europa del primo ‘900, e questo persino nella cartesiana Francia.
Intendiamoci, Vian ha dalla sua cospicue attenuanti storiche: nel momento in cui scrive (1950 circa), la musica afroamericana fa ancora parte della cultura di massa francese, particolarmente di quella giovanile, ma non solo: essa esprime ancora in perfetta e piena sintonia lo spirito del tempo e le sue inquietudini, particolarmente dopo le fosche pagine dell’occupazione nazista e del clima sociale ed intellettuale cupo e malsano instaurato dal collaborazionismo petainista. Viene quindi facile dire che il “pubblico più generale sa o non sa da sé cos’è il jazz”, che infine è solo “questione di ascoltare, capendo se piace o meno”: e già, questa musica è nell’aria, fa parte da quasi trent’anni del paesaggio sonoro quotidiano dei francesi, che l’hanno accolta vedendone tra l’altro anche la sotterranea continuità con molte tendenze della loro cultura musicale più avanzata.

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Parigi 1927, locale di Monmartre con concerto jazz

Ma non ovunque in Europa è così (a cominciare dalla nostra Italia), né questa ricezione istintiva può aver luogo in altri contesti storici e culturali. In questi ambiti diversi e distanti è a mio avviso sbagliato ed addirittura pericoloso negare l’opportunità e l’utilità di una semplice informazione divulgativa ed introduttiva a questa musica, come del resto ammette implicitamente Vian nella sua ‘fenomenologia dell’ascoltatore di jazz’: destinati ad uscire di scena i Ballerini, gli Snob ed i Giovinetti che lo impugnano come un’arma contro l’autorità di Maman e Papà, al jazz rimangono i veri appassionati che continueranno a scavarci dentro per il resto della loro vita, alla ricerca della sostanza più recondita di uno dei fenomeni culturali più originali ed influenti del 20° secolo. E come ‘scavano’ questi ‘veri appassionati’, a mani nude?

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Festival di Newport, 1956 (come sopra): è lei la ‘spettatrice danzante’ che ispirò a Paul Gonsalves il celebre, interminabile assolo in ‘Diminuendo and Crescendo in Blue’?

E qui veniamo ad un punto, ad un equivoco fondamentale da cui bisogna sgombrare il campo, come già osservavo di sfuggita in un mio commento di settimane fa su questioni analoghe. La “Critica” (badare alla maiuscola): è da questa ingombrante parola che bisogna sgombrare il campo. Il greco classico “krinein” è l’atto del distinguere per giudicare, ovviamente in base a canoni socialmente conosciuti e condivisi. Anche in campi creativi diversi da quello jazzistico, di fatto quest’attività è sostanzialmente scomparsa insieme alle ‘visioni del mondo’ (anche utopiche ed a venire) cui necessariamente doveva appoggiarsi. Dopo l’Umberto Eco della ‘Fenomenologia di Mike Buongiorno’ la cultura di massa si autolegittima ed occupa l’intero campo del gusto con l’infinita varietà delle sue manifestazioni, con il bulimico consumo di qualsiasi cosa sappia di esotico e di eccentrico, con il gusto tipicamente postmoderno dell’ibridazione e della combinazione, anche coltivate ‘in vitro’ in laboratorio. Siccome tutto ciò è non solo legittimo, ma anzi auspicato, non ha più alcun senso che qualcuno ci indichi qualcosa come più bella o più valida in base alla sua coerente evoluzione da una tradizione o con la sua proiezione verso un orizzonte di nuove sensibilità. La ‘Critica’ è morta con l’idea di Storia e di Futuro, siamo nel presente assoluto immutabile ed autosufficiente.

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Philip K.Dick e Paul Verhoeven, due cronisti del ‘Presente Assoluto’……

Ritorniamo al punto di partenza: questo non vuol dire che non si possa scrivere di jazz in chiave puramente informativa ed in senso lato ‘didattica’. Mettiamo subito da parte l’ambigua e scivolosa parola ‘Pubblicità’ insistentemente evocata da Vian: spiacente, se ne dolga chi vuole, ma per me Goebbels rimane il ‘creativo’ di maggior successo del 20° secolo, cui è seguita una grande industria che in termini più rassicuranti e rispettabili continua ad aggirare alle spalle la nostra ragione per arrivare ad occupare e manipolare il nostro inconscio. La predetta industria ha poco a che vedere con la diffusione dell’arte e della cultura, anzi…. spesso se ne serve piuttosto abusivamente come di autentici Cavalli di Troia con le immaginabili, deleterie conseguenze.

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Ma torniamo alla ricezione del jazz. Spesso mi sono posto il problema di trovare un autore od un disco che possa fare da esca ed accendere l’interesse per questa musica in persone che ne sono digiune e lontane. Particolarità caratteriali del ‘sedotto/a’ a parte, mi sono quasi sempre sorpreso a tornare molto indietro nel tempo, a saltare a piè pari interi decenni ed interi stili più recenti per affidarmi ai consueti standard del grande songbook americano, con temi e struttura ben definiti ed in grado di far presa e memoria nell’ascoltatore più ingenuo. Ovviamente gli Armstrong, gli Ellington, i Lester Young, le Billy Holiday devono incaricarsi di fare palpabile e lampante differenza rispetto alla melensaggine del canzonettismo più banale e corrivo che soprattutto da noi in Italia ormai impera incontrastato almeno dalla fine degli anni ’40, con l’inizio dell’ “Era Sanremo”, la vera e propria ‘fabbrica’ di questa musica (che tra l’altro ha fatto piazza pulita di quella autenticamente e genuinamente ‘popolare’). E sappiamo bene quanto scarsamente aaccessibili e reperibili siano questi autentici classici della musica del ‘900, che tuttora sopportano lo stigma di aver dovuto creare nell’ambito del music business per motivi di sopravvivenza (quasi che fosse diversa la situazione del giovan Brahms che sbarcava il lunario negli angiporti di Amburgo, o del Mozart trattato di fatto alla stregua di un domestico dall’Arcivescovo Colloredo…)
Paradossalmente – ed anche qui si stracci le vesti chi vuole – una certa qual predisposizione ad una prima ricezione istintiva ed emotiva della musica afroamericana degli ultimi decenni si può più facilmente riscontrare negli adepti del miglior rock, purtroppo diventato moneta molto rara anch’esso negli ultimi anni. In ogni caso, fatta scoccare la prima scintilla di emozione e potenziale coinvolgimento, purtroppo questa strana musica che non ha un corpus teorico formalizzato, che sfugge persino nella sua essenza più decisiva ad un esauriente sistema di notazione, che si evolve per via derivativa ed anche di contrasto rispetto a modelli precedenti, necessita assolutamente di un bagaglio semplicemente informativo ed illustrativo, senza il quale la sua originalità e vero fascino rimarranno sempre incompresi. Il jazz condivide con la musica barocca questa natura di creazione collettiva, artigianale, stratificata, che viceversa fa a pugni con il mito romantico dell’originalità e della creatività personali assolute che pervadono l’interpretazione di quel poco della tradizione eurocolta che ancora ha una qualche visibilità pubblica al di fuori di ristrette ed isolate nicchie di pubblico. Mito romantico che nelle sue ultime propaggini mi sembra influenzare non poco il Vian che pensa all’approccio del singolo alla musica come una sorta di ‘illuminazione mistica’.

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Per questo, e soprattutto di fronte alla pletorica muraglia di ‘scatolette sonore’ che il sistema planetario della ‘musica liquida’ ci propone in modo soverchiante e totalmente indifferenziato (vedi criteri di indicizzazione/archiviazione adottati dai giganti dello streaming), condividere con umiltà e disinteresse quelle poche informazioni, quegli scarni e relativi quadri di insieme che ci hanno guidato nella nostra esplorazione di questo universo musicale, è un necessario atto di amore e cura per questa musica, oltre a rientrare a pieno diritto in quella utopia di condivisione e scambio che è stata la vera e migliore anima della Rete, quando ancora appariva come un’immateriale Terra Promessa. In questo caso più che mai, my five cents. Milton56

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