C’è un ruolo oggi per la critica ?

Ai tempi di Zappa il problema era se la critica effettivamente avesse i mezzi per parlare di musica , oggi è se la critica ha effettivamente un ruolo nell’era digitale.

Il post Critica (senza ragion pura) ha ricevuto un commento da Giuseppe Di Lorenzo parecchio stimolante per contenuti e rimandi e mi invita ad approfondire l’argomento, seppur in una ottica del tutto personale. Non ho infatti risposte certe ed univoche alla domanda di cui sopra.

Ma andiamo per ordine, partendo dalle mie esperienze. Sono cresciuto in una famiglia proletaria (cosi’ almeno si diceva un tempo quando ancora esisteva la sinistra), dove non c’era spazio per il superfluo. La mia passione per la musica l’ho dovuta mediare con le esigenze primarie, quindi, nessuno studio di uno strumento ne approfondimenti di altra natura peraltro impossibili vivendo in un piccolo borgo.

I miei primi strumenti sono diventate quindi le riviste musicali, la rete era costituita dagli amici più cari con i quali suddividere e poi scambiare gli acquisti, lungamente meditati e oltremodo difficili da conquistare. E cosi’ l’evoluzione e la crescita musicale sono andate di pari passo con la circolazione di molte testate giornalistiche : partito da Giovani e Ciao Amici sono presto approdato a Ciao2001, poi Muzak, Gong, Musiche, Musica Jazz, Amadeus, Down Beat, Jazz Magazine e mille altre, poi scomparse nel nulla, più fanzine di grande interesse ed effimera durata.

Rispetto ad allora oggi molte cose, inevitabilmente, sono cambiate. Mentre un tempo le riviste musicali erano poche e ben diversificate, oggi in edicola ci sono decine e decine di magazine, spesso dedicati a più filoni musicali contemporaneamente. Se negli anni 60 e 70 uscivano centinaia di album nuovi, oggi l’offerta è talmente proliferata che è impossibile conoscerla per intero. Incidere un album era un tempo un traguardo riservato a pochi. Oggi è un biglietto da visita che esibisce chiunque sappia suonare uno strumento.

Se negli anni 70/80/90 la recensione del critico più vicino ai propri gusti era aspettata e considerata come un semaforo verde per gli acquisti, oggi tutto questo o non esiste più o  è stato e di molto ridimensionato. Alle riviste cartacee vanno inoltre aggiunti  i blog ed i magazine on line, che hanno esasperato l’offerta di recensioni con inevitabili effetti collaterali. Si aggiunga poi un fatto inquietante: la scomparsa dai quotidiani delle recensioni dei concerti. Mancanza di critici in grado di scriverne (nonostante il loro numero sia cresciuto in maniera esponenziale) o disinteresse verso l’argomento ? Forse entrambe….

Troppe le recensioni vuote, “elenchi della spesa” in cui si racconta la formazione, la durata del disco e parte della biografia del leader e si lascia il lettore disinformato sulla parte più importante, quella musicale. Dal lato opposto, feroci stroncature (esclusivamente in rete…) o esaltazioni esagerate, di solito per partito preso e quasi sempre con esili motivazioni di natura prettamente musicale.

A fronte di tutto questo c’è il fatto non indifferente che ormai la musica è alla portata di chiunque e assolutamente gratis. Basta fare un rapido excursus più o meno (il)legale sul web per poter ascoltare tutto senza bisogno di mediazioni.

Tempo fa, una persona che scrive recensioni per una web zine mi diceva che a lui bastava un solo ascolto dell’album nuovo di turno per poterne scrivere. Di fronte alla mia meraviglia e alle perplessità più ovvie che possono sorgere, la sua risposta è stata che l’abitudine all’ascolto e la lunga esperienza bastavano a compensare il tempo relativo dedicato all’ascolto.

Per me non è affatto cosi’: per poter scrivere qualcosa di sensato e personale ho bisogno di ripetuti ascolti, e ogni volta mi pare di cogliere spunti e particolari sfuggiti in precedenza. Devo insomma macerare la materia, farla mia prima di poterne raccontare sensazioni ed emozioni nel tentativo di evitare ovvietà.

Ecco, sono arrivato al punto: non so se il critico musicale ha un futuro nell’era digitale, e in fondo la questione non mi turba più di tanto. Rimarranno importanti punti di riferimento i critici che si occupano soprattutto di musiche di nicchia, perché è evidente che ci saranno decine e decine di “giornalisti” che discetteranno su Beyoncè e pochi sparuti che tenteranno di analizzare Anthony Braxton.

Sopravviveranno coloro che sapranno adeguarsi ai tempi (commerciali)? Spero di no. Altrimenti la critica musicale dovrebbe occuparsi prevalentemente di X Factor, cosa che peraltro già succede.

Cambieranno i linguaggi e i modi di avvicinarsi ai più giovani ? Mah, in fondo questo, pur con sacche di resistenza, è sempre avvenuto con il naturale ricambio di coloro che scrivono di musica. Bisogna poi tenere presente un fatto valido per tutte le generazioni: la musica è la colonna sonora degli anni della gioventu’, passati i quali la maggior parte delle persone  rapidamente ripone i dischi nello scaffale della libreria per dedicarsi ad altro. Quanti amici della mia generazione ancora, parlando di musica, sono rimasti ai Pink Floyd e Guccini ? Quasi tutti….

Da parte mia, e nell’ottica di un jazzfan che ha passato la mezza età (Marcello Marchesi docet),  ho ben presente i miei limiti nel parlare e, soprattutto, scrivere di musica. Faccio mie le emozioni che da sempre questa arte mi regala e cerco, seppur impropriamente, di raccontarle e farne partecipi i pochi che mi leggono. Lo faccio con onestà, non ho tornaconti ne ricavi, nessun interesse particolare, non c’è sponsor pubblicitario da soddisfare tantomeno promozioni improbabili di artisti. E’ solo passione, che non basta per diventare un critico ma che regala piacere nel parlare dei propri beniamini.

Tornando alla citazione iniziale, io il mio ruolo per il presente e, speriamo, per il futuro,  l’ho trovato. Il critico remunerato che scrive per importanti testate? Staremo a vedere, sempre che sopravviva….

Vedi link:

https://wordpress.com/post/traccedijazz.com/537

https://wordpress.com/post/traccedijazz.com/844

2 Comments

  1. La critica musicale è una cosa seria. Richiede studio, ricerca, conoscenza teorica e pratica della materia. Poi esistono i narratori e il “giornalismo musicale”. Qui c’è spazio per ogni cosa, dall’esaltazione (forse più sulla carta stampata) alla denigrazione (forse più in rete). Se mancano gli strumenti dell’analisi musicologica si finisce probabilmente per parlare d’altro. Può andare bene descrivere le proprie emozioni per un semplice appassionato, ma non per un critico musicale. Siamo cresciuti con una “critica” (quella delle riviste che citi) fantasiosa, iperbolica e in qualche caso visionaria (nel senso di chi vede ciò che non esiste, mi viene in mente un critico “creativo” passato nel giro di poco da Braxton a Jovanotti). Esiste nel jazz oggi un giornalismo musicale preparato e di sostanza? Questione aperta. Ho molti dubbi che esista una vera critica musicale.

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