BOLLATE KEEP SWINGING….

Ventitrè anni sono molti, più di un quarto delle vita di un uomo, il tempo in cui si passa dall’occupare una culla al vegliarla (oddio, questo molto più ieri che oggi….), ai tempi della letteratura d’appendice rappresentava un’era quasi incommensurabile, tale da creare da sé un’atmosfera da romanzo (il ‘Vent’anni dopo’ dei Tre Moschettieri). Bene, è proprio da questo lasso di tempo che Bollate, una cittadina del nord milanese, ha generato ed allevato con cura e con ammirevole tenacia un piccolo, ma pregevole festival che anche quest’anno andrà in scena nel prossimo marzo.
All’inizio c’è l’entusiasmo di alcuni appassionati che animano una trasmissione notturna dedicata al jazz, quasi subito però scende in campo il Comune, che spiega risorse organizzative veramente notevoli, vista la sua dimensione. L’albo dei musicisti transitati da Bollate Jazz Meeting (vedi apposita pagina del sito) è di per sé eloquente. En passant, il territorio ospita la ben nota Villa Arconati, in cui d’estate si tiene un Festival musicale che spicca per qualità nel panorama italiano.
Anche il prossimo marzo il jazz tornerà ad animare le notti di Bollate, sia con concerti prevalentemente fissati il lunedì sera per quasi tutto l’arco del mese di marzo, seguiti generalmente al martedì da altrettanto tradizionali incontri didattici e formativi, quantomai benvenuti, dal momento che mediamente il jazzfan è un ‘ascoltatore selvaggio’, cui giovano moltissimo inquadramenti storico-critici e soprattutto ampliamenti d’orizzonte spesso non realizzabili con gli ascolti dal vivo, e paradossalmente non facili nemmeno nella strabocchevole, ma indifferenziata e caotica ‘infosfera’ del web (in cui tra l’altro approssimazioni e veri e propri fake non sono facilmente riconoscibili).

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Fermo restando che per i dettagli della manifestazione è opportuno far capo al suo sito QUI, voglio segnalare con maggior evidenza alcune cose. La miglior misura del fatto che una manifestazione concertistica ha raggiunto una sua maturità e personalità è misurato dai frequenti ritorni di musicisti d’olteoceano, che quasi sempre sono i migliori giudici della qualità dell’organizzazione, avendo termini di raffronto su scala planetaria. Bollate Jazz Meeting ha costruito una di queste relazioni privilegiate con un musicista di gran qualità e raffinatezza come il pianista George Cables, che ritorna ancora una volta nella cittadina lombarda portandosi dietro una formazione di notevole fascino e livello (e questo non succede spesso nelle tournee europee), che vede al basso Alem Saleem ed alla batteria Victor Lewis, che è anche compositore di gran classe, come ci ha ricordato qualche settima fa il bel disco antologico a lui dedicato nella serie di ristampe del catalogo della gloriosa Red Records apparso in edicola sotto l’etichetta ‘Jazz Now’ (se volete tentare di recuperare l’arretrato QUI). Cables, recentemente molto legato alla formula del trio (per di pìù con partner fidatissimi), questa volta ha allargato la sua band includendovi il nostro Piero Odorici al sax tenore, circostanza che accresce l’interesse dell’ascolto.

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Un’altro indice del coraggio e della determinazione di questa manifestazione è dato dalla presenza di ben due concerti di big bands, impegno di non poco conto di questi tempi, come dimostrano ‘a contrario’ tanti stracchi cartelloni di festival dotati di ben altri mezzi rispetto a Bollate Jazz Meeting. Il 4 marzo la Monday Ochestra di Luca Misiti (20 elementi) con Fabrizio Bosso con guest star alla tromba proporrà un programma dedicato alle colonne sonore cinematografiche (‘Movies’). Lunedì 25 marzo la Area M Orchestra diretta da Oscar Del Barba con la vocalist Simona Severini evocherà il ‘Living in a Material World’ di George Harrison, forse il beatle più lontano dai riflettori dopo lo scioglimento dei Fab Four. Martedì 2 aprile è ancora la voce a dominare il palco con il gruppo di Boris Savoldelli che azzarda una scommessa impegnativa e rischiosa: evocare in assenza di un chitarrista la figura di Jimi Hendrix, uno spettro che continua ad aggirarsi nei pressi del jazz ad un tempo più innovativo e conscio delle sue radici nella musica black più sanguigna e popolare (sapremo mai se Miles abbia mai concretamente progettato il favoleggiato disco con Jimi? Uno dei tanti, ormai insolubili misteri davisiani….).

A completare un cartellone già alquanto originale e stimolante, una chicca: il Tinisisma Quartet, guidato da Francesco Bearzatti alle ance, con Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso elettrico, e Zeno de Rossi alla batteria, farà rivivere lo spirito dell’hobo Woody Guthrie. A prescindere dal fatto che Bearzatti è uno dei nostri solisti più intensi e passionali, che la band che lo circonda è una vera macchina da guerra, vi garantisco per esperienza diretta che questo programma è un autentico lampo di vitalità nella nebbia stagnante che avvolge tanto jazz nostrano, chi se lo perde non può poi legittimamente lamentarsi della noia dilagante.

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Dicevamo degli incontri-conferenza. Quello curato da Maurizio Franco il 12 marzo è dedicato al ‘Messaggio di Art Blakey’, musicista e talent scout con un ruolo cruciale nel jazz moderno. Appuntamento anche questo da non mancare, soprattutto adesso che siamo orfani dell’ottima trasmissione radiofonica ‘Body and Soul’; se Franco poi avesse la pazienza ed il tempo di ‘metter in bella’ i suoi appunti, leggeremmo molto volentieri un suo piccolo saggio in argomento, molto più di tante recenti boutades di scrittori inglesi che pontificano abbastanza discutibilmente in materia di musica afroamericana e dintorni, giusto ‘pour epater le bourgeuois’ (poverini, non si sono accorti che questi ultimi sono spariti da un pezzo, almeno qui sul Continente). Un’anticipazione su carta delle (dis)avventure di Duke Ellington nel suo (mancato) incontro con il Teatro alla Scala nel 1963 l’abbiamo già avuto, ma chissà se Luca Bragalini il 26 marzo ci fornirà a voce e tra quattro mura qualche dettaglio ‘off records’ omesso per cautela diplomatica nella versione a stampa. Il 31 marzo il podio sarà diviso tra Jack Marti, direttore artistico dell’Estival di Lugano con cui Bollate Jazz intrattiene ormai da anni una sorta di gemellaggio, che presenterà un suo libro di ricordi dei molti incontri con jazzisti che ha collezionato nella sua attività, e Guido Harari, grande ‘fotografo di musica’ (tanto jazz, tra l’altro) che senz’altro è titolatissimo per parlarci dell’epocale fotografia del 1958 ad Harlem di Art Kane, una sorta di straordinaria ‘foto di famiglia del jazz’.

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Ancora una volta si dimostra che dalle nostre parti ‘piccolo e periferico è meglio’, si è più curiosi e pieni d’iniziativa, come dimostra anche la piccola Bollate, che da milanese invidio cordialmente. Milton56.

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