The artist Jeremy Pelt

Bella idea quella di intitolare i brani di un album con capolavori dell’arte. Ci avevano già pensato altri jazzisti, ma nel suo ultimo album “The artist” pubblicato in questi giorni da High Note, il 43enne trombettista californiano Jeremy Pelt ha addirittura composto un’intera suite in cinque movimenti, ciascuno dei quali intitolato ad un’opera del pittore e scultore francese Auguste Rodin. Temperie modali, atmosfere astratte screziate di elettronica, ballads e richiami ad una sofisticata fusion si alternano nello sviluppo della composizione, affidata, come i quattro brani che seguono, ad un largo ensemble che vede affiancati a Pelt il pianista Victor Gould, il bassista Vicente Archer, il batterista Allan Mednard, oltre al vibrafono e marimba di Chien Chien Lu, alle percussioni di Ismael Wignall, alla chitarra di Alex Wintz, ed al Fender di Frank Lo Crasto. Pelt, titolare di una carriera ormai lunga ed autorevole nell’aureo solco Morgan/Hubbard/Davis, con un suono esuberante ma sempre perfettamente controllato, pare, con “The artist”, avere voluto imprimere una svolta dai connotati del tutto personali alla propria musica, dipingendo, proprio come un pittore, un ampio affresco al quale contribuiscono in modo paritario tutti gli strumenti. Accentuando ora gli elementi ritmici, come le marimbe di “Ceramic”, ora quelli armonici – la ballad “Watercolours”, la conclusiva “As of now” magistralmente condotta dal contrabbasso di Archer-  e riservando  spazio per i voli del  proprio strumento nell’unico tempo veloce dell’opera, l’incalzante “Feido”. Un disco ambizioso e di grande fascino, che riesce ad imporsi con un raro equilibrio fra comunicativa e raffinata eloquenza,  fra tradizione e nuove forme.

177-Pache-Pelt

Ritroviamo Pelt in una session registrata in Italia nel 2016 e pubblicata da Abeat records sul finire del 2018, “Where you fly”, a nome del batterista australiano Adam Pache, con il nostro Emanuele Cisi al tenore, Umberto Amesquita al trombone, Pietro Lusso al piano ed Aldo Zunino al contrabbasso. Un disco composto di tutte covers interpretate  in chiave post bop, in cui è possibile apprezzare nel modo migliore  le capacità tecniche ed interpretative del trombettista, sia nei brani condotti come solista, come le splendide iniziali,“Lonely town” di Leonard Bernstein e “We’ll be together again” di Fischer/Laine,  che in quelli condivisi con il sax di Cisi, come l’arrembante title track aperta dalla batteria di Pache, la brillante “I do believe” del sassofonista Billy Harper, l’articolata “Lil’s paradise” di Charles Tolliver con una bella parte solista del pianoforte di Pietro Lussu e la pulsante “Credence “ sempre di Harper. Lontano dalle ambizioni di “The artist”, qui è solo la musica e l’interplay fra il gruppo di ottimi musicisti a parlare all’ascoltatore. Ed anche in questo caso i motivi di interesse e soddisfazione non mancano.

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