Green Book

Green Book, un film di Peter Farrelly candidato a 5 premi Oscar, è uscito da meno di due settimane anche in Italia. Narra la vicenda vera e romanzata dallo sceneggiatore Nick Vallelonga (figlio del protagonista italo-americano) dell’amicizia tra un colto e raffinato pianista nero e un buttafuori sgrammaticato e razzista.

Il pianista è Don Shirley, un genio precoce della tastiera che a soli nove anni andò a studiare al conservatorio della allora Leningrado. Nel corso del tempo Shirley, anche per l’ostilità della società bianca ad accettare un pianista nero e per le pressioni della propria casa discografica, spostò la sua attenzione verso la commistione tra musica colta e musica nera, pur non accettando mai di essere definito un musicista jazz.

Il film segue due classici filoni del cinema: il viaggio, ambientato nel 1962 nel profondo e razzista sud degli Stati Uniti , e la strana coppia, costituita dai due protagonisti diversi per cultura e carattere. Nulla di nuovo quindi, ma il canovaccio alla distanza funziona, pur tra alcune sbavature e qualche stereotipo di troppo. Il merito va ascritto principalmente alla bravura dei due protagonisti, Viggo Mortensen nei panni di Tony Vallelonga e  Mahershala Ali in quelli di Don Shirley.

Il titolo è dovuto al Negro Motorist Green Book, un manuale per una vacanza “senza pensieri” pensato per persone di colore. Negli anni Sessanta elencava gli alberghi e i locali dove ci si poteva rilassare senza entrare in contatto con i bianchi. Era indispensabile, specialmente per gli automobilisti che viaggiavano nel profondo Sud degli Stati Uniti, attraverso l’America razzista, che ancora oggi rifiuta il diverso, e dove in fondo, al di là delle dichiarazioni e delle leggi,  oggi poco è cambiato nella mentalità dell’americano bianco.

Rimane il dubbio che il prodotto sia abilmente confezionato per fungere da faro catalizzatore dei principi di educazione, rispetto e integrazione in un periodo buio per i diritti umani sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Ma se anche fosse, i valori che il film richiama sono quelli più veri e profondi di una integrazione all’insegna del rispetto reciproco al di là del diverso colore della pelle.

I dubbi provengono anche dalla famiglia di Shirley, che dopo l’uscita del film bolla in alcune dichiarazioni come non vera l’amicizia tra i due protagonisti, raccontando come il pianista in vita non volle concedere mai il permesso a Nick Vallelonga di raccontare la vicenda.

C’è anche un fastidioso modo di leggere la cultura della comunità italo-americana formato soprattutto da vecchi stereotipi, troppe volte visti al cinema e, in fondo, non necessariamente sempre aderenti alla verità.

Molto riuscite invece , almeno ai fini del film, le caratterizzazioni dei due protagonisti, il nero cresciuto nella cultura dei bianchi ma da essi rifiutato se non per allietarli con le sue indubbie doti musicali, e il bianco amante della musica nera, che inizia il pianista alla conoscenza di Little Richard e Aretha Franklin.

La pellicola mantiene un giusto equilibrio tra commedia e denuncia, e anche quando gli episodi razzisti diventano protagonisti lo sguardo di insieme, pur amaro, rimane anti retorico e disincantato.

Capitolo a parte per la musica: fantastici i momenti dei diversi concerti proposti, ma soprattutto irresistibile la scena del locale per neri dove Shirley si impossessa del pianoforte e trascina la band in un blues formidabile.

Un film da vedere, pur con le riserve di cui ho accennato, che con molta probabilità raccoglierà una messe di premi tra Oscar e festival del cinema

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