Rymden, nel cuore di Esbjörn Svensson Trio

 

A leggere i nomi che stanno dietro alla sigla Rymden, un piccolo tuffo al cuore: Dan Berglund e Magnus Öström con Bugge Wesseltoft , ovvero Esbjörn Svensson Trio con il pianista norvegese al posto del coetaneo leader svedese scomparso in tragiche circostanze poco più di dieci anni fa. Wesseltoft è musicista eclettico, che in carriera ha spaziato dal jazz acustico alla sperimentazione, fino a divenire fondatore del movimento scandinavo di crossover fra jazz ed elettronica con il collettivo “A new conception of jazz” a partire da fine anni ’90.  Öström e Berglund, nelle rispettive carriere post 2008, il primo in veste solista, il secondo con i Tonbruket, hanno continuato  a navigare i procellosi mari di un post rock venato di jazz al timone di una batteria ed un contrabbasso poco avvezzi ai tradizionali ruoli da sezione ritmica. Rymden nasce dall’idea di aggiornare nel formato del trio le esperienze dei due gruppi madre, recuperando alcuni stilemi tipici come l’enfasi ritmica ed il ricco catalogo di influenze che coniuga rock dai toni apocalittici e drammatici, improvvisazione jazz e suggestioni immaginifiche. Va detto subito, e non poteva essere altrimenti, che sul disco pesa in modo incombente l’ombra del compianto Svensson, nonostante lo stile di Wesseltoft sia maggiormente orientato ad un espressionismo melodico immediato rispetto alle complesse costruzioni per accumulazione progressiva  tipiche del pianista svedese. Gli esempi più felici di questo approccio si ritrovano in “Homegrown”, un tema di poche note che apre ad una poetica dichiarazione di amore per la propria terra, complice il lirico contrabbasso di Berglund, in “The lugubrious life of Lucky Luke”, dedica allo storico personaggio dei cartoon western comici, in forma di assorta e scarnificata ballad che evolve in un toccante solo pianistico, ed in “Bergen”, omaggio alla cittadina norvegese dai toni folk e dalla struttura circolarmente pop. Altrove incombono tempeste ritmiche prog (“The Odyssey”, tanto più interessante quando si avventura in territori improvvisati), incalzanti groove al piano elettrico (Pitter -Patter), frammenti elettronici e spazi più oscuri ed introspettivi  ( “The celestial dog and the funeral ship”, “ Ràk” ) nei quali la trama sonora pare quasi dibattersi per divincolarsi dalle maglie di una rete troppo opprimente. Prescindendo dal peso di un’eredità impossibile da sostenere, “Reflections and odyssey” merita frequentazione non casuale. Se, come me, siete fra coloro che hanno amato E.S.T.,  dovrete ogni volta fare un piccolo sforzo per mettere nel lettore questo cd.  E guardare, poi, avanti.

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