Meraviglie in sala e bestemmie in chiesa

Il XXII festival jazz di Chiasso ha ospitato Fred Hersch come artist in residence, facendone l’epicentro delle tre serate presso il Teatro Sociale. La prima sera in solo, la seconda in duo con Gwilym Simcock ed infine, sabato sera con un trio tanto inedito quanto consolidato. Inedito perché i tre musicisti non avevano mai suonato insieme come trio, consolidato perché Drew Gress è stato patner di Hersch negli anni 90’ e Joey Baron nei primissimi passi da professionista, tanto che il primo album del pianista, Horizons nel 1984, lo vedeva affiancato proprio da Baron e da Marc Johnson. Gress e Baron poi, nel corso della carriera si sono trovati moltissime volte fianco a fianco a costituire una delle migliori sezioni ritmiche sulla piazza.

Hersch è un pianista raffinato e sensibile, dalla profonda cultura classica, elementi questi che lo potrebbero accostare a Bill Evans, ma poi, all’ascolto, si deve riconoscere al pianista una cifra unica e assolutamente originale. Chissà perché di lui è più nota la dolorosa vicenda umana che non il notevole percorso artistico che lo ha portato ad essere uno dei grandi maestri viventi del suo strumento.

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Balladeur di classe sopraffina, ma dotato anche un innegabile swing, Hersch ha iniziato il concerto con un brano di Kenny Wheeler (Everybody’s song but my own) per poi proseguire con un pezzo originale (Serpentine) e la prima di tre composizioni di Thelonious Monk (Monk’s Dream e poi nel corso del concerto Blue Monk e Evidence).

Oltre a Serpentine tra gli originals ho riconosciuto Snape Maltings , Sarabande e la dolcissima Valentine in chiusura.

Il suo rapporto con Monk è assolutamente originale e centrale nell’andamento del concerto. La musica ha l’essenza e lo spirito di Monk ma nel contempo è completamente immersa nell’universo espressivo di Hersch . Un lavoro di cesello e di introspezione che è paragonabile, pur in contesto completamente diverso, allo scavo che fece Steve Lacy nel corso del tempo con le composizioni monkiane suonate in solitudine.

L’impressione che ha destato il trio è sicuramente quella di un gruppo che suona insieme da molto tempo: perfetti stop and go, un feeling straordinario, un magico rimpallarsi e rincorrersi, uno swing come difficilmente si riscontra oggi in un trio classico. Baron e Gress sono una macchina lanciata a folle velocità, capace di scarti e di improvvisi cambi di tempo. Elastici e potenti, mai scontati, fantasiosi e un po’ folli persino nelle ballate, una vera tempesta di ritmi nel primo bis, lo stupefacente Evidence che ha strappato una lunga ovazione. Dopo un’ora e un quarto di poesia trascinante Hersch concede un secondo bis in solitudine: si tratta della delicata ballata A Wish (Valentine) che chiude in bellezza un memorabile concerto.

E dopo cosi tanta meraviglia, l’idea di ascoltare l’acid jazz degli Incognito (per non parlare del DJ set di mezzanotte)  pare una bestemmia detta in chiesa, tanto da indurmi a ripartire immediatamente verso casa.

 

 

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