Il Fuoco Elettrico di Terence Blanchard (Piacenza Jazz Fest)

blanchard_22_bardiniLa Sala degli Arazzi della Galleria Alberoni, in Piacenza, è una meraviglia in cui trovano posto alle pareti diciotto enormi arazzi realizzati in tempi e da autori diversi tra il 1530 e il 1620, raffiguranti cortei regali, banchetti di nozze, episodi dall’Eneide e gesta belliche di Alessandro Magno, in un magnifico colpo d’occhio d’insieme che, nella serata di sabato scorso, includeva anche, sull’ampio palco disposto frontalmente, un formidabile assetto per gli attesi E-Collective di Terence Blanchard: disparate strumentazioni elettriche, un pianoforte a coda, amplificatori, synthesizer, leggiì, spie, tastiere, computer, basso elettrico e possente batteria dai timbali Zildjian sullo sfondo. Non sappiamo che effetto abbia fatto a Mr. Blanchard questa particolare location ma, a giudicare dagli applausi e dalle ovazioni tributate dal folto pubblico per chiedere un bis dopo 90 minuti di ininterrotta cavalcata elettronica suburbana tra ogni tipo di derivazione black della musica contemporanea, ci piace pensare che si sia lasciato particolarmente ispirare dal contesto. Già in fase di presentazione concerto, piuttosto lunga per via dei vari “onori di casa” e per un piccolo black out intervenuto, lo si vedeva sbucare ogni tanto con i suoi sodali tra le opere della galleria al primo piano, look niente male: scarpe da basket con brillantini, pantaloni sportivi con riga rossa tipo carabiniere, giubbino leggero e vistosa collana d’oro con ciondolone da rapper anni ’80 dal piglio ruvido, totalmente concentrato, per non dire immerso, nel magma musicale che andava ad evocare. blanchard_18_bardini

E magma fu, verrebbe da dire, perfettamente direzionato. I riferimenti estetici di Blanchard sono piuttosto espliciti e guardano anzitutto al Miles Davis elettrico,  avvolgendo come detto poc’anzi tutti i rami di derivazione black con passaggi funk, soul, blues-rock, inserti cameristici e tappeti elettronici su scansioni hip hop, tra groove irrefrenabili e distensioni,  così come declinato al meglio nel Blue Note “Live”, una sorta di concept album che è stato riproposto fin dall’intro, con evocativa registrazione parlata mentre la band prende posto sul palco, e lancia “Hannibal” brano di Marcus Miller che ricordiamo proprio nelle esecuzioni del tardo Miles Davis e qui completamente rivisitato dalla lunga introduzione pianistica di Aaron Parks e tema ripreso dal leader che sistema i suoni col mixer e, con le prime sortite del chitarrista Charles Altura, fissa il “sound” della serata in terra piacentina.

Un sound che vuole essere presagio e portatore di lotta, autodeterminazione e presa di coscienza, musica nera e fiera che prende l’abbrivio dal grande condottiero cartaginese come richiamo ideale a tutti questi valori . Hannibal è solo il primo di una serie di affondi precisi come magli nel ventre dell’attuale situazione socio-politica degli Stati Uniti d’America (“Tremo per il mio paese quando penso che Dio è giusto” è la frase di Thomas Jefferson riportata nel booklet del disco del quale proponiamo la copertina)

TerenceBlanchard_ECollective_Live_cover_resizeddd

Il tour che Blanchard sta portando per il mondo con il suo E-Collective è infatti partito per esprimere vicinanza ed affetto agli abitanti di alcune località americane salite agli onori della cronaca nera per clamorosi atti di violenza a sfondo razziale, in città in cui circolano liberamente migliaia e migliaia di armi da fuoco che lasciano sul selciato vite giovani, brutalmente spezzate, un culto delle armi che genera una spirale di violenza in cui pagano il prezzo più alto i ceti più deboli e in particolare la comunità afroamericana che pare vivere in un’eterna tensione armata con le forze del cosiddetto ordine.

C’è speranza e tanto dolore in questa proposta, anche quando le melodie evolvono in loop che paiono senza fine (“Unchanged”, firmata dal chitarrista Altura) la musica che fluisce esige estremo rispetto, a tratti si fa esuberante ma Terence non sorride mai, nè quando traffica col sintetizzatore cavandone effetti sempre utili alla causa nè quando emerge con assoli trombettistici pieni di riferimenti lontani, sfocati come i riverberi del suo strumento, a malapena ci dirà i nomi dei musicisti, indicandoli con gesti alla Miles dopo assoli particolarmente felici (magnifica la prova di Aaron Parks che ha giostrato da par suo tra tastiere e pianoforte), ma puntando sempre alla prova corale, al suono d’insieme, preciso come laser nel suo procedere a strappi, perfettamente a suo agio quando il maelstrom si fa più caotico (“Soldiers” , “Can Anyone Hear Me?” brani in cui il compositore prediletto di Spike Lee e tanti altri mostra i galloni).  “Ho sempre creduto che l’E-Collective rappresenti il meglio degli ideali americani. Siamo cinque personalità differenti, con differenti visioni delle cose, suoniamo insieme per uno scopo comune: creare musica che si spera possa guarire i cuori, ed aprire le menti”.  Usciamo grati e leggermente barcollanti dalla sala, consapevoli che questa musica che travalica e mescola generi limitrofi parla direttamente a noi, alle nostre vite e ai nostri tempi. Thanks, Terence.

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Si ringrazia tutto lo staff del PC Jazz Fest ed Angelo Bardini per le foto che ci ha gentilmente concesso. 

 

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