A World of Sound

 

Il giovedi’ sera al Circolo Libero Pensiero di Lecco è di scena il jazz, e spesso la trasferta , un’ora di automobile,  vale ampiamente la pena. E’ il caso di giovedi’ scorso, quando sul palco è salito il quartetto di Daniele Cavallanti, A World of Sound, dal titolo di un toccante documentario prodotto dalla David Lynch Foundation sulla figura umana e sulla musica di David S. Ware, magnifico sassofonista scomparso ancor nel fiore degli anni nel settembre del 2012.

Il gruppo a nome di Cavallanti vede due fiati (il leader al tenore e Francesco Chiapperini all’alto, flauto e clarinetto basso) e una sezione ritmica formata da Gianluca Alberti al contrabbasso e Tony Boselli alla batteria. A World of Sound esiste dal 2013 ed è l’ultima incarnazione di Cavallanti, musicista storico dell’area milanese, noto soprattutto per la formidabile band Nexus con il sodale Tiziano Tononi e per una lunga serie di progetti con formazioni sempre cangianti a proprio nome.

Il repertorio proposto ha ricalcato quasi per intero l’album fresco di stampa che segue alla precedente opera prima pubblicata nel 2015, con sole due cover, Ju Ju di Wayne Shorter e il magnifico bis, Happy House di Ornette Coleman, più una lirica e spumeggiante christmas carol.

Le composizioni, tutte per la penna di Cavallanti, non solo omaggiano grandi musicisti come Harry Miller o William Parker, ma sempre ne riprendono atmosfere e situazioni musicali in un ideale fil rouge che congiunge Albert Ayler a Joe Lovano.

Indubbie le qualità strumentali dei musicisti, cosi’ come la loro assoluta sincerità ed integrità: in un musical business che premia apparenza a scapito della sostanza, i quattro senza scendere a compromessi si ritagliano uno spazio originale in un settore di nicchia all’interno del filone jazzistico nazionale, che già di suo occupa una porzione pulviscolare del mercato discografico.

Insomma, eroica e pluridecennale coerenza nel caso di Cavallanti, a valori ormai desueti e a scelte musicali tutt’altro che a la page. Nessun flirt  con le mode del momento ma una robustissima continua contrapposizione alternata al dialogo tra i due fiati, e qui una nota di merito va senz’altro riconosciuta al polistrumentismo di Chiapperini, efficace al flauto, notevole al clarinetto basso, entusiasmante al sax alto.

Purtroppo, e inevitabilmente in uno spazio piccolo e limitato, l’impeto black della batteria si è sovrapposto in parte al dialogo tra i due fiati, ma, a prescindere dai trascurabili problemi di acustica il concerto è risultato del tutto godibile anche se, e va sottolineato pur non essendo nota di demerito, lo sguardo del gruppo è rivolto prevalentemente al passato.

 

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