Pubblico vecchio e passatista

Un pubblico che a lungo del jazz si è dimenticato, a parte qualche eccezione, e che invece sull’onda lunga brainfeederiana prima (leggi: Kamasi Wahsington) e gillespetersoniana poi (il buon Gilles ha sempre guardato con molta attenzione alla scena jazz anglosassone più “avant”, non venendo inculato quasi da nessuno per anni e mo’ improvvisamente tutti lo considerano un maestro, un oracolo: pittoresco) ora torna tipo mosca al miele.

Il jazz, l’abbiamo scritto in passato e lo scriveremo fino a quando campiamo, non deve diventare prigioniero di un pubblico vecchio, passatista, reazionario, tradizionalista, cosa che in Italia è invece stato troppo spesso e troppo a lungo (e lo è, in molti casi, tutt’ora). Sarebbe ed è un controsenso, per una musica che nel suo DNA nasce per essere viva, contaminatoria, libera, votata alla ricerca (cosa che si intuisce parlando con chi il jazz lo fa e lo vive davvero: i musicisti ad alto livello ad esempio, quasi tutti con un’apertura mentale e di ascolti che gli esponenti di altri generi se la sognano).

Ma il jazz, attenzione, non deve diventare nemmeno un accessorio di abbigliamento da sfoggiare per far vedere quanto si è à la page e ganzi: e nell’improvvisa passione per cose che per anni non si sono filate, beh, qualche dubbio affiora sempre. Ma è un argomento ormai vecchio. Che gira appunto dall’esplosione di Kamasi, il catalizzatore di questa nuova fase, l’idolo di chi il jazz l’ha scoperto solo nell’ultimo quinquennio (bene che l’abbia scoperto, male che neghi sia una scoperta così recente: non ci sarebbe nulla di male, nulla di cui vergognarsi). Un argomento che è anche di un’importanza relativa, in fondo: che la passione per il jazz sia autentica o modaiola, l’importante è che ci sia. Tanto, se è modaiola, al prossimo refolo di moda si estinguerà. E sarà vietato restarci male.

L’articolo è lungo, si riferisce in particolar modo al festival di Torino da poco terminato ed io l’ho tagliato giusto per dare una idea, rimandando il lettore interessato al link dove leggere per esteso il pezzo.

Ci sono a mio parere argomentazioni condivisibili e altre meno, al di là della tirata pro Rava (certamente un grande ma, per favore diciamolo, ormai in una parabola che non può che essere in discesa vista l’età e la difficoltà oggettiva dello strumento che tra l’altro ha abbandonato a favore del più morbido flicorno).

Giusto l’invito ad apprezzare e conoscere il jazz nella sua interezza e nella sua secolare storia. Un pò meno comprensibile l’enfasi su alcuni nuovi protagonisti, alcuni dei quali ancora da valutare appieno nel loro percorso ( Kamasi, ShabaKa), altri decisamente più marginali (Aarset) a mio modo di vedere rispetto a quanto di buono e “nuovo” si può ascoltare di qua e di la dall’oceano.

C’è poi un altro pezzo interessante:

…per il classico spettatore-da-jazz, la calata di tutti ‘sti tizi inglesi che “piacciono ai giovani” è visto come un fastidio, o come qualcosa di cui non tenere assolutamente conto, per rifugiarsi invece nei soliti nomi che vengono consigliati e serviti in tutte le salse dai cd di Repubblica o in quelli di Musica Jazz.

Discutibile questo accostamento, vero è che Repubblica ha scodellato per anni i cd dei soliti noti italiani (tra cui, guarda un pò, anche il mitico Rava) senza fantasia e senza ricambio generazionale. Musica Jazz invece, sopratutto nell’ultimo periodo ha proposto una serie di dischetti interessanti, spesso con musica poco edita, e comunque dall’innegabile valore storico. E lo dico io, che in passato mi ero accapigliato (si fa per dire viste le rispettive chiome…) con  Conti proprio per i compact allegati al magazine….

Concludendo, proporre Shabaka o Kamasi come nuovi vessilli “hipster” per giovani (potenzialmente) appassionati di jazz mi fa ricordare le parole di Roberto Ottaviano che ho proposto solo alcune settimane fa: cosi’ come i giovani fans di Bollani ignorano chi fosse Art Tatum, corriamo il rischio che gli adepti kamasiani non conoscano Coleman Hawkins, tantomeno Ornette o Sonny. Forse sarebbe meglio abbassare i toni e riconoscere il giusto valore dei nuovi protagonisti ma inquadrandoli nella prospettiva storica. E magari aspettare un pò prima di elevarli nella hall of fame…. 

Fonte: https://www.soundwall.it/e-tu-che-jazz-sei-cronache-dal-torino-jazz-festival-e-non-solo/

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