I giorni della musica e delle rose

Ma il jazz è difficile da seguire.

Intendo dire che si deve veramente amare il jazz

per seguirlo e il mio motto è: non seguire mai niente.

Bob Dylan

 

Siamo sempre stati contro il jazz.

Secondo me è una musica di merda per studenti.

Il jazz non serve a niente, non produce niente,

è sempre la stessa roba.

John Lennon

 

Il jazz alla fine degli anni Sessanta attraversò una crisi d’identità. Aveva vissuto l’e­quivalente del ’68 nel 1959, così scrivono concordi quasi tutti i critici

Franco Bergoglio

Scrivere un libro sul ’68 affrontandolo da un punto di vista prevalentemente musicale non è una idea nuova, ma l’autore evita con intelligenza le secche di una mera critica musicale e, con ancor maggior merito, evita anche un racconto ideologico o prettamente sociologico. Nel libro sono rievocate e descritte tutte le componenti naturalmente, perché il ’68, e qui meritevolmente l’analisi parte dagli anni ’50 e si protrae fino ai ’70, è fenomeno complesso nei suoi molteplici aspetti. Ma è innegabile che al di là della rivoluzione di costume e delle utopie libertarie, il vero collante di quegli anni magnifici e terribili è stato sicuramente la musica, ed in particolare la musica rock.

Il lavoro svolto da Bergoglio è notevole e complesso: agile e incisivo nelle rappresentazioni di quanto avveniva nelle piazze e nelle università, sempre raccordando gli avvenimenti alle nuove istanze cantate da Bob Dylan e dai meravigliosi protagonisti di quegli anni. Tant’è che, pur avendo vissuto in prima persona il ’68 ed avendo sviluppato precocemente la mia passione musicale, la ricerca dell’autore si spinge a citare testi ma ancor più musicisti che pure un onnivoro consumatore di musica come me  ignora per una buona parte. Ovviamente allora non c’era la rete ne Spotify, la conquista di ogni singolo lp era frutto di sacrificio e di risparmio, per non parlare della difficoltà oggettiva nel procurarsi l’agognata materia prima per chi viveva in un piccolo borgo lontano dalle città.

Ho letto il libro d’un fiato e senza nessun compiacimento nostalgico: precisa è l’analisi delle utopie promesse e, d’altro canto, della cruda e nuda realtà tanto che, chi ha vissuto quegli anni con partecipazione, non può che condividere al netto del disincanto personale. Il business agiva anche allora e spesso abilmente mascherato ma la musica ha avuto una spinta innovativa che nei decenni a seguire non ha più raggiunto quei vertici di visionarietà  e creatività. Parlo naturalmente del rock, perché come ricordato dall’autore, la stagione “rivoluzionaria” nel campo del jazz è iniziata prima, sicuramente nel 1959 con la pubblicazione di un notevole numero di album che poi sono rimasti nella storia della musica.

Non mi dilungo, ma è impossibile non ricordare almeno alcuni capolavori: John Coltrane compiva passi da gigante (“Giant steps”), Ornette Coleman definiva la forma del jazz a venire (“The shape of jazz to come”), Miles Davis dipingeva una tonalità di blu (“Kind of blue”) prima di raccontare bozzetti di Spagna (“Sketches of Spain”), Dave Brubeck e Paul Desmond chiedevano “Time out” e il formidabile Charles Mingus urlava il suo “Ah um!”.

Tornando a I giorni della musica e delle rose non posso che consigliare la lettura a tutti indistintamente gli appassionati musica, di tutte le musiche. Il racconto è leggero ed appassionante, i rimandi innumerevoli, tanto da accontentare qualsiasi tipo di lettura si voglia privilegiare.

I giorni della musica e delle rose. Rock, pop, jazz, soul, blues nel vortice del ’68

 

Franco Bergoglio

Stampa Alternativa Editore

Euro 16

 

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