Dialettica tra coetanei….

L’ (auto)ironia allunga la vita…..

“egr. Milton 56, sono un suo coetaneo , e non mi vergogno delle mie sensazioni, al punto che mi vengono ancora le lacrime agli occhi ascoltando un assolo di LESTER BOWIE . Se solo posso premettermi un appunto, non a lei ma in generale , credo venga dato troppo credito a Shabaka Hutchings, che mi sembra non dica nulla di nuovo, Trovo ancora piu’ stimolanti, LEO SMITH . HENRY THREADGILL , TIM BERNE , ed altri nonostante l’eta’. cordiali saluti”

Caro Anonimo,
che dire? Lester Bowie è ormai storia, per inesorabili ragioni oggettive: non dimentichiamo però che si è fatto le ossa nel soul, e mai ha perso i contatti con queste radici nemmeno nell’ultima fase della sua carriera. Anzi, qualcosa mi dice che se fosse ancora fra noi difficilmente si tratterrebbe dal balzare sul palco di qualche localino del South London per unirsi ai molti Shabaka che li popolano.
Vergognarsi e/o reprimere le proprie sensazioni? Giammai, già vengono largamente conculcate al di fuori della musica, ambito creativo che in questo secolo pervaso da una vocazione totalitaria e da un’occhiuta smania di controllo e di manipolazione delle coscienze deve esser difeso come un campo libero di espressione, al riparo da quel soffocante ‘pensiero unico’ che già tanti disastri ha fatto nella vita dei singoli e della società.

Blade Runner non è più solo un film….

E proprio a proposito di ‘sensazioni’ e ‘voci di dentro’, non posso nasconderne alcune che da tempo mi accompagnano. Sfrutto l’occasione per cercare di dargli un po’ di forma compiuta e razionale e, possibilmente, di innescare un dibattito.
La tentazione di un ascolto sentimentale e nostalgico è forte e comprensibile, persino in chi in anni più verdi ha vissuto tempi di maggiore apertura e creatività e si trova oggi a fare i conti con un epoca certamente ben più plumbea e soffocante: ma allora si ricade nello stesso peccato dei nostri padri e fratelli maggiori per i quali la ‘vera musica’ si fermava ad Armstrong ed Ellington (nel migliore dei casi…) e dopo era il diluvio…. E così si fischiava Coltrane, senza capire che, gusto e nostalgie a parte, si era testimoni di una svolta epocale della musica. E questo in tempi in cui il Futuro non era stato ancora soppresso per decreto come oggi, tutt’altro.
Pur avendone ascoltata parecchia, e pur continuando a farlo compatibilmente con l’offerta stentata e largamente omologata dei nostri palcoscenici, devo dire in tutta franchezza che da tempo molta musica ‘creativa ed improvvisata’ mi sembra aver perso un po’ il contatto con lo ‘spirito del tempo’, seguendo percorsi spesso piuttosto autoreferenziali, caratterizzati da un quasi programmatico sradicamento da qualsiasi passato ed all’inseguimento di una sorta di radicale autosufficienza. Atteggiamento che tra l’altro mi sembra paradossalmente alquanto in linea con il nostro Tempo Post-Moderno (e direi anche Post-Tutto).

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Nel jazz la semplicità dei mezzi giova spesso all’efficacia del risultato.

In diverse e recentissime occasioni di ascolto dal vivo di musicisti che pure avevo apprezzato nelle loro prove di qualche tempo fa, ho riscontrato poi anche una sorta di esasperata ‘sindrome di controllo’ esclusivo e totalitario sulla musica prodotta, che porta fatalmente ad allontanarsi da una dimensione di elaborazione e creazione collettiva, surrogata talvolta da una mera giustapposizione ed intreccio di personalità spesso scarsamente comunicanti tra di loro. A ciò si aggiunge spesso una certa ‘fatica dell’esecuzione’ in singolo di musiche esasperatamente elaborate e generate da risorse tecniche difficilmente gestibili sul piano individuale: è chiaro che in questo quadro ne fa le spese il momento creativo. Tutto questo non è bene nella musica di cui ci occupiamo, anzi direi che intacca in profondità la sua stessa ragion d’essere.

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Sullo sfondo di molti capolavori del jazz tintinnano i bicchieri…. (Chet Baker a Roma)

Soprattutto in un contesto come quello statunitense (ma non solo), posso anche capire il bisogno – talvolta inconscio – di riconoscimento da parte di un certo establishment accademico, ma il jazz e la musica di improvvisazione non sono nati e nemmeno sono cresciuti nell’Accademia, bensì in una dialettica anche dura e conflittuale con il music business, e vivono viceversa di un rapporto indissolubile e sia pur sublimato con la Strada. Coltrane ed Ornette creavano nei night (ed agli inizi anche nelle bettole), non nelle nicchie protette di Spoleto o Donauschauningen. Diversamente si rischia di imboccare gli aridi e desolati vicoli ciechi in cui si è persa gran parte della musica contemporanea accademica: questo epilogo è stato sinora evitato grazie alle cicliche ondate di nuove musiche, magari inizialmente più semplici ed immediate, ma certo non inconsapevoli, né furbesche o compromesse. Intendiamoci: qui nessuno grida al Messia come superficialmente si è fatto con un Kamasi Washington, salvo poi ridimensionarlo di fronte a macroscopiche cadute di gusto e furbizie di grana grossa.
Osservo solamente che da South London arriva una musica fresca e vitale, capace di comunicare e coinvolgere anche un pubblico nuovo e distante rispetto al nocciolo duro dei jazzfans hardcore, e soprattutto di farlo rielaborando radici e tradizioni chiaramente percepibili non nella musica di un solo Shabaka, ma di un intero milieu di musicisti che collaborano intensamente tra di loro. Un personaggio lo si può ‘fabbricare’ con le stregonerie del marketing, un intero humus musicale molto difficilmente. Malignamente potrei osservare che la ‘prova del nove’ di tutto ciò è l’assenza di questi musicisti da certi palchi estivi dove pure da anni passa di tutto (ed il suo contrario): ma siccome ci picchiamo di non esser eredi di Maramaldo, sorvoliamo… Concediamo quindi una chance a chi cerca di raccontarci criticamente un tempo che non senza ragione sentiamo come estraneo e respingente, ma che purtroppo anche noi abitiamo. Cordialmente, Milton56

Maramaldo, un intramontabile testimonial italiano……

La battaglia di Gavinana

7 Comments

  1. La tentazione di un ascolto sentimentale e nostalgico è forte e comprensibile, persino in chi in anni più verdi ha vissuto tempi di maggiore apertura e creatività e si trova oggi a fare i conti con un epoca certamente ben più plumbea e soffocante: ma allora si ricade nello stesso peccato dei nostri padri e fratelli maggiori per i quali la ‘vera musica’ si fermava ad Armstrong ed Ellington (nel migliore dei casi…) e dopo era il diluvio….

    Parole sagge, troppo facile fare il solone di turno reclamando musiche e musicisti di un’epoca ormai lontana quando spesso gli stessi musicisti suonano da tempo nelle praterie celesti…. Il problema non è che mancano nuove idee o nuovi e interessanti musicisti, sempre naturalmente che si abbiano le orecchie aperte e disponibili. La difficoltà sta nel vederli e ascoltarli dal vivo, poiché i festival nostrani sono terreno riservato ai soliti noti ed il pubblico, come il parco buoi di Piazza Affari, pare gradire, senza riserve e senza mai mostrare insofferenza. Non vedo grandi differenze tra chi va ad ascoltare il cantautore per cantare in coro il refrain famoso e chi va ad un festival jazz ad assaggiare il solito piatto insipido cucinato dal cuoco locale, la fantasia e la noia sono le stesse. Nessuna voglia di pietanze esotiche, di gusti nuovi, e non è solo per demerito dei promoter. E’ più facile andare sul sicuro indubbiamente, e gli anni delle sperimentazioni e delle rivoluzioni sono passati. Sicchè per gli ormai attempati jazz fans cresciuti tra i ’60 e i ’70 rimangono ben poche opportunità, almeno se si vuole rimanere nel nostro paese. Dopo la scomparsa di Aperitivo in Concerto trovare proposte aggiornate e stimolanti è impresa improba. Molto meglio all’estero dove, pur con delle criticità, rimangono vive le speranze in festival come Moers, Willisau, Saalfelden, NIckelsdorf.
    Hanno da tempo rinunciato ad una funzione di stimolo e di critica e, almeno a mio giudizio, non fanno un buon servizio i magazine dedicati alla nostra musica, occupati ad intervistare questo e quello ma piuttosto distratti riguardo alle direzioni da intraprendere e mai, assolutamente mai, critici verso cartelloni che sembrano prestati da Sanremo. E’ solo il mio parere naturalmente, ma se proprio debbo fare il nostalgico, che belli i tempi in cui nelle lettere al direttore ci si scontrava in maniera sanguigna e corretta e i problemi non venivano sottaciuti. Oggi gli “scontri” sono esclusivamente on line su Forum che , per forza di cose, hanno vita breve visto il livello di maleducazione reiterato che li caratterizza. Rimangono per fortuna i dischi, sempre più difficili da trovare e sempre più oggetto per estimatori dal portafoglio ben fornito, almeno nella versione in vinile. E rimangono i pochi appassionati, ormai rari e preziosi come l’oro dei cercatori di Sierra Pelada….

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  2. egr .Milton 56
    non ho la sua bravura dialettica e quindi mi limito a risposte telegrafiche.
    evidentemente io non ho una conoscenza cosi vasta della musica del South London
    che lei ritiene fresca e vitale , io confermo le mie perplessita’ su Shabaka.
    Mentre credo che chi ha “ORECCHIE CURIOSE” puo’ ancora trovare musica vera :
    rob mazurek
    ken vandermark
    larry ochs
    satoko fujii
    vijay iyer
    myra melford
    …………. e potrei continuare
    cordiali saluti

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    1. Wow! siamo arrivati alle ‘liste’, uno dei classici intramontabili della passione jazz 🙂 . Raccolgo la sfida. Il Vijay Iyer Sextet ascoltato l’estate scorsa a Fano a momenti mi faceva passare una notte in bianco, vedere qui per dettagli: https://blog.libero.it/MondoJazz/13736922.html. Un crimine non averli registrati nell’occasione (ma senz’altro l’adrenalina che correva a fiumi in quella serata poco sarebbe garbata a Meister Eicher – il copyright non è mio… ;-)).
      Myra Melford. ‘The Other Side of the Air” ed in genere il suo Snowy Egret è una delle cose più vive e felici che si siano sentite negli ultimi anni, avventura, densità e calore comunicativo di pari passo: infatti in Italia nessuno se la fila :-(. Rob Mazurek: ho tutti i dischi di Chicago e Sao Paulo Undegrond, affascinan ti; “Chicago London Underground” poi è “in a class of its own”, come dicevano i compianti Cook & Morton (ma qui pesava moltissimo un certo Alexander Hawkins al piano). Ma alcune sue performances live degli ultimi tempi – ho in mente soprattutto un concerto a JazzMi 2017 – sono proprio quello che avevo in mente quando scrivevo dell’inaridimento di una certo filone della musica creativa ed improvvisata.Risolviamo tutto con un boutade, per misericordia verso i nostri quattro lettori: nella dimensione del concerto live non è prevista la funzione “rewind & replay”, a mio avviso è importante ricordarselo prima di salire su un palco, soprattutto se si ha già una consolidata reputazione. Satoko Fujii: ascoleteremo con attenzione. Larry Ochs: ri-ascolteremo, Ken Vandermark: ho un suo disco, il primo brano lo ricordo ancora, per me nella Top Ten di Abu Graib, scusino la frettolosa semplificazione. Sempre cordialmente. Milton56

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      1. sg0mbriamo il campo da ogni equivoco.
        io per indole non lancio sfide a nessuno.
        mi lasci solo precisare , alcune cose :
        io gli ultimi 50 anni li ho dedicati all’ART ENSEMBLE OF CHICAGO ,
        aquistando tutto il possibile , vedendoli 40 volte
        ma in modo particolare mi sono dedicato alla ricerca di bootleg , io ho collezionato 250 concerti dell’art ensemble , ed altrettanti dei loro membri in gruppi separati.

        in questo arco di tempo (concordera’ piuttosto lungo) ho ascoltato anche altro
        e posseggo tutti i dischi di , HENRY THREADGILL , WADADA LEO SMITH , E TIM BERNE.

        Nell’elenco sopra citato, volevo solo dire che mentre si loda un certo Shabaka
        ci sono altri musicisti ascoltabili, ed elencati senza un ordine di valore , ma
        solo perche’ in tempi piu’ o meno recenti mi e’ capitato di sentire sia dal vivo che su disco
        e mi sono piaciuti.
        esempio
        – LARRY OCHS – THE FICTIVE FIvE O JONES JONES
        ROB MAZUREK – CHICAGO UNDERGROUN DUO
        KEN VANDERMARK – MADE TO BREAK
        ……….

        e non proseguo in quanto non vedo la necessita’ di spulciare episodio per episodio come lei ha fatto , non credo interessi a nessuno.

        CORDIALI SALUTI.

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    2. alla faccia del curioso e delle orecchie curiose…il tal “anonimo” mi pare invece mostrare forti lacune cognitive ed essere il tipico collezionista nostalgico rimasto fermo a una lista di nomi prevedibilissima e fatta per lo più di attempati musicisti del free e post free sin troppo noti da decenni. Da quel che si legge parrebbe piuttosto il tipico collezionista di dischi che crede basti stilare una lista di nomi per sentirsi colto dai gusti avanzati e sofisticati. Invece in pratica si dimostra un revivalista inconsapevole con conoscenza peraltro limitatissima del panorama della musica improvvisata attale, assai più ampio. giovane e interessante delle solite quattro vecchie icone ripetute sino alla noia che peraltro non rappresentano più la contemporaneità della musica improvvisata da un pezzo. Qaule sarebbe la novità e la curiosità? Larry Ochs che con il Rova è attivo sulla scena dalla seconda metà degli anni ’70’ senza peraltro mai riuscire a emergere sul serio? Ma per favore…Ha fatto bene poi Milton 56 a ricordarle da dove proviene Lester Bowie, come peraltro tutti i musicisti afro-americani della sua generazione. La dimostrazione di come spesso si lodano giustamente certi musicisti ma per delle ragioni sbagliate. Non c’è da sorprendersi, ormai è un cliché sin troppo facilmente riscontrabile in un ambiente di jazzaroli noioso e autoreferenziale fatto di ammuffiti e sempre più scarsi quantitativamente, fermi a idee di mezzo secolo fa e incapaci di uscire dalproprio ristretto orticello e di guardare oltre il proprio naso. Un altro plastico esempio di paese vecchio fatto da vecchi che pensano vecchio e incapace di rinnovarsi. Il jazz da noi pare proprio non sottrarsi a tutto il resto.

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  3. Caro Rob, quante questioni balzano fuori, concatenate l’una all’altra.
    Vediamo di dedicare almeno una battuta a ciascuna.
    Musiche nuove. In barba al tempo che passa, cerco ancora di non rassegnarmi alla ‘musica tappezzeria dell’anima’. Vanno messe in conto molte delusioni, ma quando ci si piglia, cioè quando ci si imbatte nella ‘musica che ti dà le parole che ti mancano’, ti cambia la giornata. E di questi tempi ce n’è un gran bisogno.
    Festival & Promoters. SItuazione sconfortante, certo. Insolubile la querelle tra i fustigatori del pubblico ingaglioffito e quelli dei direttori artistici che passano più tempo al botteghino invece che sul palco (o meglio ancora in incognito in platea). Ma bisogna fare anche i conti con il ritiro della ‘mano pubblica’ che decenni fa si assumeva istituzionalmente il rischio di supportare scelte non convenzionali e scontate. Finanze pubbliche esangui, come no, ma il sistematico appalto della politica culturale a soggetti privati terzi pone seri interrogativi sulla ragion d’essere di Assessorati alla Cultura molto ben presidiati. Musicisti e diffusione della musica: capisco che oggi si viva dei cachet dei concerti (in rari casi però veramente spropositati), ma rammentate quanto dicevano i vostri ‘bisnonni’ di inizio ‘900: un trionfo in concerto in poche ore si perde nel vento, un disco un po’ raffazzonato o peggio di ‘effimera tendenza’ resta e si ricorda molto più a lungo…La situazione attuale dei canali di distribuzione discografica è del tutto caotica e frustrante per il pubblico (almeno quello che ha a cuore la sopravvivenza e dignità dei suoi artisti): scusino la brutale franchezza, ma l’autoproduzione artigianale non è la soluzione.
    Riviste e magazines (plurale? mah… 😉 ). Tanti anni fa un giornalista di grande mestiere mi somministrò alcune ruvide pillole del suo mestiere. “Ti mancano le idee per un pezzo? Niente paura, organizza un’intervista: così l’articolo lo scrivono gli altri”. Mi ripeto, forse: troppe interviste che ricalcano quasi sempre clichè scontati, niente verità epocali (quelle semmai si dispensano sul palco con lo strumento), un certo strisciante culto della personalità che finisce per metter in primo piano il personaggio rispetto all’artista, tendenza che in altri campi ha fatto molti guasti. In una scena periferica e frammentata come la nostra, sarebbe di gran lunga più importante per tutti una panoramica della scena concertistica – soprattutto estera: negli anni delle infuocate (ma civili) ‘lettere al Direttore’ per questo si trovava tempo e spazio, Ovviamente, e come sempre, “my five cents”. Milton56

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