Jimmy Giuffre 3 Graz Live 61. Fuga dalle “prigioni verticali”.

Ascoltando gli applausi un po’ frettolosi al termine dei singoli brani di questo Live in Graz, documento di un concerto austriaco del trio di Jimmy Giuffre, tratto dal medesimo tour del 1961  dei precedenti “Emphasis” e “Flight”, relativi a concerti germanici, ancora pubblicato dalla svizzera  Hat Hut Ezz-Thetics, viene da immaginare la reazione un po’ stupita che deve avere attraversato la platea all’ascolto di quella strana musica. Un’entità libera, astratta e “senza ritmi” che il clarinettista aveva iniziato ad elaborare quello stesso anno in due session a New York in compagnia del pianista Paul Bley e del bassista Steve Swallow (“Fusion” e “Thesis” ), e che avrebbe condotto l’anno successivo all’approccio totalmente radicale  di  “Free Fall” . Come si legge nelle note di accompagnamento del nuovo documento discografico, molti ascoltatori si trovavano impreparati di fronte ad una musica così innovativa sotto il profilo armonico e dalla struttura intensa quanto enigmatica. Generalmente definita “musica jazz da camera”, (ma la camera infratemporale del finale di “2001 Odissea nello spazio” verrebbe da precisare, non fossimo sette anni in anticipo), la musica del trio costituiva il tentativo di Giuffre di sostituire le rigide strutture ritmiche, vissute come “prigioni verticali” per l’improvvisatore, con sequenze di sviluppi lineari melodici fluidamente adattabili definiti “contrappunti al rallentatore”. Il concerto austriaco differisce in parte rispetto ai due gemelli tedeschi, con cinque brani documentati dal vivo per la prima volta, tratti, come gran parte del materiale, dai due dischi in studio, ma qui sottoposti a profonde rielaborazioni. “Suite for Germany”, un’ impegnativa suite che include influenze classiche, sezioni free e schegge melodiche, e “Trance”, dominata dalla cavata di Swallow e con un piano rumorista di Bley, si erano invece già ascoltate in versioni meno estese nel concerto di Brema. Nel programma, registrato in modo più che accettabile, nonostante qualche isolata defaillance di presa, spiccano una “The Gamut” dal tema angolare che confluisce in intenso dialogo dominato dal magistrale basso di  Swallow , le profondità blues di una “Cry, want” estesa oltre i dieci minuti, gli echi di Monk di “Scootin’around”, il lirismo quasi pudico di “Temporarily” ed  infine, si può presumere con un certo sollievo del pubblico, una conclusiva “That’s true, that’s true” che regala gli unici momenti di vero swing, naturalmente interpretati secondo l’estetica del trio. Musica che ha aperto tante strade, sempre affascinante da “ scalare” anche a quasi sessanta anni dalla sua creazione.

1 Comment

  1. Direi che, al contrario di quanto si afferma in genere, il trio di Jimmy Giuffre (che ha sicuramente influenzato buona parte dell’improvvisazione radicale europea: figure come Evan Parker o Derek Bailey che, ovviamente, si sono distanziate dall’improvvisazione africano-americana) si è ben guardato dal sostituire o abbandonare schemi ritmici, casomai ha evitato la pulsazione ritmica regolare, destrutturandola allo scopo di acquisire una maggiore flessibilità, evitando così di ancorarsi alle fondamenta di un pivot ritmico e rendendo possibile anche a uno strumento come il contrabbasso di partecipare liberamente al dialogo collettivo senza vincolarsi a usuali risoluzioni tonali. In modo particolare (come peraltro aveva fatto e faceva allora Ornette Coleman) ha sovvertito molti dei canoni occidentali che si erano stratificati in parte del mainstream musicale di derivazione africano-americana, facendo ritorno all’approccio che aveva uniformato di sé il proto-jazz e che era, nelle sue fondamenta radicalmente folcloriche (in particolar modo nell’uso delle strutture aperte del blues, che erano in origine di gran lunga meno costrittive di come sono state poi codificate), estremamente libero, votato alla collettivizzazione di un “sentire”, di una forza espressiva e spirituale comune. Vi è una minore verticalizzazione in certi lavori di Giuffre, un allontanamento progressivo dall’uso dell’armonia in senso occidentale (Giuffre, non a caso, com’è stato tipico della cultura West Coast, aveva un forte interesse per le culture orientali) e una concezione, soprattutto nell’uso del pianoforte, orizzontale, tendenzialmente melodica (un tratto che ben si confaceva all’inclinazione di Paul Bley) e -come nella tradizione di base africano-americana- un interesse spiccatamente minore per la logica tonale e una minore ossessione per il contrappunto, nel risultante sfruttamento delle caratteristiche timbriche di ogni strumento. In piena tradizione americana, in Giuffre vi è un forte, disciplinato e rigoroso interesse per lo spazio e per il suo uso, soprattutto egli evita di congestionarlo, permettendo un respiro, un’ariosità che certamente era desueta rispetto alla congestione talvolta intensamente e volutamente praticata dall'”occupazionismo” del bop. La destrutturazione praticata dal trio di Giuffre è, in realtà e come è ovvio, strutturatissima, fortemente radicata nel folclore americano e nettamente libera da molte concezioni del Canone accademico occidentale.

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