Storie di ordinaria follia (anche jazzistica)

 

Viviamo immersi in una realtà dominata dall’astio, dal risentimento, dalla voglia di prevaricazione o, se va bene, dalla necessità di dimostrare la fallacia e l’inconsistenza delle opinioni altrui. E, in alcuni casi, dall’odio vero e proprio . Dall’episodio più banale della nostra vita quotidiana, un parcheggio, un post sulla grande lavagna virtuale che domina le vite di molti, a situazioni più complesse, è possibile trarre casi emblematici di questo modo di condurre le relazioni umane. Sono cosciente di non dire nulla di nuovo, la cultura dell’odio è ormai un fenomeno da studi di sociologia contemporanea. Dato che può capitare a tutti di trovarsi in situazioni dominate da questi sentimenti, persino ad una persona come il sottoscritto che per carattere rifugge, per quanto possibile, le controversie,  ho deciso di raccontare un fatto personale che riguarda l’argomento di questo magazine. Omettendo i riferimenti puntuali, data la piega che hanno preso gli eventi.
Quasi due anni fa, vengo contattato da un’associazione locale che si occupa di musica jazz per realizzare delle interviste a musicisti, finalizzate a comporre un libro. Mi accordo per il lavoro con il responabile, molto entusiasta. Inzio a realizzare le interviste contattando i musicisti grazie ai riferimenti fornitimi e, nel giro di qualche mese, ne ho pronte una quindicina destinate al contenuto del libro. Dato che il tempo passa, continuo a sollecitare il responsabile per avere certezza sui tempi, le foto e le parti di corredo del volume. Passati altri sei mesi senza sviluppi, comunico che avrei intenzione di utilizzare il materiale, data la sua natura soggetta ” a scadenza”, per la pubblicazione su una nota rivista del settore, con la quale ho già pubblicato altre interviste. Ricevo dalla stessa persona dell’associazione un ringraziamento per la correttezza. Concordo con il direttore della rivista, che si dimostra molto interessato, il piano di uscite, ed inizio a rivedere il materiale per la nuova veste editoriale. Una sera ricevo una telefonata dall’associazione cui non posso rispondere, e, subito dopo, una lettera redatta in tono molto formale che mi intima di non pubblicare il materiale, in quanto “la paternità del progetto appartiene all’associazione” e “le interviste sono state fatte (da me ndr ) in nome e per conto della stessa”, paventando il ricorso ad azioni legali a tutela degli interessi in questione. A questo punto, conscio di essere titolare del diritto di autore sul materiale, che non ho mai ceduto nè in forma orale nè tantomeno scritta a chicchesssia, diffido l’associazione ad usare le interviste senza mio permesso esplicito. Seguono altri poco piacevoli scambi epistolari e di persona.
Il fatto strano è che, dopo questo scambio di comunicazioni, si eclissa completamente anche il direttore della nota rivista, al quale scrivo diverse mail senza che mai si degni di darmi un cenno di risposta. Il sospetto che sia stato ricevuto da qualche segnalazione tendenziosa è, secondo me, più che fondato.
Scrivo di jazz da appassionato cronista senza pretesa di essere considerato un critico musicale, ed avendo tutt’altra attività che mi consente il mantenimento. Sicuramente ho accettato il lavoro con una buona dose di ingenuità, che cercherò di accantonare in futuro. Mi dispiace, però, per il tempo richiesto ed ottenuto dai musicisti, e considero un peccato il fatto che rimanga non pubblicato tanto materiale : un ritratto della profonda umanità di Javier Girotto, l’esuberanza di Giovanni Falzone, la giovialità di Dado Moroni e la sua prevenzione per il jazz contaminato, un lungo ed approfondito confronto con Stefano Battaglia. E molto altro. Non so se questa vicenda dipenda da incontri poco fortunati o sia un riflesso dello spirito dei tempi di cui sopra. L’esperienza mi è comunque servita per fare la tara a molti personaggi che si muovono in questo ambiente, dietro l’apparente etichetta dell’amore per la musica. Ho voluto condividerla con chi legge Traccedijazz nello stesso spirito con cui scrivo di dischi, concerti o altri eventi della nostra musica. E la speranza che, magari, qualcuno, quando ha a che fare con altre persone, pensi a disinserire il tasto automatico dell’odio prima di aprire bocca o accendere il PC.

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