Nate Chinen e la musica del cambiamento

Un libro di Nate Chinen tradotto in italiano ? Imperdibile, almeno sulla carta. Venduto su Amazon in formato cartaceo a 32 euro (!) è però offerto in versione Kindle a 14,99 euro. Ingolosito, stavo già procedendo all’acquisto quando vedo che Amazon mi offre gratuitamente la possibilità di scaricare e leggere il primo capitolo. Perchè no, mi dico, e procedo immediatamente. E qui casca l’asino: se il libro sembra offrire uno sguardo interessante e di prima mano sui protagonisti della scena attuale, la sua traduzione è quanto meno problematica: interi periodi di cui non si capisce il significato se non a prezzo di ricalibrazioni mentali. L’impressione maliziosa è che il traduttore si sia servito di Google Translate più che delle proprie conoscenze linguistiche. Insomma, mi è bastato il primo capitolo per demotivare il mio possibile acquisto. Eppure, facendo una piccola ricerca in rete,  il traduttore sembrerebbe in possesso di tutti i requisiti necessari, scrittore, autore e per di più anche musicista. Non so che dire, auspico una (im)possibile futura nuova traduzione ma, per chi ne è in grado, molto meglio leggere l’originale. Aspetto smentite e incoraggiamenti da chi, acquistato il libro, è arrivato fino in fondo senza rilevare incongruenze.

Il jazz è musica di rottura. Rottura delle convenzioni sociali, rottura degli stilemi di genere. Il jazz è la musica del cambiamento. Inafferrabile e chimerico, il jazz continua a mutare, a evolversi: è argento vivo che solo il più sopraffino dei critici musicali può sperare di catturare. Nate Chinen, firma tra le più riconoscibili e amate del New York Times, si prova nell’impresa di distillare il jazz del nuovo millennio: il risultato, La musica del cambiamento, è la testimonianza di un’arte che non ha mai temuto di andare controcorrente, e che anche oggi, dopo più di un secolo di storia, continua a rivoluzionare i paradigmi della creazione musicale.
In queste pagine animate dai più importanti musicisti contemporanei – dai sassofonisti Steve Coleman e Kamasi Washington alla cantante e bassista Esperanza Spalding, passando per i pianisti Jason Moran e Vijay Iyer –, Chinen svela le nascoste sinergie fra il jazz contemporaneo e l’hip hop, da un lato, e l’R’n’B, dall’altro, mostrando come la nuova, proteiforme generazione di «grandi vecchi», Wayne Shorter e Henry Threadgill, abbia contribuito a riplasmare l’estetica del jazz e a ripensarne le fondamenta ideologiche, tecnologiche e teoriche. Di nome in nome, da innovazione a innovazione, Chinen improvvisa come i migliori jazzisti, e costruisce un testo vulcanico, ironico e affilato nei suoi giudizi critici.
Chi ama il jazz ritroverà in questo libro molti dei nomi che già conosce, apprezza, segue, ma le sorprese – a maggior ragione per chi vi si accosta per la prima volta – sono molte: occorre avere a fianco un blocco note, cartaceo o digitale che sia, per prendere appunti, perché – come avvisa Dwight Garner dalle pagine del New York Times – non si può resistere alla tentazione di compilare una playlist. E ascoltare, lasciandosi guidare dalle parole di Nate Chinen.

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