Ahmad Jamal, la solitudine del maratoneta

Spesso mi viene da paragonare la storia del jazz a quelle piste carovaniere che solcano i grandi deserti: viste sul terreno, esse appaiono più che altro come un fascio di sentieri e tracce che si incrociano e si intersecano, niente a che vedere con la moderna retta che taglia il paesaggio per inseguire l’orizzonte. Quasi sempre, in questo dedalo di percorsi dall’andamento carsico se ne distingue qualcuno che corre distaccato e pressocchè indipendente dall’alveo centrale, orgogliosamente parallelo ad esso, con cui condivide al più una direzione generale. Ecco, la musica di Ahmad Jamal è proprio uno di questi percorsi appartati della grande pista del jazz.

Del secolo di viaggio della musica afroamericana, la carriera attiva di Jamal ne copre quasi la metà, dall’alto dei suoi 89 anni compiuti. Già questo basta a creare intorno all’uomo un alone di fascino: è praticamente uno degli ultimi uomini che sono stati contemporanei ed attori di almeno tre o quattro diverse ere del jazz, in quella magica ‘sincronicità’ di passato, presente e futuro che sino a qualche tempo fa è stata uno dei suoi più affascinanti ed esclusivi fattori di evoluzione.

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Il pianismo di Jamal si è sempre distinto inizialmente per una sua laconica essenzialità, deliberatamente applicata in principio a noti standards che ne uscivano in qualche modo ‘radiografati’: non stupisce quindi la dichiarata ammirazione tributatagli da un Miles Davis, che certo non era prodigo di lodi per i colleghi. Della profondità e forza di questa attrazione ne sanno qualcosa i pianisti che hanno volta per volta affiancato Miles. Nel suo viaggio sempre più appartato il pianoforte di Jamal è divenuto sempre più scuro e denso, sempre assorto in una concentrata, laboriosa costruzione di melodie che conoscono però anche momenti di improvvisa, smagliante apertura, che donano alla musica di Ahmad un contrasto che è gran parte del suo fascino. Intendiamoci: non si deve rinchiudere il nostro nel clichè dell’asceta dedito in solitudine monastica allo sviluppo della sua opera. Jamal ha conosciuto nella sua carriera momenti di notevole successo di pubblico e di spontanea sintonia con lo spirito dell’epoca. E’ giunto persino a gestire, sia pure per pochi anni, un club tutto suo, fatto più che unico che raro per un jazzista. All’inizio degli anni ’70 il suo ‘Awakening’ per Impulse con il suo contrastato dinamismo ed i suoi colori accesi hanno fatto nuovamente convergere i riflettori su di lui, e molti anni più tardi questo album avventuroso sarebbe stato spesso preda dei campionatori dell’ hip hop.

 

Un ‘risveglio’ appassionato e sensuale. Chi indovina da dove arriva il tema?

Sempre più diradate le già occasionali collaborazioni con altri esponenti della scena jazzistica, Jamal si è sempre più sistematicamente concentrato nella congeniale dimensione del trio, affiancato da sidemen di lunga frequentazione, solo raramente avvicendati. Inoltre l’orgogliosa indipendenza dal milieu statunitense lo ha portato a costruire uno stretto e sentito legame con la Francia, alla quale nel 2017 ha regalato un ‘Marseille’, ritratto vivido e luminoso di una città in sofferta metamorfosi da affiancare a pieno titolo ai noirs di Jean Claude Izzo ed ai film di Robert Guedigian: ascoltare l’intensa versione di ‘Marseille’ con il rapper francese Abd Al Malik per credere.

Ballades

E ci sarà molta aria di Francia anche nel doppio LP ‘Ballades’, che apparirà il 13 settembre, Jamal fa un passo in avanti verso la dimensione del piano solo (tre brani, tra cui ‘Poinciana’), duettando con il basso del fido James Cammack per altri tre. Il teaser di prammatica è un ‘Whispering’ . Un’occasione da non perdere per chi dovesse ancora fare la conoscenza con uno splendido, fascinoso novantenne. Milton56

Eccolo, il ‘sole stanco’ di Marsiglia

 

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