L’AFRICA SBARCA IN AMERICA…. IN STUDIO DI REGISTRAZIONE, STAVOLTA

Nduduzo Makhathini al piano

Nonostante l ‘Africa continui a rappresentare un mito fondativo del jazz, non sono frequenti i casi in cui musicisti del Continente Nero riescano a ritagliarsi uno spazio nell’affollata e combattuta scena musicale statunitense. Ed anche quando ciò è avvenuto, la cosa si è realizzata in congiunture storiche e culturali molto particolari e circoscritte, che al momento sembrano alquanto lontane nel tempo.

In particolare, il musicalissimo Sud Africa ha trovato più spesso un approdo in terra inglese, per ovvii retaggi storici e per la chiara ostilità che il regime dell’apartheid non poteva non nutrire per il jazz ed i suoi uomini: spesso i musicisti sudafricani erano dei veri e propri rifugiati politici. Del resto, il rifiuto afrikaans era ampiamente ricambiato: negli anni ’50 il pur conciliante Louis Armstrong, che si era sobbarcato per il Dipartimento di Stato americano pesanti tour propagandistici in varie parti del mondo (URSS compresa), oppose un silenzioso, ma ostinato rifiuto alla richiesta di recarsi in Sudafrica, e non valsero a smuoverlo né cospicue offerte economiche, e nemmeno larvate minacce (alla faccia del ziotommismo…)

R-9088035-1474563064-2148.jpeg

Le ‘Regine Rettili’ sono state un bell’exploit per Shabaka, ma questi suoi ‘Antenati’ sembrano quelli che guardano l’oceano nella copertina di ‘Bitches Brew’….

Ancora negli ultimi anni, è stato un alfiere del New British Jazz come Shabaka Hutchings a dare visibilità ai suoi ‘Ancestors’ sudafricani con l’album ‘Wisdom of the Elders’, un lavoro veramente affascinante ed originale che andrebbe attentamente riascoltato da parecchi che arricciano il loro autorevole naso di fronte alle prove del sassofonista londinese. A Chicago invece sono meno schizzinosi, dal momento che l’Art Ensemble nella sua recentissima tourneè inglese ha voluto proprio Shabaka come ospite….

In ‘Wisdom of the Elders’ ha un ruolo di rilievo – soprattutto in suggestivi interventi al fender rhodes – Nduduzo Makhathini, un pianista che in Sudafrica ha già alle spalle una consistente carriera non solo come strumentista e leader, ma anche come educatore e produttore discografico per altri colleghi: questa multiforme attività gli ha fruttato in patria importanti riconoscimenti, cui sono seguite alcune apparizioni sulle ribalte americane.

Ora però è in vista un notevole salto di qualità: nel 2020 (data di uscita ancora da precisare) Blue Note Records pubblicherà il suo album “Modes of Communication: Letters from the Underworlds”, di cui ci viene offerto in anteprima il brano che segue:

Da un primo ascolto, si nota uno studiato accostamento tra la vocalità scabra e drammatica della vocalist Omagugu Makhathini (moglie del leader) e sofisticate parti strumentali affidate ai sassofoni Logan Richardson e Linda Sikhakahne, alla tromba di Ndabo Zulu, supportati dalla batteria di Ayanda Sikade, dalle percussioni di Gontse Makhene e dal basso di Zwelakhe-Duma Bell La Pere.

Che Makhathini abbia assimilato molto jazz americano, soprattutto degli anni ’60, è cosa evidente e pacificamente ammessa: “Sono arrivato tardi al jazz…. Ho sempre cercato uno stile che mi consentisse di riflettere il modo in cui la mia gente danza, canta e parla. (…) e l’ho trovato e lo trovo ancora in modo molto significativo in McCoy Tyner. Oltre a questo intrigante atto di devozione verso un gigante del piano jazz (di cui però poco si parla…. niente di più lontano da lui del divismo e del culto), nel pantheon di Makhathini figura ovviamente il Coltrane di ‘A Love Supreme’, ma anche Andrew Hill con la sua complessità intellettuale, il Randy Weston che sì è a lungo immerso nell’Africa vera e non nel suo mito costruito negli States e, dulcis in fundo, Don Pullen. E qui c’è già abbastanza per attendere con curiosità questo disco (che tra l’altro rappresenta una scelta non ovvia anche per la label americana – anche se qualche anno fa aveva prodotto un album di Tony Allen, forse più godibile e meno denso di consapevoli intendimenti di poetica)

brand-anatomy

1965: il Sud Africa incanta l’Europa….

Ovviamente il nostro ha ben presente sia la funzione di motivazione e di guarigione che nella cultura guerriera Zulu era assegnata alla musica, sia l’esempio dei pionieri del jazz sudafricano come Mseleku, Molelekwa e soprattutto Abdullah Ibrahim (che per molti di noi è ancora l’indimenticabile Dollar Brand). “(Loro) mettevano molta emozione nella musica che suonavano (…) e questa singolarità ha creato molto interesse nel mondo intorno alla musica del Sudafrica (…) ma noi oggi stiamo perdendo tutto questo nella nostra musica (…) ed invece la nostra generazione dovrebbe esser molto consapevole della necessità di conservare queste sfumature”.
Idee chiare e concrete che attendiamo di veder tradotte in musica al più presto. Milton56

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.