Musica pericolosa

Theirs is dangerous music, at times angry music, at others blissed -out, illuminating music with its thunderous rumblings and Ornette-inspired figures – delivering not so much a wash of sound, more a tidal wave

(London Jazz)

I recenti articoli di Andbar, uno su una importante collaborazione di David Torn e l’altro su un album ECM di Enrico Rava del 1986,  mi hanno ispirato questa doppia recensione dedicata proprio a Torn e a due sue album: il seminale e programmatico Presenz del 2007 ed il nuovo Sun of Goldfinger. Entrambi per l’etichetta di Eicher ed entrambi con la presenza vivifica di Tim Berne e Craig Taborn (anche se, nel nuovo disco, solo in un lungo brano). La collaborazione tra Berne e Torn parte dagli anni 90’ e sotto diverse forme è continuata fino a stabilizzarsi ormai da un decennio nel trio attuale, completato dalle formidabili percussioni di Ches Smith, un musicista che continua, album dopo album, una crescita fervida e impressionante.

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Dopo vent’anni dal precedente lavoro per E.C.M.  Torn sforna un album magistrale e tonico nella sua assoluta inclassificabilità. “Cloud About Mercury” uscito nel 1987 con Mark Isham alla tromba e i due ex King Crimson Tony Levin e Bill Bruford era stato un disco innovativo, nel quale lo studio di registrazione diventava uno strumento aggiunto. Da allora il chitarrista diventa strumentista richiesto ed ambito in situazioni diverse, dalle collaborazioni con David Sylvian a quelle con Ryuchi Sakamoto.

Negli ultimi anni si occupa in particolare di musica per il cinema e la televisione. Nel 1992 in seguito ad un tumore al cervello diviene sordo dall’orecchio destro. Eppure continua l’attività musicale e di mixaggio per personaggi come John Zorn e Tim Berne.

In “Presenz” le alchimie elettroniche e di editing segnano un distacco assoluto dal precedente lavoro per Manfred Eicher ed un passo avanti tecnologico impressionante. Torn si attornia del Tim Berne’s Hard Cell ensemble, composto dal sassofono acido di Berne, dalla tonante e flessuosa batteria di Tom Raney e dalle tastiere multitentacolari di Craig Taborn. Nessuna concessione a situazioni conosciute ne facili incasellamenti di genere: la chitarra trascina verso ambients cangianti assumendo ora tonalità di uno stralunato country, ora roboanti volumi rock per virare velocemente verso cigolanti ed alieni timbri elettronici.

I quattro si sono chiusi in studio ed hanno registrato a ruota libera ore di musica. Poi un lavoro paziente di editig e di missaggio, ad opera dello stesso Torn, ci restituisce un album astratto, musica visiva e situazioni in rapido movimento, prospettive angolari dalle quali emergono miriadi di idee e di rapide soluzioni.

Il primo brano, Ak, è emblematico ed esplicativo: campionamenti intorno ad una traccia del synth sfociano in un ingresso groove dell’organo Hammond. Appena c’è una parvenza di stabilità la situazione si rovescia con uno squassante assolo dark di chitarra. Ovviamente nessuna traccia di swing nella accezione più tradizionale, nessun particolare tracciato se non il suono del sassofono che riconduca a concetti classificabili come jazzistici. In compenso una musica contemporanea, pulsante e innovativa, capace di travolgere schemi e barriere. Un album bellissimo e assolutamente indigesto ai fans del neo hard-bop.

Elenco dei brani: 01. Ak; 02. Rest & Unrest; 03. Structural Functions of Prezens; 04. Bulbs; 05. Them Buried Standing; 06. Sink; 07. Neck-deep in the Harrow…; 08. Ever More Other; 09. Ring for Endless Travel; 10. Miss Place, the Mist…; 11. Transmit Regardless

Musicisti: David Torn (chitarre, sampling dal vivo e manipolazioni); Tim Berne (sax alto); Craig Taborn (tastiere); Tom Rainey (batteria); Matt Chamberlain (batteria nel brano “Miss Place, the Mist…)

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Sun of Goldfinger è composta da soli tre brani tutti oltre i venti minuti, di cui il primo ed il terzo viaggiano in uno spazio simile che interseca libera e furente improvvisazione con sventagliate acide della chitarra ed un implacabile tappeto percussivo che spinge, agita e dialoga con entrambi. Musica di assoluta libertà espressiva, in cui i tre musicisti si confrontano senza raccordi, temi o parvenze di riff, lasciando la briglia sciolta ai flussi e ai volumi che si intersecano in un caos apparente di impressionante portata.

Musica scura e densa, complessa, senza che uno strumento prevalga sugli altri in un continuo rimescolamento di volumi, distorsioni, clangori. Una evoluzione naturale e coerente con quanto seminato nell’album Presenz, con in più una frequentazione assidua dei tre musicisti che porta ad una intesa che sedimenta e che lascia stupiti nel secondo brano, Spartan, before it Hit,  in cui il cambio di atmosfera è palpabile e foriero di più interessanti sviluppi. Si tratta infatti di un brano composto, a differenza delle due improvvisazioni collettive, in cui la presenza di un quartetto d’archi e delle tastiere di Taborn oltre che di altre due chitarre apre prospettive inusuali. Gli archi mantengono un clima rilassato anche quando le tre chitarre si lanciano in una esplosione terrificante di suono e volume.

Album di colori caldi, di flussi viscosi a forte temperatura e di accurate fasi di editing  che alla fine restituiscono una musica stratificata e complessa, di non facile lettura ma ricca di stimoli e di promesse.

 

Sun Of Goldfinger: Eye Meddle; Spartan, Before It Hit; Soften The Blow. (68:55)
Personnel: David Torn, electric guitar, electronics; Tim Berne, alto saxophone; Ches Smith, drums, electronics, tanbou; Craig Taborn, electronics, piano (2); Mike Baggetta (2), Ryan Ferreira (2), guitar; Scorchio Quartet.

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