Il Best(i)one TdJ 2019. Vol.4 – Alla deriva nelle Galassie….

“2001 Odissea nello Spazio” di Kubrick ha da poco compiuto 50 anni: Keir Dullea affronta l’ammutinamento omicida di HAL9000 …….

Ineluttabile come la tombola della zia ed il cotechino con le lenticchie, ecco profilarsi un altro rito di inizio anno: la lista dei migliori (?) dischi del 2019. In campo jazzistico, ne sono fiorite a bizzeffe su entrambe le sponde dell’oceano, ed anche da noi. Va detto che molte si assomigliano parecchio tra di loro, altre sono più che altro il compiaciuto autoritratto di che le pubblica.
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La Lubianka, sede che condividiamo con un noto ente moscovita: la loro targa all’ingresso cambia spesso, ma gli impiegati sono sempre quelli….

Viceversa, nell’austera redazione di Tracce (cfr.sopra), al riguardo sono circolati malesseri, dubbi e vacillanti motivazioni: peraltro rapidamente fugati a seguito di un franco confronto autocritico, condotto con gli ausili didattici più moderni, come nelle nostre migliori tradizioni.

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I sussidi didattici ce li prestano gentilmente i vicini…….

Nonostante le premesse, il monolitismo non è il nostro forte. Quindi eccomi ad accompagnare con qualche avvertenza il mio ‘listone’, che anche in punto di impostazione si discosta da quelli dei colleghi (già alquanto eterogenei).

Primo: ho in partenza scartato l’idea di inseguire ‘il meglio’, per il semplice motivo che l’assenza di un minimo comune denominatore di estetica jazzistica rende futile questa fatica. Il jazz di oggi assomiglia ad una galassia in indefinita espansione, priva di alcun centro e di direttrici identificabili (quantomeno da noi contemporanei che la viviamo dall’interno) .

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Ancora ‘2001’: la famosa ‘sequenza psichedelica’, in cui alcuni fisici hanno visto un non trascurabile tentativo di visualizzare l’ einsteiniano abisso Spazio-Tempo in cui precipita l’astronauta ribelle Dullea 

Secondo (corollario del primo): non è più tempo di leaders carismatici, né men che meno di capiscuola in grado di tracciare piste su cui altri si incammineranno proseguendo il viaggio. Dilaga il narcisistico culto dell’ego? Il mercato (ed il pubblico) della musica preme per incessante e caleidoscopica rotazione degli organici (nonostante rassicuranti isole di resistenza in controtendenza)? AI posteri l’ardua sentenza.

Ma anche in questo paesaggio così nebuloso e brulicante, sono individuabili però diffusi fermenti, dei nascenti campi di forza. Purtroppo la discografia fatica a registrare adeguatamente questa diffusa vitalità, quasi tutti gli album – anche i migliori e più meditati – scontano spesso una certa ‘patinatura omologante’ che scolorisce un po’ la vivacità e brillantezza che le stesse musiche e le stesse formazioni rivelano sul palco. Purtroppo molta ottima musica è rimasta nell’aria dei concerti: ragion di più per frequentarli, le sorprese sono spesso dietro l’angolo (anche nel caso di nostri beniamini che riteniamo di conoscere a menadito dai dischi). Non metterei questa situazione in conto ad un’industria discografica ai minimi storici per dimensioni produttive e per capacità di influenza sui musicisti, spesso sono proprio loro a metter mano al photoshop di se stessi nel comprensibile sforzo di acquisire quei vitali ingaggi concertistici che un circuito tuttora provato dalla crisi offre in modo precario ed intermittente.

Anzi, è doveroso un pensiero di gratitudine per le label (per lo più piccole, ma ‘pure & dure’…) che ci portano ancora la musica che segue nonostante una situazione a dir poco avversa: teniamo bene a mente che il jazz (ed ancor più le c.d. ‘musiche creative ed improvvisate’) vive di registrazioni, senza non esiste e men che mai si evolve.

Ultima avvertenza: in una logica di scoperta ed esplorazione non c’è posto per ripetizioni, sia pur meritevoli (vedi J.D.Allen, James Brandon Lewis, Franco D’Andrea, per i citare solo i primi che mi passano per la mente).

Quindi di seguito ecco i miei album ‘supernova’, quei remoti bagliori che annunziano rivolgimenti in divenire nelle profondità della nostra galassia musicale.

Alexander Hawkins ‘Iron into the Wind’– Intakt
A proposito di ‘2001’, la prima immagine che mi viene da associare al piano solo di Hawkins è quella dell’astronave Discovery che, liberata dal panoico controllo di Hal 9000, si inoltra in uno spazio profondo privo di punti cardinali e di mete. Ma qui c’è un Hawkins – Ulisse che ci conduce con mano sicura e determinata attraverso galassie sonore remote ed affascinanti, orizzonti vastissimi e colori abbaglianti. E lo fa da vero jazzman, che mai viene meno all’urgenza ed alla profondità dell’espressione ed all’inconfondibile personalità dello stile. Detto da uno che guarda con tendenziale scetticismo all’odierno fiorire di tanti ‘piano solo’ non è poco, credetemi

Joel Ross ‘Kingmaker’ – Blue Note
‘Commanding’: un aggettivo che leggevo talvolta nelle recensioni di ‘Gramophone’ tanti anni fa. Non sono mai riuscito a tradurlo in modo soddisfacente, ma tutto sommato non ce n’è bisogno. Ecco, il vibrafono di questo 23enne è assolutamente ‘commanding’, per l’appunto: anche quando si trova in casa d’altri, come si è visto giorni fa ad Orvieto. E come leader ci rivela un milieu musicale vitale e coeso (chicagoano, non a caso): ascoltare per credere

 

The Bad Plus ‘Activate Infinity’ – Edition Records
Un trio 2.0? No, un trio ‘reborn’. L’azzardato innesto di un Orrin Evans lontano anni luce dall’Ethan Iverson degli esordi è perfettamente riuscito, facendo irrompere calda e vitale linfa nella sofisticazione un poco algida ed intellettualistica della prima vita del trio. Questo è uno dei casi in cui il travolgente ed irresistibile impatto dal vivo della band stenta a rientrare nella raffinata confezione dell’album (se vi capitano a tiro dal vivo, non perdeteveli assolutamente), ma i coinvolgenti ed incisivi temi del loro book ci sono tutti, così come i lampi tyneriani di Evans e la batteria esplosiva e spumeggiante di Dave King, che solo un bassista ‘architetto’ come Reid Anderson può riuscire a tener insieme.

 

Francesco Diodati’s Yellowsqueeds‘Never the same’– Auand
Diodati è uno ‘che fa la differenza’: quelli che hanno avuto la fortuna di ascoltare il concerto milanese della Special Edition difficilmente dimenticheranno il duetto tra la sua chitarra mutante ed il flicorno galvanizzato di Enrico Rava. Figuriamoci qui dove gioca in casa con un’originalissima band (con tanto di basso tuba invece del contrabbasso) che imbarca buona parte della ‘meglio gioventù’ del jazz italiano (nessun sarcasmo, beninteso): anche qui si naviga a vele spiegate in mare aperto, con gli occhi fissi sulla linea dell’orizzonte, nemmeno la minima traccia di quella ‘aria di chiuso’ e di molte affettate leziosità che purtroppo affliggono la nostra scena. Barra ferma e via così su questa rotta, mi raccomando…. già si intravedono porti lontani.

 

Theon Cross ‘Fyah’ – Gearbox
‘Roll Call’, ‘chiamata d’arruolamento’, era il titolo di un bell’album del 1960 di Hank Mobley che raccoglieva molti ‘giovani leoni’ che avrebbero fatto grande strada. Una simile chiamata alla mobilitazione è risuonata anche in South London, ed a lanciarla è stato un basso tuba (!), quello prodigiosamente duttile e dall’incontenibile drive di Theon Cross: hanno risposto talenti come Moses Boyd (batteria) e Nubya Garcia (sax tenore), altamente rappresentativi di questa promettente scena. Ma questo esplosivo e vitalissimo album sembra fatto apposta per confermare il profondo ed incancellabile DNA jazzistico e black dei giovani Londoners, con buona pace di molti nostrani ‘custodi delle Sacre Scritture’. Se c’è una via al rinnovamento ed all’ampliamento della platea del miglior jazz, passa di qui.

 

Ma noi vi conosciamo (vedi sopra …. 😉 ), le sole suggestioni intellettuali non vi bastano, volete anche il puro piacere d’ascolto. Ed allora ecco qua una manciata di titoli buttati alla rinfusa, a voi scoprirli, ne vale la pena:

Esbjorn Svennson TrioLive in Gothenburg – ACT. Nel 2001 in Svezia faceva ancora caldo: come me vi troverete ad imprecare contro l’ingessato pubblico da congresso democristiano che ebbe il privilegio di assistere a questo vivido, ricchissimo concerto.

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Vijay Iyer/Craig Taborn‘The Transitory Poems’ – ECM. Sembrerebbe il controcanto a quattro mani e due teste dell’ ‘acciaio nel vento’ di Hawkins, ma in realtà è cosa diversa, forse al di là dei pur labili confini del jazz contemporaneo. Un confronto su cui potrebbero scorrere fiumi di inchiostro, unica avvertenza: non cercate in questa affascinante performance le consolidate cifre stilistiche di due grandi pianisti contemporanei, è qualcosa di molto diverso….

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Steve Lehman‘The People I love’ -PI Recordings. Lehman un algido orologiaio della musica? Provate a sentirlo qui con il suo trio e lo stimolo di Craig Taborn (ancora lui..), il più rovente Jackie McLean ha lasciato un erede

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Michael Leonhart‘Suite extracts vol.1′ – Sunnyside. Per me, un altro erede spirituale… qui il lascito è quello degli ampii e cangianti affreschi orchestrali di Gil Evans, soprattutto quello degli anni ’80, con la sua affascinante miscela di avventurosa baldanza e e di enigmatico arcano. Grazie a Luciano Linzi per avermelo fatto conoscere.

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Buone avventure. Milton56

Dal lontano 1969 il faustiano, enigmatico apologo di Kubrick parla soprattutto a noi, che Hal 9000 ormai lo portiamo sempre in tasca. Insieme a ‘Solaris’ di Tarkovski, custodisce in sé il DNA del 20^ secolo, il secolo di Prometeo. Colonna sonora abbacinante, come tutto il resto: Strauss (Richard e Johann), Ligeti (!!) .. e tanti, inquietanti e frementi silenzi…. Trailer della riedizione inglese del cinquantenario, folgorante quasi come l’originale

 

2 Comments

    1. Arrivano “Le note”, arrivano…. siamo rimasti indietro con l’attuazione del Grande Piano Quinquennale…. il Commissario Politico è in ferie da un po’….. Milton56

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