Jim Black Trio – “Reckon”

Nel nostro incessante peregrinare fra solchi e tracce laser, una speranza sostiene la nostra dedizione all’ascolto: trovare il territorio nuovo, inesplorato, che possa farsi battezzare con i crismi della scoperta. Spesso ci adagiamo, in alternativa, nel confortevole cantuccio delle rassicuranti conferme, lasciandoci prendere dall’onda emotiva dei ricordi di altre più esaltanti stagioni, o, semplicemente, apprezzando costruzioni magari non innovative, ma solide e ben organizzate. Qui, invece, a mio parere, c’è davvero qualcosa di nuovo. Qualcosa che supera le convenzioni cui siamo abituati e proietta l’immaginazione verso un futuro che si immagina ricco di sviluppi ed avventure imprevedibili. La paternità è di un musicista border line per propensione naturale, avvezzo a frequentare le terre più estreme del jazz, con Tim Berne, Dave Douglas, Uri Caine, Jamie Saft, come a spaziare verso orizzonti di confine con il post rock nei gruppi a proprio nome come AlasNoAxis (con Chris Speed, Hilmar Jensson e Skúli Sverrisson) ed Human Feel (ancora con Chris Speed, Andrew D’Angelo e Kurt Rosenwinkel): Jim Black, cinquantatreenne batterista di Seattle, qui alla quarta prova alla testa del trio completato dal bassista Thomas Morgan e dal pianista Elias Stemeseder, e seconda per l’etichetta Intakt dopo “The constant” del 2016.

Cosa c’è di tanto rivoluzionario nei quarantasette minuti di “Reckon”? Una totale riconfigurazione del ruolo degli strumenti in un disegno strutturale che pone le molteplici declinazioni della variabile ritmica al centro di un panorama sonoro con  pianoforte e contrabbasso collocati in funzione complementare: apparentemente “inseriti” nelle anse e negli spazi creati dal drumming di Black, ma in realtà costruendo, da questa inedita prospettiva, dinamiche inedite. Composizioni che inizialmente spiazzano – come l’apertura di “Astrono said so” con l’ ostinato del contrabbasso ed un andamento ritmico claudicante che difficilmente si potrebbe supporre strutturale – e poi appassionano per lo svolgimento spiazzante: in questo primo episodio, una spirale del pianoforte che si avvita intorno all’incedere sempre più convulso dei tamburi per poi originare, nella parte conclusiva, un groove riconoscibile che gradualmente si decompone. O l’avvio in forma di ballad della seguente “Tripped overhue“, che a metà circa del suo sviluppo diventa una muscolare gabbia drum and bass forzata da un solo di ampio respiro di Stemedeser . Ci sono episodi di maggiore ed immediata accessibilità, e sono quelli nei quali si ritrova qualche eco del trio di Esbjorn Svensson: il dinamico flusso narrativo di “Spooty and Snofer“, con il finale dialogo di pianoforte e contrabbasso in libertà, “Dancy clear hands” che accosta un beat motorik al serrato dialogo del pianoforte, la sintassi artefatta del piano in “This one and this too”, che trascina basso e batteria in uno sghembo swing variante acustica delle intricate poliritmie elettroniche di Aphex Twin, fino al caotico finale.
In altri casi sembra prevalere il gioco dei contrasti : “Very query“, introdotto da un profondo solo di Morgan, si sviluppa poi in distopico dialogo fra piano e batteria , “Focus on tomorrow” pone a fianco un pianoforte lirico con un pesante drumming , “Next razor world” è uno stordente carillon ritmico con il piano usato in funzione percussiva che si chiude su una tenue melodia finale.
Vi potrete concedere una pausa solo durante i tre minuti di “Neural holiday“, ballad all’insegna della crepuscolare leggerezza e nella quale Black si auto confina al metallo dei piatti.
Il resto è tutto da scoprire e da interpretare , cercando di abbandonare ogni consolidata certezza.

https://intaktrec.bandcamp.com/track/astrono-said-so

https://intaktrec.bandcamp.com/track/tripped-overhue

 

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