Requiem per l’Album?

Sotto il profilo dell’obiettività di discorso, mi rendo conto che mobilitare Marylin Monroe ed il suo giradischi è trovata degna del peggior Goebbels…..

“C’era una volta un tempo in cui esistette per molti anni un complicato rituale connesso con l’ascoltare musica. Dovevi acquistare un pezzo di plastica da un negozio, scartarlo, posarlo su di un giradischi e poi sederti ed ascoltare la musica che ne sgorgava per i successivi 30-40 minuti (alzandoti nel frattempo per cambiare la facciata del disco). Godersi un album – una particolare raccolta di brani scritti, registrati ed attentamente impaginati sul disco dall’artista – era uno dei più grandi piaceri della vita”.

Con questa evocazione di tono favolistico inizia un  ARTICOLO di Alan Cross, conduttore radiofonico su diverse di quelle stazioni FM americane attraverso le quali è passata molta storia musicale.

Il registro elegiaco dell’esordio sottintende chiaramente che le cose da allora sono molto cambiate. Il primo, parziale cedimento Cross lo addebita alla comparsa del CD, che consentiva di saltare facilmente oltre brani che non avessero un’immediata attrattiva (e che viceversa l’LP ci imponeva di ascoltare prima di passare ai brani preferiti, talvolta facendoceli apprezzare alla lunga dopo ripetuti ascolti ‘forzati’).

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Vista così fa quasi tenerezza….  ma potrebbe esser stata il Cavallo di Troia della Musica Liquida….

Ma anche prima dell’epocale avvento del CD, già qualcosa era successo: considerata la pratica impossibilità di fruire degli LP fuori delle mura di casa, e tenuta anche presente la loro fragilità e deteriorabilità, i musicomani già avevano cominciato a copiare su musicassette (altro oggetto di modernariato) selezioni di brani preferiti, destinati ad esser ascoltati sui primi walkman portatili e sugli stereo delle auto.

Infine, in un climax degno dell’Apocalissi di S.Giovanni, arriva Steve Jobs con il suo I-Tunes, tra i primi negozi online di musica digitale. Le major discografiche da tempo sfruttavano miopemente la loro rendita di posizione, rinviando alle calende greche un’attesa, graduale riduzione del prezzo dei CD, che, in anni di creatività calante, a fianco di pochissimi veri hits rigurgitavano di massicce dosi di ‘brani-riempitivo’: di qui il diffuso scontento dei consumatori di musica. Fiutate le opportunità insite in questa situazione, da autentico, spregiudicato campione del capitalismo delle piattaforme Jobs riesce ad imporre alle riluttanti multinazionali del disco lo ‘spacchettamento’ degli album: sul suo shop online si potranno acquistare i singoli brani che ne fanno parte al fatidico, simbolico prezzo di Us.Doll.0,99 … Poco importa che fosse disponibile anche l’opzione dell’acquisto dell’intero disco, resta il fatto che la musica è entrata in una nuova era: dall’acquisto del ‘single hit’ al dilagare delle playlists come prevalente forma di fruizione della musica è poi questione di un momento. Solo dopo in questa breccia irrompono l’I-Pod e similari, i servizi di streaming, gli smartphones con connesse cuffiette e cuffione, l’ascolto in mobilità (ed in solitudine autistica….). Seguono sorprendenti studi ansiosamente commissionati dalle aziende del settore, che manco a dirlo creano ulteriore sconquasso nel paesaggio dei luoghi comuni che potrebbero discendere da questa evoluzione: i baby boomers in realtà sono più propensi all’ascolto frammentato dei millennials, i fans del rock risultano molto più inclini di quelli del pop all’ascolto dell’album completo, che per gli appassionati di rhythm ‘n blues, rap, hip-hop e gospel (incredibile!) è ormai un oggetto del tutto sconosciuto. Ovviamente case discografiche ed artisti si sono prontamente buttati all’affannoso inseguimento di questi trend.

A questo punto  qualche lettore potrà ragionevolmente obiettare che sinora abbiamo parlato di fenomeni che sono propri del mondo della musica di consumo, che non toccano altri filoni musicali dove le abitudini di ascolto e l’atteggiamento dei fruitori sono di gran lunga diversi: com’è appunto il caso del jazz.

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1947, il distinto pubblico del Royal Roost ascolta Charlie Parker….

Ma siamo proprio così sicuri che la nostra musica vada del tutto indenne dall’onda lunga di questa autentica tempesta? Io non molto, e mi limito ad allineare qualche argomento di riflessione.

Per quasi una metà del suo secolo di storia, anche il jazz è stata una musica di ‘singles’. Ricordiamo ancora una volta che la musica afroamericana vive in simbiosi con il disco, che sino all’inizio degli ‘anni ’50 del XX secolo ha avuto la forma del 78 giri, che a fatica consentiva la registrazione di poco più di 3 minuti di musica. Tanti autentici capolavori del jazz sono autentiche miniature compresse necessariamente in questo formato, con risultati in termini di incisività ed efficacia che, diciamocelo, si fanno rimpiangere tutt’oggi.

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L’arma più forte: i V-Discs, durano molto più di tre minuti, sono infrangibili …. e soprattutto non sono ‘segregati’…… A centinaia di migliaia sommersero l’Europa

Certo, c’era già allora chi aveva idee ed ispirazione di tale ampiezza per cui il 78 giri rappresentava un’autentica camicia di forza: per loro l’avvento del Long Playing (preceduto dai rivoluzionari V-Discs, i ‘dischi della Vittoria’ nati per portare la musica sin sulla linea del fuoco di una guerra planetaria) fu un’autentica liberazione, gravida di grandi opportunità creative. Ma diciamolo francamente: a fianco di pochi che profittarono dei 35-40 minuti dei 33 giri per inserirvi ambiziose suites strutturate frutto di talenti compositivi non comuni, molti altri continuarono a registrarvi brani di 4 -5 minuti al massimo, sempre però attentamente ‘impaginati’ (spesso più ad opera di brillanti produttori che non degli stessi musicisti). Ma l’era LP portò con sé un’altra novità: la possibilità di diffondere tramite il disco performances live, anche se in versioni parziali od editate. Affiora così per un pubblico ampio la ‘faccia nascosta’ del jazz, spesso molto diversa da quella conosciuta attraverso le registrazioni in studio: valga per tutti il caso di Miles Davis. Anche da qui viene una spinta verso forme più ampie o semplicemente più dilatate.

L’ulteriore espansione della capienza del supporto con i 70 e più minuti del CD crea poi qualche problema anche in campo jazzistico: riedizioni storiche rimpinguate con alternate takes e materiali scartati non sempre di importanza epocale, per esempio. Più in generale, spesso si va verso una dilatazione-diluizione del discorso musicale in cui spesso si stemperano ispirazione e tensione. Non a caso, ora che ci si sta già allontanando anche dal ‘formato CD’ con l’avvento dell’indeterminatezza della musica liquida, si notano sempre più spesso lavori che ripiegano su durate comprese tra i 30/40 minuti complessivi: e spesso di tratta delle opere più ispirate e strutturate.

1963, sembra di sognare: un disco Blue Note scala le classifiche di vendita. Notare le ‘firme’ in copertina. Ascoltate e provate a rimanere fermi…..

Non dimentichiamo poi che anche il jazz ha conosciuto i suoi ‘hits’: pazientemente e deliberatamente costruiti nella fase classica ed in quella dello Swing, quando il jazz era ancora musica di massa, successivamente centrati con facilità nonchalant da musicisti di grande sensibilità ed altrettanto grande mestiere che venivano a trovarsi in magica, momentanea sintonia con un pubblico ampio, allora più aperto e curioso di quanto non lo sia oggi: in questa pagina ne ho raccolto due esempi. Nonostante i clamorosi risultati di vendite, spesso questi brani di successo paradossalmente rappresentarono un problema sia per i musicisti che li avevano creati, che per le labels indipendenti che li avevano prodotti e distribuiti.

‘Take Five’ del Dave Brubeck Quartet penso l’abbiano sentito anche in Corea del Nord. Questa è una versione live in cui risplende l’inimitabile esprit de finesse del suo autore, Paul Desmond, sax alto

Lasciamo da parte i fasti degli anni ’60 e ’70 e veniamo ai giorni nostri. Ormai anche il jazz più ambizioso e raffinato non può prescindere dal canale distributivo dello streaming: anche – e direi soprattutto – nel caso in cui venga usato semplicemente come ‘vetrina’ per un album di prossima uscita con la pubblicazione in anteprima di un brano singolo, dubito molto che anche Anthony Braxton o gli Art Ensemble of Chicago lo peschino a casaccio dal mazzo. Per altri, poi, la tentazione di costruire un ‘teaser’ ad hoc, ricco di effetti di richiamo e di un certo photoshop sonoro è praticamente dietro l’angolo.

Sin qui ci siamo mossi nei meandri dell’industria musicale. Ma anche a casa di noi ‘innocenti’ ascoltatori succede qualcosa…. Sorvoliamo sulle playlists personali, segreta valvola di sfogo di una creatività di seconda mano cui quasi nessuno resiste, ergo indulgenza plenaria…. basta che non mi tagliuzzate anche ‘Kind of Blue’, ‘A Love Supreme’ o ‘The Black Saint and the Sinner Lady”….

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XV Secolo: l’Uomo Vitruviano, misura di tutte le cose…..

Non si può invece sorvolare su di un’altra mortale minaccia alla musica razionalmente articolata e strutturata: la dispersività e la frammentarietà dell’organizzazione (si fa per dire..) delle nostre giornate. Quanto e quale tempo riserviamo alla musica? Gli interstizi dei nostri tanti spostamenti su rumorosi mezzi di trasporto? L’ascolto in sottofondo ad altre attività, quello ’con un’orecchia sola’? E qui è una questione di scelte: per le cose importanti della vita ormai non c’è mai tempo… la soluzione è una sola: RUBARLO. Rubarlo alla miriade di ciarle ripetitive ed inconcludenti, rubarlo al rumore bianco sempre eguale a se stesso che è il paesaggio sonoro di fondo della nostra quotidianità, a tutto quello che sentiamo senza ascoltare. C’è ancora musica capace di ripagarci per questa fuga…. Ma il suo incerto destino è anche nelle nostre mani. Ricordiamolo. Milton56

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XXI Secolo, l’Uomo Criceto, corre per rimaner fermo sul posto….

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