Nell’anno del dragone

Perdendomi nelle collezioni altrui messe in vendita a pochi spiccioli al pezzo, mi imbatto talvolta  in titoli che evocano pensieri pratici e temi profondi, ricordi e proiezioni nel futuro. Stavolta è toccato a “In the year of the dragon”, pubblicato  nel 1989 per l’etichetta germanica JMT e sesto disco della pianista Geri  Allen, insieme a due maestri e poeti sonori quali Charlie Haden e Paul Motian. Una prima considerazione, partite le iniziali note di una ritmatissima cover di “Oblivion”di Bud Powell, è che, nell’arco di trenta anni, la tecnica di registrazione ha compiuto passi da gigante: nonostante presa e missaggio della session in questione fossero già digitali, qualsiasi piano trio attuale può disporre di maggior definizione, presenza e profondità di suono rispetto a quanto eternato in questo disco. Non che la cosa intacchi la qualità della musica, ma è un particolare che balza all’orecchio. Scorrendo le note della registrazione,  un altro pensiero più mesto: tutti e tre i protagonisti del disco sono scomparsi, nel giro di sei anni, dal 2011 al 2017, e la foto del retro copertina, che li incornicia insieme in una luce fredda e spettrale, vista oggi, fa un certo effetto. Quasi ogni settimana questo magazine dedica un post a qualche protagonista del jazz che ha lasciato palchi e studi di questa terra, e questi doverosi omaggi accentuano l’impressione, solo un pò compensata da non poche cronache e racconti di nuovi protagonisti,  che il mondo del jazz vada progressivamente, in tutti i sensi, restringendosi. Scompaiono i protagonisti e la platea si riduce ad una schiera sempre più ridotta di seguaci. Sarà così? E sorgono a catena, in modo automatico, alcune allarmanti domande. Esistono oggi sulla scena internazionale musicisti in grado di mantenere il testimone di quelli ormai non più in vita?  Sono in vista nuovi fermenti e modi di rappresentare i tanti significati di questa musica? E, venendo a noi, quanti sono oggi gli appassionati “attivi” nel nostro paese? Quanti sono i festival che possono usare  a buon titolo la parola jazz? Per chi scrive su questo ed altri “luoghi” c’è poi, sopra a tutte queste, un’altra domanda, che forse le riassume. Perché lo facciamo? Perché continuiamo a dedicare tempo ad ascolto e racconto del jazz, insistiamo in un perenne, autoconsolatorio conteggio di “quanti siamo”, nelle varie modalità rese disponibili dai social media, scambiandoci spesso complimenti o commenti al veleno?  Ascoltando Geri Allen, Charlie Haden e Paul Motian dialogare fra il blues di  “See you at Per tutti’s”, i suoni etnici di “Rollano” cullati dal flauto di bambù di Juan Lazaro Mendolas,  l’impeccabile omaggio ad Ornette Coleman di “The invisible” con assolo finale “alla Motian”, o percorrere gli stratificati sentieri di “No more Mr. Nice guy“, ho pensato che sarebbe bello che questi nostri piccoli  sforzi servissero ad incuriosire qualcuno che mai si è avvicinato a queste latitudini. Mi è sembrato importante far sapere a chi magari potrebbe passare anni ignorandolo, che sono esistiti una pianista e compositrice  in grado di diventare un simbolo per tutte le donne impegnate nel jazz, un contrabbassista che univa nella propria visione musicale giustizia e libertà al punto da dare il nome di Liberation Music alla propria orchestra, ed un batterista visionario capace  di reinventare la funzione del prorprio strumento sfuggendo ai vincoli della ritmica tradizionale. Che magari, per tornare a questo disco,  il pianoforte che vola nelle libere forme di Paul Motian della title track  e di “Last call“,  il contrabbasso di Haden ed il pianoforte di Geri che si inseguono nelle malinconie in una delle più belle versioni registrate di “First song” possano sedurre qualche giovane, magari qualche sardina, e convincerlo ad iniziare quel magnifico viaggio di esplorazione ed emozioni che molti di noi stanno ancora compiendo grazie a questa musica. E questo darebbe davvero un senso a tutto. Magari siamo nel campo delle illusioni, ma calpestare questa terra riempie comunque di piacere.

p.s. L’anno del drago nel calendario cinese è ispiratore di coraggio e potenza. Il disco venne inciso nel 1989, quindi pochi mesi dopo quella ricorrenza, che cade ogni dodici anni. Il prossino sarà nel 2024 e ci auguriamo di festeggiarlo con un trio che sappia tradurre in musica quei principi con la stessa forza di Allen, Haden e Motian.

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