Dalla Georgia alla scoperta dei microtoni

Nel variegato universo degli eccentrici della musica, c’è anche chi non si accontenta dei tradizionali metodi di notazione diffusi nell’occidente del mondo, e va alla ricerca dei microtoni, intervalli più brevi dei 12 toni e semitoni che costituiscono la base del sistema di scrittura e lettura musicale basato sull’ottava, per cercare, come diceva il compositore americano Charles Ives, le “fessure tra i tasti del pianoforte“. Uno fra questi è David Fiuczyński, già leader degli Screaming Headless Torsos, che studia da anni l’argomento con tanta convinzione ed impegno da rivestire il titolo di direttore del “Planet MicroJam Institute” al Berklee College of Music di Boston, ed essere segnalato dalla rivista Guitar Player nella lista dei 100 chitarristi che hanno cambiato il mondo, grazie alle sue invenzioni sulla terza via alla composizione musicale, che coniuga armonie microtonali e groove jazzistico.
Giorgi Mikadze, pianista e compositore di origini georgiane, allievo di Fiuczyński, ha deciso, per il suo debutto discografico, di unire gli studi e l’esperienza maturata sullo stile microtonale con le tradizioni popolari della propria terra, dando vita, insieme al proprio maestro, a questa “Georgian Microjamz“, pubblicata, come i più recenti lavori del chitarrista, dalla britannica Rarenoise Records. Con i due, il bassista greco Panagiotis Andreou ed il batterista Sean Wright, oltre alle voci del coro georgiano Ensemble Basiani in alcuni brani, e quella della cantante Nana Valishvili che anima la performance  di “Moaning”, un’ ode di grande forza espressiva alle vittime del conflitto militare del 2008 tra Russia e Georgia.
Un’intuizione, quella di Mikadze, maturata proprio durante il periodo di studio negli Stati Uniti : “Ho incontrato molte persone da tutto il mondo mentre ero a scuola – Africa, India, Asia, mondi che hanno un’enorme cultura musicale”, spiega il musicista. “Ascoltare la loro musica mi ha portato a guardare alle mie radici e ha ispirato in me un grande desiderio di creare qualcosa di mai sentito prima. Mentre crescevo come musicista, ho iniziato a riflettere su quello che potevo offrire al mondo, e non c’è tradizione polifonica paragonabile a quella della Georgia”.
Il progetto include arrangiamenti di tre canzoni popolari, ma è composto per il resto da brani  originali di Mikadze, scritti con lo scopo di rappresentare un ampio punto di vista sulla cultura del suo paese, coniugando ciascun episodio alle influenze di una regione diversa.
Come in altri lavori basati su questo sistema di notazione musicale, l’impressione iniziale è di straniamento, sentire gli strumenti che apparentemente “stonano” , le chitarre che si “sciolgono” quasi fossero i famosi orologi di Dalì richiede qualche istante di adattamento. Una volta assorbita la novità, (provate l’inizio di “Dumba Damba” per mettervi alla prova) si mette a fuoco una proposta in grado di coniugare le suggestive ed epiche polifonie vocali dei brani tradizionali con il potente tiro funk jazz del quartetto, con un bagaglio di influenze che spazia dal jazz al progressive, con largo uso di elettronica da parte del titolare ed ampi spazi alla chitarra zappiana di Fiuczyński. Dal possente groove della estesa “Dumba Damba”, con una sezione improvvisata nella quale, come accade anche nella coda strumentale di “Moaning”, fanno capolino certe certe libere uscite “popular” degli Area, alle fitte trame percussive di “Elesa”, sghembo tema orientale ed  amio solo delle tastiere di Mikadze, fino al jazz cosmico di “Maglonia” ed all’iper blues di “Kartlos blues”, il disco offre un ricco campionario della declinazione microtonale, mantenendo carattere e coesione fino alla conclusione, affidata ai due brani che hanno per protagoniste le voci dell’Ensemble Vasiani, la salmodiante “Lazhghwash” , e la dinamica escursione di “Tseruli”.
Una fuga verso il futuro partendo dalle proprie radici: tema assai arduo per un esordio, ma la personalità di Mikadze assicura svolgimento senza incertezze..

1 Comment

  1. Ascoltato con interesse. Segnalo un’altra musicista georgiana trapiantata a New York, Macha Gharibian, pianista e cantante di una certa originalità.

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