Shabaka, una danza sulla fine del mondo

Mandati qui dalla Storia a riflettere sulla condizione umana in un mondo sull’orlo della catastrofe: ambientale, sociale e politica, e con un destino di estinzione praticamente già scritto. Il nuovo disco di Shabaka Hutchings suona terribilmente attuale se aggiungiamo la situazione nazionale, ma presto globale, di questi giorni, al punto di vista del musicista britannico sulla società contemporanea. Ripensare al futuro, resettare le priorità ed immaginare un nuovo mondo a partire dalle radici sembra essere il fortissimo messaggio ideale, veicolato da una musica che traduce i pensieri in una forte scossa vitalistica, usando il ritmo, la danza ed un febbrile, incessante dialogo strumentale.

Con il ritorno degli Ancestors si completa l’integrazione di tutti i principali progetti di Shabaka Hutchings in casa Impulse!, etichetta pronta a recepire e diffondere alcune delle più promettenti realtà della scena jazz britannica nella propria attuale fase di rilancio idealmente connessa ai fasti del passato. Dopo Sons of Kermet ed il loro jazz spirituale, dopo The Comet is coming sperimentatori nel territorio ibrido  dell’elettro jazz, Shabaka and the Ancestors rappresentano il lato più visceralmente legato all’Africa, sia per la provenienza di tutti i componenti, fra Johannesburg e Soweto, eccetto il leader, sia per climi musicali,  istanze sociali ed accenti culturali che costituiscono il cuore dela proposta. Rispetto all’esordio del 2016 “Wisdom of elders”, il nuovo album costruito su analoghe strutture – lunghe suite dagli accenti rituali e tribali con ampie parti riservate ai fiati con rimandi a Sun Ra ed Hugh Masekela –  presenta un indubbio passo avanti, superando i difetti che inevitabilmente affliggono un’incisione effettuata  in una sola take come era quella session. Il sassofono di Shabaka, coltraniano fino alla citazione, diventa inoltre il deciso protagonista, a scapito della tromba di Mandla Mlangeni che dominava il primo disco, spesso impegnato in duetti con l’alto di Mthunzi Mvubu ed assistito dalla sezione ritmica con Gontse Makhene e Tumi Mogorosi ed i due tastieristi Nduduzo Makhathini e  Thandi Ntuli.

Forte, diretto e senza un cedimento, “We are sent here by history” mette in fila una sequenza di brani che non vi daranno respiro.

“They who must die” : percussioni, fender rhodes ed una avvolgente frase del sassofono dà il via a dieci minuti di esortazioni vocali, fraseggi raddoppiati, assoli viscerali dei fiati;

“Go to my heart go to heaven” : una danza tribale costruita intorno al basso di Ariel Zamonsky che duetta magnificamente nella parte centrale con il sax, regalando momenti di  intensa trance musicale;

“Behold the deceiver” : un  travolgente groove del basso di Ariel Samonsky , il rhodes ad accentuare il ritmo ed il sax che disegna un tema magnetico;

“Run, the darkness will pass “: clarinetto e percussioni in una danza sfrenata con le voci a sottolineare il tema mentre il sax tesse la sua trama sullo sfondo;

“The coming of the strange ones “; in pieno stile afro jazz un brano irresistibile dominato dagli intrecci fra i fiati con una coda free in “Beast too spoke of suffering”;

“Till’the freedom comes home” : un altro riff killer inneggiante al Rastafari dentro al quale perdersi in una sfrenata danza fisica o mentale sul ritmo delle percussioni  fino alla stasi adagiata sul duetto fra voce e contrabbasso;

“Finally the man cried” : il pezzo forse più innovativo, che trasporta l’Africa su un terreno quasi cameristico grazie ad un articolato e sottile gioco contrappuntistico dei due sax, svolto  su una ritmica esuberante e con il canto evocativo di Siyabonga Mthembu.

Il finale di questo splendido disco dall’anima profondamente jazz è affidato ad  un delicato ed intenso duetto fa il sax di Hutchins ed il pianoforte acustico: il titolo è “Teach me how to be vulnerable” , e pare quasi un’esortazione a tutti noi perchè, passato questo periodo di contagiosa ansia e paura, si possa tornare a vivere migliori di prima.

 

 

 

 

 

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