L’arte della conversazione con Kenny Barron

Per quanto si scenda in profondità negli abissi della storia del jazz, c’è sempre, magari nascosto da uno scoglio, qualche capolavoro, qualche imprescindibile ascolto che ci è sfuggito, di cui nessuno ci aveva avvisato. E così, quando capita, perchè magari cogliamo in un articolo un rimando, un accenno a quella famosa incisione, dobbiamo assolutamente recuperare, inserire quel capitolo mancante nel nostro personale libro jazz. Non saprei a cosa attribuire il fatto di scoprire solo ora, grazie alle amorevoli cure dell’amico Rob, “People Time” un doppio cd inciso nel 1991 da Stan Getz e Kenny Barron, ma il caso è esattamente uno di quelli citati. Registrato dal vivo al Cafè Montmatre di Copenaghen durante quattro giornate ai primi di Marzo del 1991 , pochi mesi prima della morte del sassofonista, il disco è una sorta di riassunto/testamento dell’arte di Getz, qui ancora in forma smagliante nonostante la malattia, a modellare, padrone del suono, celebri melodie, standard e brillanti dialoghi con un Barron che mette al servizio dello show tutta la propria capacità di interpretare  la storia del jazz, saltando fra stili ed epoche come un’enciclopedia vivente. Sono quattordici standard, vissuti con tale intensità e forza espressiva da convincere, nel 2010, la Sunnyside Records a pubblicare l’intero set delle quattro serate in un lussuoso box di sette cd.  Nell’incessante “discorso” intessuto da sax e pianoforte – nessun rimpianto stavolta per la mancanza di altre voci – si stagliano una “First song” di Charlie Haden che aggiunge poesia alla dedica del contrabbassista alla moglie Ruth Cameron, una (There is ) “No greater love” che diventa , come per altri versi “Hush a bye” o in “Like someone in love” , una vetrina delle doti e della cultura di Barron che ci porta in un inebriante giro di giostra a spasso fra il  blues, lo swing, il bebop, per farci atterrare ai piedi del sax di Getz, pronto a riplasmare temi e frasi con la sua  eleganza unica . O la malinconia di  “Soul eyes” di Mal Waldron, resa palpabile da un sax che sembra piangere. O una “Night and day” nervosa e trafficata come una New York a mezzanotte di un pò di anni fa. O la “I remember Clifford” di Benny Golson, suonata con tutta la delicatezza possibile e conclusa con un solo di sax carico di rabbia.

In questi giorni di forzata clausura e bel tempo ho messo “People time” con le finestre aperte ed ho lasciato che il sax ed il pianoforte di Getz e Barron volassero liberi nell’aria, oltre la stanza, oltre il palazzo, nelle vie deserte della mia città, immaginando che quei dialoghi potessero lenire l’isolamento di qualcuno. Un vero capolavoro di conversazione, arte che Kenny Barron ha continuato a praticare negli anni successivi a quel disco, fino ad intitolare proprio così, “The art of conversation” un disco del 2014 in duo con il contrabbassista Dave Holland , con omaggi a Parker, Monk ed Ellington, oltre che una dedica a Kenny Wheeler. In diretta continuità con quella registrazione, è da poco uscito un nuovo lavoro di Barron / Holland stavolta in un trio completato dal batterista Jonathan Blake, un fuori quota – è del 1976- rispetto ai due veterani maestri.

cover

Dieci brani in maggior parte originali, con due omaggi ad Ellington (Warm valley)  e Monk (Worry later), in un percorso che attraversa influenze, stili e tendenze dei due leaders, fornendo una moderna lettura di quello che per convenzione si definisce post bop. Una definizione di convenienza che, in questo caso fotografa, in un’ istantanea impeccabile per precisione ed eloquenza, il grande fiume del jazz, con i suoi affluenti  latin,  i sotterranei rivoli blues, le sponde mainstream e le nervose correnti urbane. Le colonne naturalmente restano i due elders, ma Blake non è batterista che ami passare inosservato, ed il suo beat arrembante e dinamico, insieme ad alcuni spazi solisti riempiti con efficacia ma senza eccessi, arrichiscono in dinamicità il risultato finale. Fra i miei preferiti, l’iniziale “Porto Alegre” che, con un tema di bossa nova insinuante e lo sviluppo movimentato anticipa un pò tutto il seguito del lavoro, la splendida “Second thougts” del compianto Mulgrew Miller,  la sostenuta “Speed trap” con  soli spiritati di Holland e Blake, e la swingante e carica di groove “Pass it on” .  “Warm Valley” è un’interpretazione di una vecchia ballad di Ellington, già presente anche su “Money Jungle”: dopo le iniziali note di pianoforte che introducono la languida atmosfera, ci si aspetta di sentire comparire il sax di Johnny Hodges. Un riuscito dialogo a tre che non deluderà anche il quarto, ovvero noi ascoltatori.

 

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