Il viaggio solitario di Felice Clemente

Anni fa, in club genovese di dimensioni talmente ridotte da non avere alcuna chance di sopravvivenza in tempi di distanziamento sociale, mi capitò di assistere ad un concerto di Felice Clemente, sassofonista e clarinettista milanese classe 74, già ricco di esperienze con diversi esponenti del jazz internazionale e nazionale  come Yuri Goloubev, Gregory Hutchinson, Jimmy Greene, Stefano Di Battista, Claudio Fasoli e molti altri,  e fresco di plurimi riconoscimenti da parte della critica. Clemente ed il suo quartetto,  il pianista Massimo Colombo, il bassista Giulio Corini ed il veterano della batteria Massimo Manzi, mi colpirono per una proposta costruita sulle basi della tradizione ma decisamente attuale, raffinata ed energica, con grande attenzione alla componente melodica ed un palpabile feeling. Insieme i quattro avevano da poco inciso nel 2011 il cd Nuvole di Carta”, che  ricevette  4 stelle da Downbeat, con promessa per Clemente di un futuro ricco di affermazioni anche fuori dall’Italia. Nel corso degli anni, lungo un percorso ricco di  incontri,  sono maturati per il sassofonista molti altri progetti, dal trio con Manzi e Paolino Della Porta nel cd “6:35” al duo “Aire libre” con Javier Pérez Forte alla chitarra classica, fino a “Mino legacy”, omaggio allo zio di Fedele,  Mino Reitano, rielaborazione in chiave jazz di brani celebri del repertorio del celebre autore e cantante, da “L’uomo e la valigia” a “Una ragione in più’”, da “La mia canzone”, a “Era il tempo delle more“, con Fabio Nuzzolese al pianoforte, Giulio Corini al contrabbasso ed ancora Massimo Manzi alla batteria. Una carriera ancora in fase di pieno sviluppo, che meriterebbe forse maggiore esposizione, consolidata anche dalla didattica e dalla direzione di diversi ensembles orchestrali in terra lombarda.  Da pochi giorni Clemente ha pubblicato “Solo”, tappa ambiziosa per un sassofonista, testimonianza di una avventura di due giorni trascorsa nell’Oltrepo Pavese nella chiesa settecentesca di Montecalvo Versiggia, che, con i riverberi delle proprie arcate, ha costituito il quarto strumento della performance, insieme ai sassofoni tenore e soprano ed al clarinetto del musicista.

Un solo di saxes e clarinetto  mette a nudo l’artista nel sottile equilibrio tra pensiero compositivo ed esecutivo. È pertanto un punto di arrivo che si manifesta attraverso una introspezione sonora, che nasce nella parte intima di colui che pensa la dimensione orizzontale della costruzione melodica. Quella armonica si esplica nella magia dei rimandi di echi e riverberi, i quali traggono spunto dalla navata e dalle arcate di una chiesa o di una basilica. Quasi a dimostrare quanto il fitto dialogo tra gli strumenti e il luogo che li accoglie sia frutto di un antico matrimonio, che appartiene alla storia dell’uomo.”

Sono parole di Paolo Fresu, che firma le note di copertina di questo viaggio in solitaria, un percorso di intima ricerca del proprio essere che Felice Clemente ha compiuto attraverso due anni di preparazione, cercando il contatto con una dimensione spirituale che è sublimato dal luogo sacro dove il concerto è stato registrato. Non si pensi però a criptiche esplorazioni o ad improvvisazioni arcane: Clemente sembra volere mettere in campo buona parte della propria cultura e passione musicale, dispensando spazio a standards e composizioni originali proprie o dei più fedeli compagni di viaggio, e viaggiando con i propri strumenti fra generi, epoche ed atmosfere diverse. Si apre quindi con un grande standard del 1939, quella “Harlem Nocturne“, diventata nel tempo sigla di orchestre, colonna sonora di telefilm ed interpretata sia da jazzisti che rockers (l’elenco richiederebbe tutto lo spazio disponibile), qui inizialmente frammentata nella struttura tematica e poi ricomposta nel celebre refrain, come accade anche nella rilettura del tema di “Nuovo cinema paradiso” di Ennio Morricone. Ma in repertorio troviamo anche una cangiante “A secret place” di Fabio Nuzzolese condotta dal soprano,  i richiami folklorici di “Princess Linde” di Michel Godard, l’urgenza espressiva di “Bà Bà”,  il “Blues for one” di Brandford Marsalis ed il blues  del brano autografo “Moods“, la “Sarabande from cello’s suite n.5 ” di J.S. Bach,  una canzone per clarinetto composta da Daniele Di Gregorio, un brano di Javier Pérez Forte con un’ originale base ritmica, “La nani“, ed una libera improvvisazione che sembra richiamare, in conclusione, molte delle suggestioni incontrate nei brani precedenti. Clemente, grazie alle notevoli risorse tecniche,  riesce a mantenere la performance in equilibrio fra profonda concentrazione ed espressività, mescolando spesso esposizione tematica ed improvvisazione come in un gioco di specchi. Un gioco che coinvolge e stimola l’ascoltatore a cercare di capire, fra gli echi ed  i riverberi di quella chiesa-strumento, l’anima soffiata dentro al sax  del suo interlocutore.

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Borgo Club Genova 16 febbraio 2013. Un ricordo di una serata intima.

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