STANLEY COWELL, IL MODERNO

Sapete bene che i necrologi non sono affatto il mio genere, mi rigiro molto male tra marmo e lapidi. Ma questa è una delle rare eccezioni, dovuta e necessaria. Mettetevi comodi, mi serve un po’ di tempo…..

Iniziamo dall’Ohio della fine degli anni ’40, in uno dei primissimi motel aperti nello stato. Essendo stato creato e gestito da un nero, è naturalmente tappa fissa di tutti i musicisti di passaggio, Jim Crow picchia sempre duro, impensabile che possano scendere negli alberghi dei bianchi. L’intraprendente gestore è anche un musicista dilettante e per far un regalo al figlio, invita a casa un pianista che suona sullo strumento della living room. Il bambino di sei anni ascolta, pratica il piano da quando ne ha quattro. Quella sera, la musica di Art Tatum decide per sempre un destino: quasi sicuramente il brano è questo:

You took advantage of me”, la lucida memoria di Cowell

E’ il 1969, ed il bambino ha già fatto molta strada, ancora poco rispetto a quel che seguirà: ma questo song Stanley Cowell se lo porterà con sé come un talismano. Al momento della registrazione del suo primo album, il nostro ha già alle spalle una solidissima formazione accademica, che non trascurerà mai di affinare anche in età matura: tra l’altro, passerà anche dal Mozarteum di Salisburgo, temibile fucina di talenti passata in addirittura in letteratura grazie a ‘Il Soccombente ‘ di Thomas Bernhard in cui aleggia la figura di Glenn Gould. Dimenticavo, l’album è questo:

Non stupisce che venga pubblicato per la prima volta dall’inglese Polydor: proprio quell’anno mezzo milione di americani in divisa annaspano nelle risaie vietnamite in uno degli anni peggiori di una guerra che ancora marchia l’inconscio collettivo a stelle e strisce. Del resto, erano passati pochi mesi da quando uno dei più grandi campioni di boxe di tutti i tempi aveva stracciato la sua cartolina precetto commentando pubblicamente: “Nessun vietcong mi ha mai chiamato ‘sporco negro’”. E mandando per aria una carriera sportiva folgorante.

Nemmeno il giovane Stanley ama la vita comoda: tra le sue numerose militanze musicali si annoverano già quelle con Rashied Alì (ultimo batterista di Coltrane), con ‘Rashaan’ Roland Kirk e tra molte altre di gran livello ce n’è una decisiva: il grintoso gruppo di Max Roach, rigoroso ed intransigente nella musica come nella vita

 Questo splendido ‘Effi’ è firmato da Cowell: avrà vita lunga….

Tra questi militanti ‘che non si devono stancare’, spicca un trombettista dagli attacchi brucianti, dal fraseggio teso ed essenziale, ‘no frills’, tanto c’è passione ed energia da vendere: è Charles Tolliver, già in luce in molte sessioni della Blue Note più avventurosa. Mi piace pensare che esista una sorta di iperuranio della musica, in cui si combinino delle coppie geneticamente predestinate, esistenzialmente inscindibili: Ellington e Strayhorn, Davis e Gil Evans, Brubeck e Desmond, Coltrane e McCoy Tyner. Quella formata da Tolliver e Cowell è senz’altro una di queste.

Una scoperta degna degli A&R più scafati…..Gil Scott Heron. Non lo conoscete? Rimediate subito…..

E non si limiterà alla musica suonata… Siamo agli inizi degli anni ’70, non è un buon momento per il jazz e soprattutto per le sue etichette, che rasentano l’estinzione od un penalizzante assorbimento da parte delle grandi corporation del disco, con tutte le connesse implicazioni in termini di appiattimento ed omologazione delle proposte. Il problema tocca personalmente i dioscuri Cowell e Tolliver, a cui però non manca lo spirito di iniziativa. Con l’aiuto di alcuni amici benestanti (allora i soldi erano ancora un mezzo, non un fine come oggi) nasce Strata East, una delle case discografiche dall’identità più marcata e definita del jazz contemporaneo. Un esempio a cui si dovrebbe guardare con la massima attenzione soprattutto oggi: non una micro etichetta per registrare solo sè stessi come si fa ora, ma un catalogo che riflette vividamente un jazz in bilico sul crinale tra l’hard bop più avanzato ed il free e soprattutto orgogliosamente determinato a respingere le sirene di una fusion che dopo qualche momento di freschezza iniziale già stava imboccando la strada della banalità enfatica e plastificata. A parte il meglio della premiata ditta Tolliver & Cowell Inc., sul catalogo Strata East spiccano Clifford Jordan, Billy Harper, Cecil McBee, Charlie Rouse, ma soprattutto il primo Gil Scott Heron, che fu lanciato dai nostri dioscuri con il memorabile ‘Winter in America’.   

Non era solo Sun Ra a vagheggiare le Piramidi..

Ma ritorniamo alle note suonate. En passant, noterete che sto inserendo molte più clips musicali che in altre volte. C’è una ragione precisa: di questa musica restano accessibili oggi solo pochi frammenti; persino la Grande Discoteca Verde, quella svedese, ha poco (agli abbonati premium comunque consiglio un giro sulla pagina di Cowell). Se la cercaste sul web trovereste a fatica degli usati venduti a prezzo d’affezione. Questo splendido ‘The Ringer’, per esempio, io lo acciuffai d’occasione  nel 1989 in un polveroso negozio di Charing Cross, non senza averlo conteso ad un simpatico topo, evidentemente jazzofilo. In questo ‘On the Nile’ si nota soprattutto la complementarietà di Tolliver e Cowell: ai contrasti netti di Tolliver, quasi al limite del bianco e nero, corrisponde uno spiccato senso del colore di Cowell, che emergerà con ancor maggiore evidenza nei suoi trii degli anni novanta e duemila. Se la tromba di Tolliver sembra a momenti ‘larger than life’ e così incombente e dinamica da saturare la scena, il pianismo di Cowell con il suo periodare ampio e contemplativo dona alla rovente e tesa musica del gruppo un necessario senso di spazio. Non riesco a trattenere un’analogia nella relazione tra Tolliver e Cowell con quella che correva tra Coltrane e McCoy Tyner (che Stanley doveva aver ben ascoltato).

Chiudete gli occhi ed ascoltate solo la musica: ‘Earthly Heavens’ da ‘Brilliant Circles’ 1969

Ma cerchiamo di concentrarci sulla produzione personale di Cowell. Il fatto che vi debba infliggere questa scemenzuola pseudo gotica per farvi sentire almeno un brano del magnifico ‘Brilliant Circles’ la dice lunga su come sia (bis)trattato sul web un certo jazz di ricerca fiorito nel giro di boa tra i Sessanta ed i Settanta. In tutta onestà, però, va detto che la premiata ditta Cowell&Tolliver all’alba del nuovo millennio non ha saputo sfoderare la lucidità dimostrata trent’anni prima: va bene diffidare dei Grandi Fratelli dello streaming, ma non metter mano ad un’accurata riedizione del meglio del loro catalogo (sparpagliato tra Arista-Freedom e Strata East) ha condannato musica di grandissimo livello all’oblio pressocchè totale. Speriamo che prima o poi i Zev Feldman ed i Michael Cuscuna facciano un miracolo.

‘Brilliant Circles’ affidato ad un’orchestra memorabile

Si è detto del talento del Cowell compositore, già attestato dal fatto che cose sue come la citata ‘Effi’ continuano a comparire ancor oggi persino nel book di un gruppo come l’avanzato Thumbscrew (Halvorson/Formanek/Fujwara). Vogliamo anche la prova del nove? Eccola qui sopra, il ‘Brilliant Circles’ pensato nel 1969 per sestetto (uno da sogno, però….) regge al fuoco della formidabile big band ‘Music Inc.’ che Cowell & Tolliver riuscirono a creare all’inizio dei ’70.

 

‘Evidence’: nessuna soggezione, neppure di fronte a Monk

Qui siamo giunti alla fine del decennio ’80. Cowell è ormai quasi esclusivamente un distinto professore universitario che insegna in college di gran nome come la Rutgers. L’aneddotica vuole che l’abbandono della scena dei club sia stato dovuto ad una spiccata insofferenza del nostro per le nubi di fumo che li intossicavano. Meno idiosincraticamente Cowell ebbe a dichiarare: “Con un concerto in teatro posso raggiungere anche 1600 persone, che non vedrei nemmeno in una settimana di ingaggio in un club”. Si riaffaccia il lucido pragmatismo della Tolliver&Cowell Inc…. Per la cronaca, comunque, Stanley una bella scrittura di una settimana al Village Vanguard se la concesse lo stesso. La clip di cui sopra non è stata scelta caso: rivela in modo lampante l’insopprimibile personalità di Cowell che affronta standards anche molto caratterizzati con il piglio di chi li riscrive ex novo: è il caso di questo ‘Evidence’ più monkiano di Monk, che con la sua estrosa disarticolazione percussiva avrebbe senz’altro strappato un sobbalzo anche all’imperturbabile autore.

Nell’ultimo arco della sua carriera la lontananza dalle scene fu compensata da una fitta e regolare serie di registrazioni, prevalentemente per la danese Steeplechase. Si tratta soprattutto di trii, in cui emerge una certa dose di sofisticato understatement ed ancor più la maestria coloristica, mai però sfociata in nebulosita’ impressionistica grazie alla perdurante nitidezza e determinazione  nella costruzione del discorso musicale. Il polso sicuro  ed il carisma del leader si rivelano anche nella capacità di ricavare il massimo di intensità e concentrazione anche da bassisti e batteristi di non prima schiera.

Qualcuno a questo punto concluderà che il morbido tweed della giacca da professore abbia soffocato la passione del ‘cuore militante che non deve stancarsi’. Invece nel 2015, Cowell licenzia il piano solo ‘Juneteenth’, ampio e classico affresco musicale dedicato al Liberation Day, quello dei dieci acri ed un mulo ad ogni schiavo affrancato. Ma i dieci acri erano di polvere, ed il mulo venduto al mercato servì a pagare il treno per le città del nord ed i loro ghetti. Ed un’asciutto, meditativo ‘Commentary on Strange Fruit’ è lì a ricordarcelo.  

Per chi come noi abita un presente assoluto che tutto assorbe (e non è solo né tanto questione di virus), la musica di qualcuno che scruta la linea dell’orizzonte portandoci non ‘progetti’, ma opere compatte e compiute, sbozzate di ogni scoria con il bulino dello stile, non è questione di superficiale intrattenimento, ma un vitale respiro  di aria fresca e libera. Speriamo solo che con Cowell non se ne sia andato l’ultimo dei ‘classici del cambiamento’, l’ultimo dei ‘moderni’. Milton56

2 Comments

  1. Complimenti.Omaggio doveroso ad un grande artista,insegnante,gentleman. Personalmente l’ho scoperto nel ‘72 grazie ad “Illusion Suite”.E da allora l’ho seguito da vero fan.
    Nel 2010 sono riuscito a farlo suonare alla Casa del Jazz con lo straordinario trio con Tarus Mateen e Nasheet Waits.Concerto strepitoso.Rarissima tournée italiana di Cowell,dovuta a Toti Cannistraro e a cui sarò,per questo, eternamente grato.

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  2. Grazie Luciano. Complimenti per il concerto di Cowell, bel colpo. Ciò acuisce la mia malinconia di milanese ‘in carestia’. Un paio di anni fa ho ascoltato a Milano Charles Tolliver, che mi stupì per la sua energia e grinta (il suo stile strumentale è uno di quelli che facilmente risentono dell’età): purtroppo era semplicemente ‘accompagnato’ da sidemen che fecero quel che potevano. Spero che il buon Tolliver onori l’amico ed il compagno di battaglie di 50 anni mettendo in salvo i loro album degli anni ’70 con unaa riedizione di livello (quella CD di Black Lion dei primi anni ’90 era un po’ trasandata…). Auguri di Nataale (distopico) e grazie per seguirci. Milton56

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