Il blues di Andrea Paganetto

L’augurio di Javier Girotto, nelle note del primo disco di Andrea PaganettoNove”, di vedere presto un seguito a quel promettente esordio, si è da poco avverato con la pubblicazione del CD  “Liverno”(Caligola records), seconda prova del compositore e trombettista ligure. Un lavoro che riprende e puntualizza la cifra stilistica di Paganetto, solo intravista con il primo CD , ancora in bilico fra strutture definite ed astrattezza. Cambio della sezione ritmica, con Aldo Mella al basso, acustico ed elettrico, e Daniele Paoletti alla batteria, mentre viene confermata, ed anzi rafforzata, la collaborazione con Maurizio Brunod, ospite nella prima registrazione ed in questo caso chitarrista a pieno titolo del gruppo e supporto essenziale anche nella definizione degli arrangiamenti. In più due ospiti d’eccezione : il clarinetto di Mauro Negri ed il sax di Antonio Marangolo, complessivamente in 4 tracce. Rispetto al album di esordio, “Liverno” appare molto più concentrato sulla componente melodica delle composizioni, in genere giocate su tempi medio lenti con andamento rilassato ed ampio spazio per lo sviluppo narrativo, costruito anche tramite l’apporto delle parti soliste. Unico collegamento con “Nove” la seconda parte di “The cage” che rimanda a quelle epitomi ornettiane, risolvendo in un travolgente finale ritmico il gioco delle parti delle battute iniziali.

Un andamento omogeneo che non manca di disseminare lungo il percorso del disco gustose sorprese. Dai frementi soli di Antonio Marangolo, il primo sulla traccia iniziale “Rigel” ed un altro su “Snake River“, sulla ritmica jungle in cui sfocia l’accattivante groove urbano del tema di apertura, fino alla chitarra inaspettatamente metal di Brunod sulle rarefatte armonizzazioni di “Gennaio“. E ancora, l’ampio spazio solista riservato ad Aldo Mella al contrabbasso (“A blues”), archetto (“Liverno”) e basso elettrico, (“The cage II”) e le avvolgenti parti del clarinetto di Mauro Negri nella title track e su “L’uomo con la maglia a scacchi“, che sottolineano il clima delle composizioni, ampliandone la tavolozza timbrica. Paganetto, oltre a disporre di una grande versatilità allo strumento, sa scrivere con una sottile vena malinconica che rimanda ad atmosfere d’altri tempi, ad esempio quelle degli sceneggiati Tv anni 60 (nella splendida “A Blues”), ma tutto il disco è intriso di una peculiare cifra emotiva che dalla sensibilità dei musicisti si trasferisce agli strumenti e quindi comunica in modo naturale e diretto con l’ascoltatore, regalando tracce che si depositano nella memoria. Si avverte nell’ impronta generale del disco il tocco di Maurizio Brunod anche grazie il ruolo della sua chitarra atmosferica, così vicina al mondo sonoro di Bill Frisell, capace di disegnare gli sfondi immaginifici di questa musica, così come nell’imprimere, con i suoi soli, le svolte più materiche. Abbiamo chiesto ad Andrea Paganetto di raccontare per i lettori di traccedijazz la genesi di questo lavoro e qualcosa di sè. Ecco cosa è venuto fuori .

Come si è sviluppato il progetto del tuo secondo album e come hai scelto i partners?

Negli ultimi anni l’aspetto compositivo è diventato una parte molto importante del mio percorso musicale e cerco sempre di dare forma a nuove idee che riguardano questo ambito. Ad un certo punto l’ esigenza di rendere concrete queste idee si è fatta più viva e, dopo una lunga telefonata con Maurizio Brunod, abbiamo impostato il lavoro per il nuovo disco. I musicisti che fanno parte dell’ album sono tutti colleghi con i quali ho condiviso concerti o, come nel caso di Maurizio, che mi erano accanto nel mio primo disco.

Ci racconti in breve la tua formazione musicale?

Mi sono formato musicalmente  tra i conservatori di La Spezia e Friburgo in Svizzera sotto la guida del maestro Jean-Francois Michel. Nel frattempo, per circa cinque anni, ho frequentato le lezioni del grande didatta Luigi Sechi con il quale l’interesse era rivolto maggiormente allo sviluppo della tecnica sullo strumento. In seguito è arrivato il jazz, un pò per caso, grazie ad un sassofonista americano di nome Wilbur Rehmann il quale mi spinse a intraprendere lo studio di questo linguaggio. La mia formazione quindi è stata principalmente classica  e solo in seguito ho approfondito lo studio del jazz.

Chi sono i tuoi riferimenti nella storia del jazz?

Miles Davis, Chet Baker, Jackie Mclean, John Coltrane, Horace Silver, Bill Evans, Freddie Hubbard e molti altri. C’è stato un periodo in cui ascoltavo Booker Little di continuo ed in particolare il live al Five Spot insieme ad Eric Dolphy.  Mi piace molto anche il free jazz e due riferimenti per me molto importanti sono stati Ornette Coleman e Don Cherry. Quando ero molto giovane ascoltavo spesso Louis Armstrong e Gato Barbieri. MI fa impazzire il suono di Rava e il gusto e la costruzione dei soli del trombettista Avishai Cohen.

Cosa significa per te suonare jazz ?

Pablo Picasso diceva: “A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino“. Ecco suonare jazz per me significa non smettere di ricercare, di guardare avanti, di tenere sempre la mente aperta, di rimanere un pò bambino. Penso che nel jazz l’ acquisizione del linguaggio e il modo di concepire le relazioni umane, attribuendo loro una certa dose di importanza, vadano di pari passo. Le nozioni base di un linguaggio le possiamo imparare da soli, ma il suo sviluppo avviene grazie a ciò che le relazioni umane ci possono insegnare ( soprattutto nel jazz ) ovvero l’ascolto reciproco e una libertà creativa che rispetti gli spazi e le idee dei musicisti con cui suoni.

Mi collego ad un aspetto che mi interessa sempre : il modo in cui le relazioni umane fra musicisti si riflettono sul prodotto finale. Che rilievo ha per te questo argomento?

Ha un rilievo fondamentale. Penso ad esempio che un ensemble formato da grandi musicisti quasi sicuramente produrrà musica di alto livello ma sono quasi convinto che solo grazie alla stima reciproca, la conoscenza, il rispetto e molte altre sfumature umane si possa raggiungere una profondità in grado di toccare le parti più radicate della nostra emotività.

Come stai affrontando questo periodo di chiusura di concerti e possibilità di esibizioni?

E’ difficile. Cerco sempre di studiare parecchio e tenermi allenato ma ammetto che ci sono giorni in cui lo sconforto prende un po’ il sopravvento.  Sono però impaziente di suonare perché mi manca il contatto con il pubblico e i musicisti con i quali condivido concerti e progetti. Inoltre spero di poter presentare il prima possibile il mio ultimo disco, Liverno, registrato poco prima della pandemia.

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